18/02/2026
Alla 𝗚𝗮𝗹𝗹𝗲𝗿𝗶𝗮 𝟮𝟵𝟭 𝗘𝘀𝘁, 𝗦𝗶𝗹𝘃𝗶𝗮 𝗙𝗮𝗶𝗲𝘁𝗮 porta in mostra una riflessione strutturale sulla poetica dell’imperfezione. Ed è così che la sua personale 𝟭. 𝟭. 𝟮. 𝟯. 𝟱. 𝟴. 𝟭𝟯 – 𝗔𝗹 𝗱𝗶 𝗹𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘁𝘁𝗼 delinea uno spazio scultoreo in cui il pensiero matematico dialoga con una sottesa dimensione simbolica, ridefinendo il concetto di “difetto” come principio di discontinuità generativa. In questo slittamento semantico, l’artista mette in relazione l’apparente rigore geometrico con la condizione dell’imprevisto, dando origine ad una dinamica processuale ed epistemica volta ad interrogare le condizioni stesse dell’esperienza artistica.
Fin dal titolo, che richiama la sequenza di 𝐹𝑖𝑏𝑜𝑛𝑎𝑐𝑐𝑖, emerge il riferimento ad una progressione organica: un ordine latente che governa i processi del mondo naturale e che, nel lavoro di 𝗦𝗶𝗹𝘃𝗶𝗮 𝗙𝗮𝗶𝗲𝘁𝗮, viene riletto come elemento di rottura, trasformando l’imperfezione in un potenziale generativo inedito. In questa prospettiva, l’artista si allontana dalla sua consueta pratica - fondata sulla purezza dell’oggetto e sul controllo formale - estendendo la propria disamina al valore di ciò che comunemente consideriamo come non conforme, marginale o imperfetto.
Queste sono le coordinate che consolidano l’istanza tensiva delle dodici opere in mostra: dodici ambienti ideali, progettati in serie e identificati come “luoghi” in progressione. In essi si può rintracciare un’affinità con gli environments monocromatici di 𝗟𝗼𝘂𝗶𝘀𝗲 𝗡𝗲𝘃𝗲𝗹𝘀𝗼𝗻, in cui l’assemblaggio e la ripetizione diventano strumenti di trasfigurazione simbolica e alchemica.
Ecco che, codificato da riferimenti numerologici e simbolici, ciascun 𝑳𝒖𝒐𝒈𝒐 si configura come un microcosmo assemblato per accumulo: un sistema aperto, in continua trasformazione e, per sua natura, intrinsecamente incompiuto. Ed è in tale reiterazione modulare che va ad instillarsi una sottile vertigine, accentuata dalla valenza simbolica del bianco e del nero, volta ad enunciare una possibile riconciliazione degli opposti in risposta al caos esterno.
Ne scaturisce un effetto ipnotico, in cui la dicromia dei volumi, alternata a schemi a scacchi e pattern ripetitivi, trasforma lo spazio espositivo della 𝗚𝗮𝗹𝗹𝗲𝗿𝗶𝗮 𝟮𝟵𝟭 𝗘𝘀𝘁 — a cura di 𝗩𝗮𝗻𝗶𝗮 𝗖𝗮𝗿𝘂𝘀𝗼 in collaborazione con la 𝗠𝗼𝘀𝘁𝗮𝗿𝗱𝗮 𝗗𝗲𝘀𝗶𝗴𝗻 — in un’unica installazione ambientale, capace di ridefinire i confini tra opera e spazio, tra visione e attraversamento. In tale dimensione immersiva, lo sguardo è guidato in una deriva percettiva, dove lo sguardo fluttua tra le enigmatiche epifanie di un possibile altrove.
[... 𝑑𝑎𝑙 𝑡𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑐𝑟𝑖𝑡𝑖𝑐𝑜© 𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑐𝑎𝑡𝑎𝑙𝑜𝑔𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎]