08/03/2026
UN ESEMPIO DI EMANCIPAZIONE FEMMINILE DOPO IL MILLE
In palese e felice contraddizione con i tempi, mentre tanta Italia canta Sal Da Vinci, mi permetto di intervenire in questa data particolare (a dir la verità detesto queste ricorrenze commerciali), proponendo un caso particolarmente interessante scoperto durante i miei studi.
Mai avrei pensato di trovare tanta emancipazione femminile a Roma, intorno alla prima metà del XI secolo (1050 circa).
Lei è un’icona famosissima, lei è venerata già da diverso tempo quando arriva a Roma e proviene dalla Grecia, da quell’Impero bizantino che all’epoca ancora si staglia a baluardo della cristianità orientale, malgrado la minaccia turca alle porte di Costantinopoli.
Si tratta di un archetipo, ossia un’immagine reiterata nel tempo (ne troviamo delle derivazioni coeve in S.Maria in Aracoeli, in S.Maria in Campo Marzio, in S.Maria in Via Lata ecc.), l’iconografia della Madonna che intercede presso Dio a favore dell’umanità (l’atteggiamento in preghiera con le mani alzate verso il cielo), lei è la famosa “Monasterium Tempuli”.
Tecnicamente un encausto su tavola di tiglio. La tavola di legno veniva trattata, “incamottata” (rivestita di stoffa e colla, successivamente vi si dipingeva sopra ad encausto, ossia i pigmenti venivano sciolti in sostanze a base cerosa).
Ma qui si tratta di più di un pezzo di legno.
Il nome svela la sua collocazione originaria presso il Monasterium Tempuli sul Celio, dove era presente una comunità di monache provenienti da Oriente, fuggite a Roma a causa della controversia iconoclasta.
Ma non sono le monache che immaginiamo, non sono le monache che siamo abituati a pensare, sottomesse e recluse dentro i conventi di clausura.
Questi nuclei femminili mantengono il loro stile di vita almeno fino agli anni 30-40 del XII secolo (fino cioè al 1140 circa) quando la riforma ecclesiastica (maledetto Gregorio VII) le riconduce entro la rigida regola benedettina.
La terminologia stessa cambia nel corso del XII secolo, prima della metà dello stesso, quando le Ancillae Dei e le Dominae cedono il posto alle monalies ed alle monachae. Nel XIII secolo saranno sempre i domenicani a concludere il cerchio riunendo le comunità femminili in monasteri di clausura.
Le comunità femminili di Via Lata (attuale Via del Corso) e del Campo Marzio, ma anche del Monasterium Tempuli, erano gestite da dominae. Queste Signore conducevano la comunità, uscivano e curavano i loro affari, viaggiavano per trovare la propria famiglia, avevano proprietà immobiliari e terriere, potevano sposarsi. Le signore vivevano talvolta ognuna in una piccola residenza, attigue ma indipendenti e potevano avere servitù. La vita monastica in comune sarà introdotta dalla riforma gregoriana. La vita di queste religiose era scandita da un’atmosfera comunitaria dedita alle preghiere per i morti e alle opere buone. Le donne diaconisse avevano una posizione di spicco nella gerarchia ecclesiastica ed è proprio per questo che la loro funzione fu combattuta sin dall’inizio periodicamente e con vigore. Ildebrando di Soana, futuro papa Gregorio VII ne parlerà aspramente criticando il loro modo di vita lontano dalla povertà (le diaconisse avevano possedimenti). Nel corso del XII secolo la trasformazione di questi casi romani in monasteri benedettini è totale.
Un esempio magnifico di emancipazione… la cultura.