Un progetto di Ensemble Amarcanto, diretto da Laura Amati, e di Roberto Gabellini, con la partecipazione di Laura Palmeri, dedicato a Eva, madre dei viventi, e a Maria, nella sua veste di nuova Eva. Uno spettacolo con brani strumentali e canzoni tratti dalla tradizione popolare e dalla musica d’autore, tutti con arrangiamenti originali. Un percorso poetico, sul filo dei racconti della tradizione medievale dei Contes de la Vierge e delle parole dello scrittore francese Charles Péguy, tratte dal suo poema Eva (1913).Tutti i brani, in traduzione originale.
Secondo un’antica tradizione medievale, il 24 dicembre, notte della nascita di Gesù, si celebrava anche la festa di Adamo ed Eva o, meglio, dei “Giochi di Adamo ed Eva”. Il figlio di Dio che si fa uomo riapre infatti le porte del Paradiso, chiuse dal peccato originale, che così torna a disposizione degli uomini con i suoi beni di pace e prosperità. A simboleggiare questa nuova ‘fortuna’ per l’uomo, e il riscatto per i suoi due progenitori, non poteva essere che quello stesso albero che, all’inizio, ne aveva causato la prima rovina. Ne abbiamo testimonianza in alcune opere d’arte nelle quali l’albero del paradiso terrestre viene presentato come albero della vita e della morte. Ai suoi due lati, e separate da esso, troviamo infatti Eva, che ne coglie i frutti materiali e li distribuisce a coloro che si rivolgono a lei, e Maria, che invece distribuisce ai fedeli quelli spirituali. In particolare, in una miniatura di fine Quattrocento (in copertina), oltre alla Morte che accompagna quanti ricevono i pomi da Eva e all’Angelo che invece affianca i ‘buoni cristiani’ sul lato opposto, a comporre una sorta di didascalia figurata spiccano tra le chiome dell’albero un crocifisso, dal lato di Maria, e un teschio, da quello di Eva. La vita e la morte. Dove il peccato di Eva ha portato la morte, ciò che Maria porta in dono è il corpo di Cristo che dona la vita eterna. Se a questa particolare lettura simbolica che accosta il peccato e la redenzione si può far risalire la tradizione dell’albero di Natale, con il progressivo affermarsi dell’abete come albero ‘privilegiato’ per identificarla, allo stesso tempo essa rimanda a un passaggio ben preciso della riflessione cristiana, nel quale le due figure femminili - che della redenzione sono protagoniste - sono accostate una all’altra.
PORTA PER LA QUALE VENNE AL MONDO LA LUCE
Come Eva è madre dei viventi, i quali per la sua colpa sono destinati alla vita che conosciamo e al suo termine terreno, così Maria è la nuova Eva, nel senso di loro madre spirituale, per aver portato fisicamente il Salvatore e per l’obbedienza che ha reso possibile il ‘progetto’ di redenzione del Padre; come è ben rappresentato in tante Annunciazioni, sul cui sfondo compaiono proprio Adamo ed Eva nel momento in cui sono costretti ad abbandonare il Paradiso terreste. È ai primi Padri della Chiesa che risale la considerazione di Eva, cui ci si riferiva appunto con il titolo di madre dei viventi, quale prefigurazione di Maria, che così diventava la loro nuova e ‘vera’ madre, nel senso di collaboratrice al compimento del loro destino; “porta per la quale venne al mondo la luce”, come viene definita nella liturgia. Il riferimento più antico rintracciabile in questa direzione è quello di san Giustino martire (100-165), conosciuto anche come Giustino filosofo, che riconosce una analogia di metodo (la libera scelta tra obbedienza e disobbedienza) tra il primo peccato e il procedimento della salvezza attraverso l’Incarnazione. «Noi sappiamo che il figlio di Dio (...) s’è fatto uomo dalla Vergine, perché la disobbedienza iniziata per opera del serpente, finisse per quella stessa via per la quale ebbe inizio. Eva, infatti, che era ancora vergine incorrotta, ascoltò la parola del serpente, e partorì, con la disobbedienza, la morte. (…) Maria vergine, invece, avendo prestato fede all’angelo Gabriele che le recò il lieto annunzio che lo Spirito del Signore sarebbe venuto in lei e la potenza dell’Altissimo l’avrebbe adombrata e colui che sarebbe nato da lei, santo, sarebbe Figlio di Dio, con l’animo pieno di gioia rispose ‘Avvenga di me quello che hai detto’.» Ad approfondire il parallelismo sarà però sant’Ireneo (150-202 ca), nel quale Maria assume un ruolo pienamente congiunto a quello del Figlio. E poiché l’opera di ripristino della salvezza da parte di Cristo doveva ripercorrere e riparare la storia del peccato e della caduta dell’uomo, così, come Gesù diventa il nuovo Adamo, Maria assume in sé la figura di Eva. «Come Eva fu sedotta dalla parola dell’angelo (decaduto) al punto di fuggire davanti a Dio, avendo trasgredito la sua parola, così Maria ricevette il lieto annuncio per mezzo della parola dell’angelo, cosicché, obbedendo alla sua parola, portò Dio dentro di sé. (…) Ciò che è legato, infatti, non si scioglie se non seguendo l’ordine inverso dei nodi, così che il primo nodo (Eva) viene sciolto dal secondo (Maria), ossia il secondo (Maria) libera il primo (Eva).» (Contro le eresie, trad. Casagrande) Infine, a conclusione di questo breve accenno ai Padri della Chiesa, in quanto fondatori dell’immagine di Maria “nuova Eva” e, soprattutto, per l’eco che del loro pensiero si ritrova proprio nelle pagine di Péguy, un brano particolarmente suggestivo di sant’Efrem il Siro (306-373). «Eva, la madre di tutti i viventi, diventò sorgente di morte per tutti i viventi. Ma fiorì Maria, nuova vite rispetto alla vite antica, Eva, e in lei abitò la nuova vita, Cristo, affinché quando la morte lo avrebbe divorato e gli si sarebbe avvicinata sfacciatamente, come di consueto, le fosse occultata, in quel frutto mortale, la Vita distruggitrice della morte. (…) Eva si rese colpevole nell’Eden; il serpente, lo scriba perverso, scrisse il grande chirografo della colpa in forza del quale i posteri, nelle generazioni venture, sarebbero stati colpiti dalla morte; lo firmò e lo munì del sigillo della sua perfidia. Causa la sua frode, il drago antico vide moltiplicarsi il delitto di Eva; fu la donna che amò la frode del suo seduttore obbedì al diavolo e precipitò l’uomo dalla sua dignità. Eva si rese colpevole del peccato, ma il debito fu riservato a Maria, perché la figlia saldasse i debiti della madre sua e stracciasse il chirografo che aveva trasmesso i gemiti di lei a tutte le generazioni.
EVA E MARIA, TRADIZIONE E INCARNAZIONE IN PÉGUY
Nel 1909, ormai ritrovata la fede come al fondo del proprio cammino, Péguy decide di rimettere mano al dramma in tre atti dedicato a Giovanna d’Arco e pubblicato nel 1897. Ha tante idee nuove da sviluppare e sembra quasi non riuscire a fermarsi: come accade per il racconto della passione di Cristo, che scrive di getto al momento di correggere le bozze del nuovo testo. Solo alla terza revisione, davanti all’insistenza del tipografo e all’urgenza dei tempi che si sono allungati troppo oltre il previsto, decide finalmente di dare il via libera alla stampa; non senza aver tagliato dalle bozze stesse, per motivi di lunghezza, una parte dell’opera, che dunque non troverà posto nel Mistero della ca**tà di Giovanna d’Arco così come sarà pubblicato nel gennaio del 1910. Sarà solo nel 1925, nell’ambito della raccolta integrale dell’opera di Péguy per la Pléiade, che il testo espunto verrà stampato (sotto la direzione del figlio Marcel) con il titolo di Mistero della vocazione di Giovanna d’Arco.
DUE STRANI PELLEGRINI
Madame Gervaise rientra. Con questa indicazione scenica si avvia la narrazione della vocazione di Giovanna, che, nel primo atto (e solo in questo), vede il dialogo tra Jeannette e Madame Gervaise, alternato da alcuni monologhi. In uno di questi Madame Gervaise inizia un lungo racconto. “C’erano due pellegrini che passavano di tanto in tanto. Raccontavano delle storie, la sera, durante la veglia. Conoscevano una quantità di storie. (…) Erano due fratelli. Io mi ricordo bene. Mi ricordo bene i loro nomi. Si chiamavano Girolamo e Giovanni Teroldo. Erano due strani pellegrini. Spergiuravano e sacramentavano continuamente, Dio li perdoni. Spergiuravano come dei pagani. E commettevano con grande frequenza, con frequenza maggiore rispetto a quelli della loro condizione, il peccato della collera, di andare in collera e di millantare con tutti. Erano due uomini di cuore. Allora, per espiare i loro peccati che commettevano di continuo, che ricominciavano l’indomani mattina, essi continuavano a fare dei voti, si rimettevano continuamente in strada. Allora, essi erano continuamente sul cammino della Terra Santa. Facevano continuamente dei pellegrinaggi.” (Il mistero della vocazione di Giovanna d’Arco, Jaca Book Teatro, traduzione di Pierluigi Lia) Due strani pellegrini il cui fare paradossale incarna il tipo umano cristiano secondo Péguy (e il modo in cui vede anche se stesso): “Io sono un peccatore. Non sono un santo. Un peccatore, ma uno con tesori di grazia”. Ma soprattutto indicano quella che dovrebbe essere la dinamica centrale della fede. “I cristiani moderni (…) perdono continuamente di vista quella precarietà che è per il cristiano la condizione più profonda dell’uomo; perdono di vista quella profonda miseria: e non tengono presente che bisogna sempre ricominciare.” (Nota congiunta su Cartesio e sulla filosofia cartesiana, Edizioni Milella, A cura di Angelo Prontera e Mario Petrone).
DUE NARRATORI IN PIÙ
In realtà dietro questi due pellegrini, come a mettere alla prova i propri lettori, Péguy ‘nasconde’, con il nome di Girolamo e Giovanni Teroldo, i suoi cari amici e fedeli collaboratori, i fratelli Jérôme e Jean Tharaud. Un ‘divertimento’, certo, ma una scelta non casuale; a loro Péguy ha affidato infatti, anni prima, proprio il suo primo Cahier ‘medievale’ e il primo a portare il nome di una festa liturgica, il Cahier de Noël del 1902. Ed è singolare che il rimando del titolo a una festa religiosa e, più, l’incarico affidato ai Tharaud di raccontare alcune storie popolari di devozione alla Madonna, accadano in un momento in cui lo scrittore è ancora lontano dalla fede. La stessa richiesta viene rinnovata due anni dopo per il Cahier del Natale 1904. Il nuovo volume (questa volta in grande formato) contiene nella prima parte una trentina di lavori di Primitivi francesi, commentati da Louis Gillet e ripresi dalla grande mostra loro dedicata al Louvre e alla Biblioteca Nazionale, mentre la nuova raccolta di Contes de la Vierge ne occupa tutta la seconda parte. L’abbinamento tra la pittura medievale e le “storie di Maria”, certo cosciente dei rimandi e delle citazioni continue che legano l’una alle altre, riporta il contenuto religioso di questi Cahiers (e così probabilmente ne spiega il motivo) all’interno della grande passione di Péguy per il Medioevo. Una passione unita alla competenza, tanto che, quando lo accusano di scrivere leggende, egli riafferma con forza la propria specifica “conoscenza storica della cristianità francese dell’XI, del XII, del XIII, del XIV e del XV secolo.” Ma l’originalità del suo atteggiamento verso il Medioevo (e la modernità del suo pensiero) sta nel fatto che egli non pone il solo tema del recupero della tradizione, ma, molto più profondamente, quello della sua rinnovazione. Nell’introdurre i racconti del 1902, Péguy espone in merito un’idea precisa. “Essi (i Tharaud) non hanno modificato la Leggenda antica. Ma si sono riservati il diritto di raccontarla liberamente a loro volta, così come la raccontavano liberamente, senza alterare il riferimento comune, gli antichi narratori. La Leggenda appartiene a tutto il mondo. Gli stessi che ce l’hanno lasciata l’avevano scritta, la scrivevano e la riscrivevano di continuo. I Tharaud non sono che due narratori in più, dopo tanti e come tanti narratori.” La Leggenda cui Péguy si riferisce è il corpus di racconti dedicati a Maria tradotti dal latino e messi in versi dal benedettino Gautier de Coincy all’inizio del XIII secolo; racconti pubblicati in Francia con il titolo di Miracoli della Santa Vergine a cura dell’abate Poquet nel 1857. I fratelli Tharaud, secondo Péguy, entrano dunque a far parte di questa tradizione rielaborando, come Gautier de Coincy, Gonzalo de Berceo, Alfonso X di Castiglia, alcuni di questi racconti o aggiungendone altri originali. E ogni autore è come autorizzato a questa libertà perché una tradizione fissata una volta per tutte, rigida e come morta, non serve a nulla e, certo, non aiuta a vivere. Esiste invece una continuità nella storia, un rapporto con quanto ci precede, con ciò che chiamiamo tradizione, che è responsabilità e soprattutto rischio: come i talenti della parabola che non possono essere nascosti o ne saranno consumati come se fossero stati investiti malamente.
COME FOSSE LA PRIMA VOLTA
Questo ‘atteggiamento’ di Péguy verso la tradizione, che gli appartiene come temperamento e come pensiero, si approfondirà con la conversione, maturando aspetti e significati ulteriori. A questo proposito è indicativo quanto Madame Gervaise si attarda a precisare, sempre nel Mistero della vocazione di Giovanna d’Arco, prima di introdurre una delle storie che i due pellegrini sono soliti raccontare (I Tre Ducati); entrando così nel merito della loro vocazione poetica e indicando cosa ne costituisca il punto originale. “Conoscevano una quantità di storie. Non le avevano inventate, naturalmente; non tutte. Le avevano raccolte su tutti i cammini della terra, in tutti i regni della cristianità. E anche presso gli infedeli. Soltanto, avevano qualche cosa. Di dentro. Bisogna che essi avessero qualche cosa. Quando vi raccontavano una storia, si sarebbe detto che essa uscisse loro dal cuore proprio in quell’istante, nel momento esatto, proprio in quel momento, che essa fosse del tutto nuova, che non fosse mai servita, a nessuno; che essa uscisse immediatamente dal cuore; che essi la facessero uscire, che la inventassero, che la trovassero, che la fabbricassero di bell’apposta. Che fosse la prima volta. Che essa non fosse mai stata raccontata sulla faccia della terra.” Questo punto originale è dunque la possibilità di un inizio sempre nuovo, di poter ricominciare sempre; e non solo un’opzione privata, come l’attesa di un intervento speciale della Vergine, ma che riguarda la salvezza stessa del mondo: un ri-inizio della storia che sconfigge la morte e l’avanzare inesorabile di tutte le cose verso la fine; azione di una Grazia che rifonda, cambia i cuori, che ‘rivolta’ la vita di chi le lascia una porta aperta, un pertugio o una ferita, un “taglio” da cui possa passare; come un nuovo essere che zampilla all’interno della creazione. Il presente si fa porta della Grazia: è il mistero dell’incarnazione. È esattamente questa nuova coscienza che riassume la novità introdotta dalla fede nel pensiero e nell’opera di Péguy. Ed è in questo ‘percorso di approfondimento’ - termine che egli preferisce a quello di conversione, che invece contesta, rivendicando una solida coerenza lungo tutta la propria vita spirituale e intellettuale (e tra la vita spirituale e quella intellettuale) - che si inserisce anche la figura di Maria.
UNA PREGHIERA DI RISERVA In questo senso, i due pellegrini continuamente in viaggio diventano una sorta di calco e di prefigurazione del ‘percorso’ di Péguy. Anche a volerli trattare solo come suggestioni letterarie, i loro pellegrinaggi non possono non ricordarci quelli di Péguy, a passo di marcia, alla statua della Vergine nella cattedrale di Chartres; quasi un modo per ammettere le proprie radici medievali e, insieme, di confessarsi di nuovo, e pubblicamente, cristiano. Una devozione a Maria che un po’ alla volta diventerà decisiva: come la preghiera intitolata a lei, quell’Ave, che, da sola, pronunciata pur nell’ultimo istante, riesce a salvare un’anima. Pèguy la chiamerà la propria “preghiera di riserva”, che può resistere sempre, come un’ultima parola che può essere detta sempre e in qualsiasi situazione (ricordiamo che Péguy, per la condizione “irregolare” del proprio matrimonio, non poteva accedere ai sacramenti); tanto certo della sua efficacia da lasciare a casa di proposito, nascosto in un cappotto, il rosario che gli era stato regalato per accompagnarlo al fronte, confidando solamente in quell’ultimo nunc et in hora mortis nostrae che avrebbe pronunciato. Ma soprattutto, questa devozione diventerà nel tempo, oltre che una preghiera di affidamento dei propri figli, anche un insperato sguardo di dolcezza e di misericordia con cui penetrare la condizione umana e il proprio personale sconforto. Qualche anno dopo il suo viaggio nelle storie medievali dedicate alla Vergine, Péguy pubblica infatti “Eva”, un nuovo testo in forma poetica del quale Maria costituisce il ‘fulcro’ oggettivo. Nel poema il racconto dell’umanità ferita dal peccato si svolge con un tono insieme tenero e doloroso, forte di quella compassione che Gesù introduce tra gli uomini; un poema che trova la migliore raffigurazione del mistero dell’incarnazione proprio sul filo che corre tra Eva e Maria, tra la prima Eva e la nuova Eva. Un testo di quasi duemila quartine, solo per la sua parte effettivamente stampata, pubblicato il 28 dicembre 1913, che costituisce una sorta di lungo testamento poetico dello scrittore francese.
EVA E MARIA
A parlare per tutto il poema è sempre Gesù, introdotto all’inizio con la solita semplice didascalia, Gesù parla, che volta a volta si qualifica come Dio o come uomo, quando si esprime in prima persona singolare, o invece come comunità degli uomini, nel caso del plurale; oppure, ancora, diventando (per immedesimazione) la voce dell’umanità, quando parla in terza persona. Fin dai primissimi versi a dominare è la confidenza del tono che Gesù assume nei confronti di Eva e della sua sorte; rimproverandola a volte, altre volte pregando e intercedendo presso il Padre per lei e per la sua stirpe, ma sempre con un affetto evidente, dal quale traspare tutta la Sua partecipazione alla storia di quei ‘poveri uomini’ costretti “fuori dal primo giardino”. Una confidenza che rende evidente la centralità dell’incarnazione in Péguy non come una operazione di salvataggio lanciata da un dio creatore lontano, che interviene per mettere le cose al loro posto, ma come amore incondizionato che arriverà al sacrificio di sé e che diventa specchio del valore dell’uomo, pur nella sua esistenza lontana da Dio, e nel quale l’uomo può riconoscere la strada per un ritorno a quella terra di cui è stato plasmato e dalla quale era stato cacciato. Lungo tutto il testo Eva stessa prende un volto via via diverso, ora rappresentando la madre dei viventi, colei che – unica – ha provato personalmente la felicità perfetta e poi il distacco da essa (Gli altri hanno provato i muri della prigione, / ma voi d’entrare in questa cella), ora, invece, l’umanità e la sua condizione di dolore; ora la Chiesa, che accompagna in modo misterioso il cammino della sua progenie fino al giorno della nascita di Cristo, e infine Maria stessa. Eva dunque, che prima è “madre di Nostra Signora”, “madre della madre dei viventi”, cui Gesù si rivolge adattando la formula iniziale dell’Ave Maria - “E io vi saluto o piena di disgrazia” - proprio con il Natale, o meglio con l’incarnazione, ‘diventa’ la nuova Eva: colei che ha visto chiudere la porta del Paradiso dietro di sé, diventa colei che la riapre nuovamente con il proprio assenso e la propria disponibilità al progetto di Dio. E se pur Maria non è quasi mai nominata direttamente, “essa è dovunque, con tutte le donne, con la donna che segue i funerali di tanti figli, e seppellisce tanti ragazzi smilzi e che su tanti volti periti ha deposto l’ultimo bacio.” (Charles Moeller, Letteratura moderna e cristianesimo) Il poema accompagna dunque il lettore dalla prima creazione e dal successivo esilio terreno per tutto lo svolgersi della storia di Gesù, fino al primo veleggiare della “barca di Pietro”; per concludersi infine con il racconto della storia delle due sante predilette da Péguy, che, così distanti e diverse tra loro per destino e temperamento – l’una, santa Genoveffa, morta tra i suoi cari a 92 anni, l’altra, santa Giovanna d’Arco, morta in solitudine a 19 sul rogo – compongono il quadro di una corrispondenza dell’incarnazione di Cristo con ogni uomo. Come scrive Giuliano Figini, primo traduttore di Eva in Italia, “Raramente un poema sa così profondamente immergere in un clima sacro e così intensamente far sentire il passaggio dal mondo perduto al miracolo del mondo salvato da Cristo”.
UN ULTIMO INTRECCIO
A rendere evidente la continuità di argomenti e anche di toni tra il primo ‘ingresso’ di Maria nel lavoro di Péguy, con il Cahier del 1902, e questo suo ultimo lavoro poetico nel 1913, a meno di un anno dalla sua morte in guerra, alla vigilia della battaglia della Marna, emerge tra gli altri un racconto dei più brevi dei fratelli Tharaud, L’ultima visitatrice, dedicato al Natale. In questo testo il passaggio del testimone tra le due epoche, quella della prima creazione e del primo peccato e quella della seconda creazione e della salvezza, viene rappresentato proprio attraverso un ’incrocio’ simbolico tra le due donne: un passaggio del quale la nascita di Gesù rappresenta il confine e insieme il varco. Comprimari della storia, i due animali del presepe, ai quali in Eva verrà poi dato uno spazio tutto speciale, con un linguaggio ironico e insieme bonario che ricalca quello che Gesù spesso usa verso Eva e l’intera umanità. “Il bambino alzava gli occhi alle due grosse teste, / seguendo con lo sguardo quei due grandi monumenti. / Loro lì vicino gli facevano le feste, / dondolando dal castello come piroscafi giganti.” Roberto Gabellini