07/03/2026
Jonathan Safran Foer e Ferdinando Cotugno: “Uniti dalla letteratura per guarire il clima”
di Sara Scarafia
Dialogo sul futuro tra un grande scrittore e un esperto di ambiente. L’autore di “Se niente importa”: “Abbiamo perso la capacità di parlare di qualsiasi argomento in maniera generativa. È il mondo dei social”
05 Marzo 2025
ROMA – È un tranquillo primo pomeriggio infrasettimanale romano, qualche goccia di pioggia si alterna a timidi raggi di sole. Jonathan Safran Foer arriva alla libreria Spazio Sette di Largo Torre Argentina per primo, entusiasta della città e dei suoi mezzi pubblici. Foer, ma davvero? «Tutti mi hanno messo in guardia dicendomi che avrei trovato una città caotica, ma a me non sembra, sto bene anche a Brooklyn, ma qui si respira aria di comunità: alla gente piacciono i bambini e i cani, i giardini e i parchi pubblici, mangiare, conversare». Foer, 48 anni, vive a Roma da un paio di mesi, non distante dalla Piramide Cestia; si fermerà fino a giugno con la compagna e le due figlie più piccole, di due anni e mezzo e di sei mesi, e intanto continuerà a scrivere il nuovo romanzo.
La sua non è stata, dice, una fuga da Trump: «L’avevo programmata da tempo, però i miei amici che adesso sono a New York mi invidiano molto e anche io sono felice. Ma diciamoci la verità, non è che da Trump si può sfuggire». Giacca leggera senza cappotto, l’inconfondibile occhialino da vista con montatura tonda, nelle due ore che trascorreremo insieme non guarderà mai una volta il cellulare che pure è nella sua tasca: lo tirerà fuori solo al momento dei saluti per avvisare la baby sitter che è in arrivo.
L’occasione dell’incontro è il nuovo libro del giornalista Ferdinando Cotugno, 42 anni, napoletano, esperto di clima, che ha tentato un’impresa interessante e riuscita: raccontare in un memoir, Tempo di ritorno, l’emergenza che vive il pianeta attraverso la prospettiva dell’«antropocene familiare», «l’impronta di carbonio» lasciata da suo nonno prima e da suo padre poi all’Italsider di Bagnoli, il cui scheletro è rimasto come una ferita nel paesaggio.
Foer e Cotugno condividono la casa editrice, Guanda, e la passione per il tema dell’ambiente. Che adesso, con l’arrivo di Trump e Musk, a sentire Foer è ancora più a rischio. «Una delle cose che mi fa più paura di Trump — dice lo scrittore di Se niente importa e Possiamo salvare il mondo, prima di cena — è che non si capisce mai con chiarezza che cosa intende dire quando parla. Sempre di pancia come se nessuno gli facesse l’editing. Questo lo fa sembrare autentico, una cosa che in America piace perché veniamo da un periodo di cancel culture nel quale tutti hanno avuto paura non soltanto di dire, ma anche di pensare, quello che avevano in testa. L’uomo più potente del mondo è il meno affidabile di tutti».
«Trump è un negazionista — fa eco Cotugno — Quando è diventato presidente ha squadernato la mappa e ha puntato il dito su Groenlandia e Panama, due luoghi molto colpiti dal cambiamento climatico. Il pensiero che la destra sta portando avanti è che quelle sull’ambiente in pericolo siano tutte bufale. Ma noi che sappiamo che non è così dobbiamo capire perché alle persone il destino del pianeta pare non interessare. A fare paura è la transizione. Sembra che tutto quello che ruota attorno al clima, a partire dal linguaggio, sia roba da ricchi per i ricchi: se non hai i soldi per mettere un pannello solare sul tetto o comprarti una Tesla, che fai? Non ci può essere una battaglia per il pianeta senza la lotta alle diseguaglianze».
Foer è disincantato. «Non ho alcuna fiducia in Trump, ma devo dire che mi ero già scoraggiato ai tempi di Obama e Biden. Il tema del cambiamento climatico diventerà un imperativo economico, politico, ma temo mai morale. Non importa se dici la cosa giusta, importa quello che fai. Musk ha interessi in aziende che puntano sul green. È possibile che dalle persone peggiori, che parlano da negazionisti, possa arrivare, per interessi personali, la cosa giusta?».
Il punto, a sentire entrambi, è trasformare un argomento apparentemente lontano in una esigenza di tutti. «Dove siamo noi in questo grande affresco catastrofico? — dice Cotugno — Per questo ho provato a spostare il focus su una famiglia situata in un luogo». «Non sono un attivista — spiega Foer — Ma scrivo delle cose che mi stanno a cuore: il clima mi riguarda e penso che la risposta sia nelle piccole comunità, quelle formate dalle persone che ci stanno intorno». A Roma le sta sperimentando. «Recentemente mentre portavo a scuola mia figlia — racconta — ragionavo su quanto spazio occupano gli schermi nelle nostre vite. Ma oggi non puoi dire da padre solo “ti vieto il telefono”, è ingenuo e anche un po’ ingiusto. E se invece provassimo a condividere un percorso con i genitori con i quali faremo un pezzo di strada, discutendo di alcune regole condivise? Qui a Roma sento che è possibile. Lo stesso vale per il clima. Nessuno può pensare di salvare il pianeta facendo la differenziata. E so che i sacrifici necessari sono faticosi, per esempio mangiare meno prodotti di origine animale. Ma sono percorsi. Ecco, anche attraverso i miei libri, quello che ho provato a creare sono piccole comunità».
Foer prova a interpretare il sentimento di chi è distratto. «C’è molta gente che si sente sopraffatta. È difficile occuparsi di qualcosa che ci sembra accada lontano da noi quando hai la bolletta da pagare o la rata del mutuo. Ecco come entra in gioco Trump: quando sei disperato voti gente disperata». E invece il clima c’entra anche con le guerre. «Il cambiamento climatico creerà nuovi conflitti e non solo tra un Paese e un altro ma anche all’interno degli stessi Paesi perché le risorse stanno finendo». «La guerra in Ucraina è anche una guerra del gas», interviene Cotugno.
Se la parola del 2024 è stata per l’Oxford English Dictionary, brain rot, cervello marcio, per Foer anche la nostra incapacità di concentrarci ha un peso. «Credo al fatto che abbiamo perso la capacità di parlare di qualsiasi argomento in maniera generativa. È il mondo dei social, quello in cui vince chi è più assertivo: non c’è futuro. Il progresso richiede il dubbio, la capacità di mantenere la mente aperta, la disponibilità a guardare fuori da noi stessi. Ma l’apertura mentale ci rende più vulnerabili e non vogliano sentirci così».
La speranza è nel movimento guidato dai ragazzi, ma sempre più «intergenerazionale» secondo Cotugno, che stanno prendendo consapevolezza.
«Ciascuno dà il suo contributo come può — conclude Foer — Quando papa Francesco stava per pubblicare l’enciclica Laudato si’ ha invitato in Vaticano una serie di persone tra le quali c’ero anche io. Ha detto che quello che fa lui ha dei limiti, che quello che facciamo noi ne ha altrettanti, ma siamo mossi dallo stesso spirito. Ci ha detto, insomma, che davanti a un problema così vasto e così sfaccettato la risposta non può che essere vasta e sfaccettata».
Fuori la luce si è fatta più fioca. Foer scivola via con la stessa grazia con la quale è arrivato, un newyorchese a Roma in cerca di nuove piccole comunità. Green.
Dialogo sul futuro tra un grande scrittore e un esperto di ambiente. L’autore di “Se niente importa”: “Abbiamo perso la…