Cunti e Cuntamu

Cunti e Cuntamu Questo progetto è frutto di un impegno condiviso e volontario.

In ogni numero troverete voci diverse, sguardi plurali: riflessioni, immagini, racconti, testimonianze, memoria del passato e sguardo al futuro.

𝐂𝐨𝐫𝐫𝐚𝐝𝐨 𝐀𝐥𝐯𝐚𝐫𝐨, 𝐚 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐚𝐧𝐭'𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐫𝐬𝐚 𝐥𝐚 𝐯𝐨𝐜𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐥'𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐚𝐥𝐚𝐛𝐫𝐢𝐚A settant'anni dalla sua ...
30/06/2026

𝐂𝐨𝐫𝐫𝐚𝐝𝐨 𝐀𝐥𝐯𝐚𝐫𝐨, 𝐚 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐚𝐧𝐭'𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐫𝐬𝐚 𝐥𝐚 𝐯𝐨𝐜𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐥'𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐚𝐥𝐚𝐛𝐫𝐢𝐚

A settant'anni dalla sua scomparsa, il ricordo di Corrado Alvaro continua a essere un punto di riferimento imprescindibile per comprendere la Calabria e la sua identità più autentica. Scrittore, giornalista, poeta e sceneggiatore, Alvaro non è stato soltanto uno dei maggiori protagonisti della letteratura italiana del Novecento, ma anche il narratore che ha saputo trasformare una terra periferica in un luogo universale della memoria, della dignità e della condizione umana.

Nato a San Luca il 15 aprile 1895, figlio di un maestro elementare che aveva fondato una scuola serale per contadini e pastori analfabeti, crebbe respirando il valore della cultura come strumento di emancipazione. Un insegnamento destinato ad accompagnarlo per tutta la vita e a riflettersi nella sua produzione letteraria.

Il rapporto con la sua terra nasce presto sotto il segno della lontananza. Ancora ragazzo lascia San Luca per proseguire gli studi, ma proprio la distanza rende più vivo il legame con l'Aspromonte. Già negli anni della formazione coltiva una profonda passione per la letteratura, leggendo Carducci, Pascoli e D'Annunzio. Nel 1914 pubblica le sue prime poesie su Il Nuovo Birichino Calabrese e alcune traduzioni sulla Rivista d'Oggi, dando avvio a un percorso destinato a lasciare un segno profondo nella cultura italiana.

Lo scoppio della Prima guerra mondiale interrompe bruscamente i suoi studi. Chiamato alle armi, combatte sul fronte dell'Isonzo e sul Monte Sei Busi, nel Carso, dove viene gravemente ferito alle mani. La ferita alla mano destra non guarirà mai completamente e per il coraggio dimostrato riceverà la Medaglia d'Argento al Valor Militare. Da quell'esperienza nascerà Poesie grigioverdi (1917), raccolta nella quale il dolore della guerra trova una delle sue prime espressioni letterarie.

Nello stesso anno inizia anche una brillante carriera giornalistica che lo porterà a collaborare con alcune delle più importanti testate italiane. Viaggia molto, conosce l'Europa, osserva i grandi cambiamenti del suo tempo. Eppure, quanto più si allarga il suo orizzonte culturale, tanto più forte diventa il richiamo della Calabria.

È proprio questa apparente contraddizione a rendere unica la sua opera. Alvaro racconta la Calabria non come semplice spazio geografico, ma come dimensione esistenziale. Nei suoi libri, e in particolare nel celebre Gente in Aspromonte, la sua terra diventa simbolo universale della fatica, della povertà, dell'orgoglio e della ricerca di riscatto. La nostalgia non è mai semplice rimpianto, ma diventa strumento di conoscenza e di comprensione della realtà.

La sua scrittura restituisce il volto di una Calabria fuori dal tempo, sospesa tra mito e storia, dove convivono dolore e speranza, isolamento e dignità. Un sentimento che appartiene a generazioni di emigranti e che Alvaro è riuscito a tradurre in parole con una sensibilità e una profondità ancora oggi difficilmente eguagliabili.

Per questo risulta difficile comprendere davvero la Calabria senza aver prima letto Corrado Alvaro. Le sue pagine continuano a offrire una chiave di lettura preziosa non solo del passato, ma anche delle sfide del presente, raccontando una terra complessa senza mai cedere agli stereotipi.

Corrado Alvaro si spense a Roma l'11 giugno 1956, a soli 61 anni. A settant'anni dalla sua morte, la sua eredità letteraria resta viva e attuale. Le sue opere continuano a parlare ai lettori di oggi, ricordando che le radici non rappresentano un limite, ma il punto da cui osservare il mondo con maggiore consapevolezza.

Il modo migliore per celebrarne la memoria non è soltanto ricordarne la figura, ma continuare a leggere le sue opere. Perché nelle pagine di Corrado Alvaro vive ancora una Calabria autentica, capace di raccontare sé stessa e, attraverso la propria storia, l'intera esperienza umana.

𝐌𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐞 𝐞 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚𝑷𝒆𝒍𝒍𝒂𝒓𝒐, 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒊𝒍 𝒎𝒂𝒓𝒆 𝒆𝒏𝒕𝒓𝒂𝒗𝒂 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒕𝒆𝒓𝒓𝒂: 𝒔𝒕𝒐𝒓𝒊𝒂 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒃𝒂𝒊𝒂 𝒔𝒄𝒐𝒎𝒑𝒂𝒓𝒔𝒂 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝑭𝒐𝒔𝒔𝒂 𝒅𝒊 𝑺𝒂𝒏 𝑮𝒊𝒐𝒗𝒂𝒏𝒏𝒊Oggi...
29/06/2026

𝐌𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐞 𝐞 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚

𝑷𝒆𝒍𝒍𝒂𝒓𝒐, 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒊𝒍 𝒎𝒂𝒓𝒆 𝒆𝒏𝒕𝒓𝒂𝒗𝒂 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒕𝒆𝒓𝒓𝒂: 𝒔𝒕𝒐𝒓𝒊𝒂 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒃𝒂𝒊𝒂 𝒔𝒄𝒐𝒎𝒑𝒂𝒓𝒔𝒂 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝑭𝒐𝒔𝒔𝒂 𝒅𝒊 𝑺𝒂𝒏 𝑮𝒊𝒐𝒗𝒂𝒏𝒏𝒊

Oggi la costa a sud di Reggio Calabria appare come una linea quasi uniforme, scandita dalla strada statale e da una successione continua di edifici e campi coltivati. Eppure, per secoli, il tratto di mare davanti a Pellaro era profondamente diverso: il mare penetrava nella terra formando una vera e propria insenatura naturale, una rada riparata conosciuta con il nome di Fossa di San Giovanni.

Oggi non se ne vede più traccia evidente, ma le fonti storiche e i documenti d’archivio restituiscono l’immagine di un paesaggio perduto, che ha avuto un ruolo centrale nella vita economica e strategica della zona per oltre mille anni. Le radici di questa storia affondano nell’antichità. Già in età romana, lungo questa porzione di costa esistevano attività legate alla navigazione e al commercio marittimo.

Un’iscrizione del I sec. d.C. testimonia la presenza di lavoratori impegnati nella costruzione di navi, segno che qui esisteva un approdo attrezzato, funzionale ai traffici nel Mediterraneo. Non è un caso che alcuni studiosi abbiano ipotizzato l’identificazione di questo luogo con l’antico porto di Bolaro, un punto di contatto tra la Calabria e le rotte orientali.

Continua sul 3° Numero di "Cunti e Cuntamu"

𝐄̀ 𝐢𝐧 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐳𝐨 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐂𝐮𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐂𝐮𝐧𝐭𝐚𝐦𝐮.Un giornale di comunità nato dall'impegno condiviso e volontario di pers...
19/06/2026

𝐄̀ 𝐢𝐧 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐳𝐨 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐂𝐮𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐂𝐮𝐧𝐭𝐚𝐦𝐮.

Un giornale di comunità nato dall'impegno condiviso e volontario di persone che credono nel valore dell'incontro, della partecipazione e della narrazione collettiva.

Anche in questa nuova uscita troverete voci diverse e sguardi plurali: riflessioni, immagini, racconti, testimonianze, memorie del passato e visioni per il futuro. Un mosaico di esperienze che racconta la nostra comunità attraverso chi la vive, la custodisce e la fa crescere ogni giorno.

Il tema di questo numero è l'estate. Non solo una stagione, ma un tempo da abitare e condividere. Ad aprire il giornale sarà "𝐄𝐬𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐝'𝐀𝐧𝐢𝐦𝐨", un'introduzione che racconta un'estate fatta di cultura, partecipazione e solidarietà.

Dietro ogni evento, ogni iniziativa, ogni momento di aggregazione ci sono persone, idee e relazioni che contribuiscono a costruire legami e a rafforzare il senso di comunità. Per questo 𝐂𝐮𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐂𝐮𝐧𝐭𝐚𝐦𝐮 vuole essere uno spazio di racconto e di riconoscimento: un luogo dove dare voce a chi valorizza il territorio, promuove il bene comune e semina futuro.

📖 Il nuovo numero sarà disponibile a partire dal 20 giugno e potrà essere ritirato da chiunque lo desideri con un contributo volontario, destinato a sostenere le spese di stampa e a permettere la continuità di questo progetto collettivo.

🎉 La presentazione ufficiale avverrà nel corso della serata di Jamu a 𝐒𝐚𝐧 𝐅𝐢𝐥𝐢𝐩𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐞𝐥𝐥𝐚𝐫𝐨, nell'ambito dell'𝐕𝐈𝐈𝐈 𝐉𝐚𝐦𝐮 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥, un'occasione speciale per incontrarsi, condividere idee e celebrare insieme la forza delle comunità che si raccontano.

Vi aspettiamo per scoprire questo nuovo numero e per continuare a costruire, pagina dopo pagina, una storia comune fatta di partecipazione, memoria e futuro.

Pubblichiamo il II numero di "Cunti e Cuntamu". L’editoriale e il numero farà riferimento alla primavera non solo come u...
19/05/2026

Pubblichiamo il II numero di "Cunti e Cuntamu".

L’editoriale e il numero farà riferimento alla primavera non solo come una stagione, ma soprattutto come un modo di tornare.
Tornare a guardarsi, a riconoscersi, a raccontarsi.

Con questo secondo numero di "Primavera di Comunità" continuiamo un percorso nato dal desiderio di dare voce alle storie, alle persone e alle radici che tengono viva la nostra comunità.
In queste pagine convivono memoria e presente: racconti del passato che parlano all’oggi, tradizioni che resistono e si trasformano, volti e gesti quotidiani che costruiscono il senso dell’essere comunità.

Questo giornale nasce dall’ascolto e vuole restare aperto: uno spazio condiviso, dove ogni storia ha valore e ogni voce può trovare posto.

Perché una comunità cresce quando si riconosce, si prende cura delle proprie radici e guarda insieme al futuro.

📒𝐏𝐞𝐧𝐬𝐢𝐞𝐫𝐢 𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞📦𝐿𝑒 𝑣𝑎𝑙𝑖𝑔𝑖𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑓𝑎𝑛𝑜 𝑚𝑎𝑖 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 ✍️Scritto da Mara MariaRosa RechichiScrivo mentre disfo le vali...
08/05/2026

📒𝐏𝐞𝐧𝐬𝐢𝐞𝐫𝐢 𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞
📦𝐿𝑒 𝑣𝑎𝑙𝑖𝑔𝑖𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑓𝑎𝑛𝑜 𝑚𝑎𝑖 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜

✍️Scritto da Mara MariaRosa Rechichi

Scrivo mentre disfo le valigie ancora una volta. Non so dire quale volta sia. Dovrei mettermi a fare calcoli precisi; magari attingere alle regole della statistica e dire che è probabile che sia la centonovantasettesima volta da quel 14 settembre del 2006, il giorno in cui sono partita dalla Calabria per trasferirmi a Torino. In questi vent’anni ho imparato che le valigie non si disfano mai del tutto: restano sempre pronte, anche quando sono riposte in alto nell’armadio.
Non mi è mai piaciuto definirmi emigrata. È una parola che suona definitiva, quasi irreversibile, come se implicasse un taglio netto. La mia storia, invece, è stata soprattutto una storia di andate e ritorni. Un filo teso tra due luoghi che non hanno mai smesso di parlarsi dentro di me. Partire non è stato un gesto unico: è diventato un movimento continuo, fatto di treni, di aerei, di calendari scanditi dalle festività e dalle occasioni che riportano a casa.
Sono arrivata a Torino da insegnante, prima precaria e poi di ruolo. Una vita costruita passo dopo passo dentro la scuola, tra classi, corridoi e registri pieni di nomi e storie. È curioso pensare che la mia partenza sia arrivata poco dopo le Olimpiadi invernali che Torino ospitò nel 2006. Oggi, mentre si tengono le Olimpiadi di Milano-Cortina, mi sorprendo a pensare che forse il mio ritorno potrebbe coincidere proprio con questo nuovo appuntamento. Chissà. A volte la vita ama costruire simmetrie che sembrano quasi segni del destino.
Eppure ogni ripartenza è sempre stata uno strappo. All’inizio piccolo, quasi sopportabile. Con il tempo quello strappo si è fatto sempre più grande, fino a diventare una lacerazione sottile ma persistente. È il prezzo di chi vive tra due geografie affettive: da una parte il luogo che ti accoglie e ti offre nuove possibilità, dall’altra quello che continua a chiamarti con una voce che non si spegne.
Ricordo bene una delle prime impressioni che mi colpirono quando arrivai a Torino. Mi accorsi, con una specie di stupore infantile, che lì le arance si compravano. Sembrerà una cosa banale, ma per me non lo era affatto. In Calabria le arance non si compravano. C’era sempre qualcuno che te le regalava: un vicino, un parente, una comare. Una sporta piena di frutti arrivava da un terreno di famiglia, da un giardino, da un albero che produceva più di quanto servisse. Le arance non erano solo frutta: erano relazione, condivisione, abbondanza naturale.
Al Nord ho scoperto che anche i gesti più semplici hanno un prezzo e un luogo preciso dove avvenire: il supermercato, il mercato rionale, il banco della frutta. Ho imparato così a fare un curioso baratto simbolico: alle arance spontanee della mia terra ho sostituito qualcosa che a Torino era invece abbondante e quasi quotidiano. Gli spettacoli dal vivo. Teatri, opera, concerti, mostre. Tutto a portata di piedi, raggiungibile con una passeggiata serale tra strade illuminate e portici lunghi. Era come se la città mi dicesse: qui forse non ti regalano le arance, ma ti offrono altre forme di nutrimento.
Così, negli anni, ho imparato ad abitare entrambe le ricchezze. Da una parte il calore delle relazioni semplici, dall’altra la densità culturale di una grande città. Torino mi ha insegnato il passo lungo, la progettualità, la disciplina del lavoro. La Calabria mi ha insegnato il passo umano, la centralità dei legami, il valore dell’attesa e della cura.
E mentre vivevo altrove, non ho mai smesso di restituire qualcosa alla mia terra. In questi anni ho provato a raccontare la Calabria con gli strumenti che ho: la scrittura, l’impegno culturale, la curiosità. L’ho fatto (e lo faccio) sul mio blog, nelle presentazioni di eventi culturali, collaborando con alcune testate giornalistiche per parlarne, per narrarla oltre gli stereotipi, per ricordare a me stessa e agli altri che quella terra è molto più complessa e viva di quanto spesso si racconti.
Col tempo, però, anche la Calabria è cambiata. Oggi sono consapevole che anche lì le arance si comprano. Non te le regala più nessuno con la stessa naturalezza di un tempo. Le campagne sono cambiate, i ritmi di vita pure. E anche gli spettacoli culturali non sono più così lontani come una volta: forse non sono a portata di piedi, ma certamente a portata di automobile o di viaggi organizzati. In fondo, anche le distanze culturali si sono accorciate.
Questa consapevolezza mi accompagna ogni volta che preparo o disfo una valigia. Perché il ritorno non significa ritrovare esattamente il luogo che si è lasciato. I luoghi cambiano, proprio come cambiamo noi. Tornare significa piuttosto incontrare una terra nuova con occhi nuovi.
Negli ultimi anni il pensiero del ritorno si è fatto più insistente. Non come nostalgia romantica o come fuga, ma come possibilità concreta. Dopo vent’anni di andare e tornare sento che quel filo che mi tiene legata alla Calabria non si è mai allentato davvero. Anzi, forse si è rafforzato proprio grazie alla distanza.
Vorrei provare a trasformare questo desiderio in un progetto reale. Tornare non per cancellare il viaggio, ma per portare con me tutto ciò che il viaggio mi ha insegnato. Tornare con uno sguardo diverso, con competenze, esperienze, relazioni costruite altrove. Provare a restituire ancora qualcosa alla terra da cui sono partita.
Non so ancora quando accadrà davvero. Forse tra poco, forse tra qualche anno. Ma mentre disfo le valigie per la centonovantasettesima volta, mi accorgo che questa volta il gesto ha un significato leggermente diverso.
Non è solo la fine di un viaggio.
Potrebbe essere, lentamente, l’inizio di un ritorno.

𝐈𝐥 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐞 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚‘𝑁𝑡𝑜𝑛𝑖 𝑒 𝑖 𝑠𝑎𝑠𝑠𝑜𝑙𝑖𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒Mentre il treno fagocitava lento i binari dinanzi a sé, ‘Ntoni non potev...
04/05/2026

𝐈𝐥 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐞 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚
‘𝑁𝑡𝑜𝑛𝑖 𝑒 𝑖 𝑠𝑎𝑠𝑠𝑜𝑙𝑖𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒

Mentre il treno fagocitava lento i binari dinanzi a sé, ‘Ntoni non poteva distogliere lo sguardo dallo spettacolo che si offriva placido ai suoi occhi. La rada di Pellaro sfavillava nell’azzurro intenso del mare, confortandolo dopo i lunghi mesi passati a sfuggire alla morte, lontano dalla sua amata Maddalena, dai suoi genitori, dai suoi fratelli, dalla sua terra, e quindi più solo, più vulnerabile. Quella vista, seppur tanto familiare, gli appariva alla stregua di un miraggio. Non gli pareva vero che quel vento carico di salsedine gli carezzasse il viso, insinuandosi prepotente attraverso il finestrino con l’impeto, e allo stesso tempo la dolcezza, di chi riaccoglie tra le braccia una persona cara che non sperava più di rivedere.
E non credeva nessuno che sarebbe tornato dalla guerra. Non erano più arrivate le lettere che, non appena gli era possibile, spediva a Maddalena e alla madre per rassicurarle.
“Non si hanno sue notizie da mesi, nessuno di quelli che sono tornati lo ha visto, non ha mandato nemmeno un’ambasciata. È morto di sicuro, è inutile farsi illusioni!” – aveva sentenziato solo pochi giorni prima ‘mmare Tita, con la mancanza di compassione di chi, avendo perso due figli in guerra, quella del ‘15 – ‘18, completamente inaridita dal proprio dolore, non si curava del dolore altrui.
Per tutte quelle volte che la morte gli era passata accanto - falciando i suoi compagni d’arme, giovani e forti, innamorati e vibranti di vita come ‘Ntoni - il dubbio che difficilmente sarebbe tornato a casa si era spesso impadronito di lui. In quei momenti, più che la sua consueta spensieratezza, gli erano di conforto le parole che recitava a bassa voce, come un’orazione, un soldato romano del suo battaglione, con cui aveva immediatamente stretto amicizia:
“Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, o figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d’artista. Il tuo ombelico è una coppa rotonda dove non manca mai il vino. Il tuo ventre è un mucchio di grano circondato da gigli. I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella. Il tuo collo come una torre d’avorio…”.
Franco – questo era il nome del suo commilitone – gli aveva confidato che quelle parole del re Salomone, apprese durante gli anni di studio in seminario, lo aiutavano a placare l’insopportabile nostalgia per la moglie, sposata solo qualche mese prima di essere chiamato alle armi. ‘Ntoni non le afferrava tutte – non aveva studiato molto lui -, ma il semplice fatto di sapere che avessero a che fare con l’amore gli bastava. E gli faceva sentire più vicina Maddalena, il cui pensiero rappresentava l’unico antidoto allo scoramento.
Quando il treno rallentò la sua indolente corsa in prossimità della stazione di Pellaro, ‘Ntoni non lasciò che si fermasse del tutto. Mentre il vagone era ancora in movimento, con un balzo si catapultò sulla banchina e iniziò a correre, con le poche energie che mesi di privazioni e di fame gli avevano lasciato in corpo, diretto senza esitazioni a San Filippo. Dai suoi fratelli e da sua madre, alla Lia, sarebbe andato subito dopo. ‘Mmare Valdina avrebbe capito, lei sapeva del suo amore per Maddalena, ne era felice, senza il malanimo tipico delle suocere. Lungo strada incrociò gli sguardi di qualche conoscente, ma nessuno lo riconobbe per come era ridotto: magro, coi capelli e la barba lunghi, l’uniforme lacera, sporco come un maiale, con lo sguardo di un invasato.
Giunto nei pressi della casa dove Maddalena viveva con i genitori e le sorelle, picchiò alla porta. Dopo qualche istante, sentì la voce di ‘mmare Catarina: “Chi è?”
“Sono ‘Ntoni. Sono tornato! Dov’è Maddalena?”.
La donna gli riservò uno sguardo tra l’incredulo e l’atterrito, come di chi si ritrovasse davanti un fantasma. “Ma… ma siete davvero voi? Madonna santissima del Carmine, vi ringrazio!!! Figghiu, non avevamo più vostre notizie, vi credevamo morto, morto! Non sapete che pena avevamo nel cuore!”
“La stessa pena la provavo io quando pensavo a tutti voi, senza sapere se vi avrei rivisto!”. E dovette trattenersi, per non lasciare trasparire l’emozione, ormai difficile da contenere. “Ma adesso, non vi offendete, lasciatemi vedere Maddalena!”.
“Non è in casa” – rispose ‘mmare Catarina.“E’ andata con Carmela a procurarsi un po’ di erba da dare alle bestie. Le trovate al Trappeto Vecchio.”
Dapprima riprendendo a correre, poi - ormai esausto, ma pur sempre mosso da un desiderio incontenibile – procedendo a passo svelto, si diresse verso il luogo che gli era stato indicato.
I sentieri, con le loro sinuosità e le loro pendenze; i terrazzamenti, attraverso cui i terreni erano stati addomesticati per renderli più facilmente coltivabili; le ortiche e i cardi pungenti, o i barboncini , tanto indolenti all’apparenza, quanto ostici da estirpare; nulla di ciò che si presentava in rapida successione davanti ai suoi occhi, per quanto lo rallentasse, costituiva un serio ostacolo al suo incedere poderoso. Poi all’improvviso, cominciarono a delinearsi due figure femminili che, implacabili, con i loro movimenti rapidi e decisi, levando in alto e lasciando ricadere all’istante la falce che tenevano in mano, stendevano al loro passaggio un tappeto uniforme di erbe recise. Alla loro vista, ‘Ntoni rallentò, riconoscendo all’istante Maddalena, dalla corporatura robusta, e accanto a lei Carmela, più snella. Finalmente sollevato dal peso che gli gravava sul cuore, si predispose a quell’incontro che desiderava da lungo tempo. Così, riappropriandosi del suo consueto buonumore, piuttosto che riprendere a correre per riabbracciare Maddalena, pensò di annunciarsi ricorrendo a un gioco, uno dei tanti scherzi che le riservava quando la vedeva accigliarsi per una qualche ragione.
Si acquattò dietro uno dei maestosi fichi d’India che circoscrivevano quel terreno e si mise a scavare alla ricerca di qualche sassolino. Una volta che ebbe trovato quelli che facevano al caso suo, ne lanciò uno verso le due sorelle, che non sembrarono accorgersi di nulla. Il secondo tentativo fu più fruttuoso. Carmela, colpita alla gamba destra, sollevò di scatto il capo, indagando lo spazio intorno a sé per capire di cosa si trattasse. Non vedendo nulla di strano, riprese il suo lavoro. A questo punto, l’artiglieria aumentò la frequenza dei colpi, indirizzandoli verso il bersaglio principale. Maddalena, sentendo un fastidio, come un picchiettio - prima ad un piede, poi alla schiena -, lasciò cadere la falce che teneva in mano, si deterse il sudore che le imperlava il viso e la fronte, ed esclamò:
“Ma chi è che si prende spasso di noi?”
“Lascia che metta le mani su questo balordo , gli farò vedere io!” – urlò Carmela, paonazza per l’irritazione.
A quel punto, un volto emaciato, ma adornato da un sorriso radioso, fece capolino dal monumentale fico d’India che si stagliava alcuni metri più in alto. Le donne strabuzzarono gli occhi e rimasero per alcuni secondi impietrite, senza dire una parola o muovere un solo muscolo.
“Vedo che non potete nascondere la contentezza di rivedermi!” – disse ‘Ntoni ridacchiando e si diresse verso di loro che, ormai libere dall’incantesimo che le aveva immobilizzate, gli si erano già mosse incontro. L’esplosione di felicità che avvinghiò ‘Ntoni e Maddalena, stretti in un abbraccio senza parole, non si sopì mai e rimase incastonata nel profondo della loro anima per tutti gli anni che la vita riservò loro di vivere assieme.

Scritto da Paolo Quattrone

𝐿𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎, 𝑎𝑝𝑝𝑒𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑠𝑜𝑡𝑡𝑜 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜, 𝑠𝑖 𝑏𝑎𝑠𝑎 𝑠𝑢 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑐𝑐𝑎𝑑𝑢𝑡𝑖, 𝑖𝑙 𝑐𝑢𝑖 𝑛𝑢𝑐𝑙𝑒𝑜 𝑐𝑒𝑛𝑡𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑑𝑖𝑓𝑓𝑖𝑐𝑜𝑙𝑡𝑜𝑠𝑜 𝑟𝑖𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎 (𝑆𝑒𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎 𝐺𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑀𝑜𝑛𝑑𝑖𝑎𝑙𝑒) 𝑑𝑖 𝐴𝑛𝑡𝑜𝑛𝑖𝑜 𝑅𝑎𝑣𝑒𝑛𝑑𝑎, 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝑝𝑎𝑟𝑒𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑚𝑒𝑠𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑐𝑜𝑟𝑠𝑖 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑜𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑒́ 𝑎𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖 𝑐𝑎𝑟𝑖. 𝑈𝑛𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑡𝑖𝑣𝑎, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑖 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑐𝑜𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑓𝑢𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑝𝑝𝑎𝑡𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑒, 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑠𝑠𝑒𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑎𝑚𝑏𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎 𝑓𝑎𝑠𝑐𝑖𝑠𝑡𝑎, 𝑝𝑜𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑓𝑖𝑛𝑖𝑟𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑢𝑐𝑐ℎ𝑖𝑎𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑙 𝑔𝑜𝑟𝑔𝑜 𝑛𝑒𝑟𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑜𝑐𝑐𝑢𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑛𝑎𝑧𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑐𝑖𝑣𝑖𝑙𝑒.
𝑇𝑢𝑡𝑡𝑎𝑣𝑖𝑎, 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖 ℎ𝑎 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑟𝑖𝑔𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑒 𝑣𝑖𝑐𝑒𝑛𝑑𝑒, 𝑠𝑖𝑛 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑒 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑡𝑒, 𝑒̀ 𝑢𝑛 𝑚𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑜𝑙𝑡𝑟𝑒𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑏𝑖𝑧𝑧𝑎𝑟𝑟𝑜, 𝑐𝑖𝑜𝑒̀ 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝐴𝑛𝑡𝑜𝑛𝑖𝑜 𝑎𝑛𝑛𝑢𝑛𝑐𝑖𝑎 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑖𝑑𝑎𝑛𝑧𝑎𝑡𝑎 𝑀𝑎𝑑𝑑𝑎𝑙𝑒𝑛𝑎 𝑀𝑒𝑑𝑢𝑟𝑖, 𝑙𝑎𝑛𝑐𝑖𝑎𝑛𝑑𝑜𝑙𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑎𝑠𝑠𝑜𝑙𝑖𝑛𝑖 𝑛𝑎𝑠𝑐𝑜𝑠𝑡𝑜 𝑑𝑖𝑒𝑡𝑟𝑜 𝑢𝑛 𝑓𝑖𝑐𝑜 𝑑’𝐼𝑛𝑑𝑖𝑎.
𝑀𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑒̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒, 𝑝𝑒𝑟 𝑢𝑛 𝑢𝑜𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝑟𝑖𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑑𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎, 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑐ℎ𝑒𝑟𝑧𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒, 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑐𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑟𝑟𝑒𝑟𝑒 𝑎𝑑 𝑎𝑏𝑏𝑟𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑠𝑢𝑏𝑖𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎 𝑎𝑚𝑎𝑡𝑎? 𝐸’ 𝑖𝑛𝑐𝑟𝑒𝑑𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 - ℎ𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎𝑡𝑜 -, 𝑠𝑒𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑎, 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑟𝑜𝑠𝑖𝑚𝑖𝑙𝑒, 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑓𝑖𝑙𝑚 ℎ𝑜𝑙𝑙𝑦𝑤𝑜𝑜𝑑𝑖𝑎𝑛𝑜. 𝐼𝑛𝑣𝑒𝑐𝑒, 𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑠𝑖𝑎𝑠𝑖 𝑓𝑖𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑡𝑖𝑣𝑎, 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑝𝑎𝑐𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑖 𝑚𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑟𝑎𝑚𝑚𝑎𝑡𝑖𝑐𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑐𝑎𝑠𝑜, ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑢𝑛 𝑙𝑖𝑒𝑡𝑜 𝑓𝑖𝑛𝑒.

𝐈 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐡𝐢: 𝐋’𝐀𝐫𝐜𝐨 𝐝𝐢 𝐍𝐞𝐬𝐜𝐢“𝐿’𝐴𝑟𝑐𝑜 𝑑𝑖 𝑁𝑒𝑠𝑐𝑖, 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑙’𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑣𝑎 𝑖𝑙 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜”C’è un punto, a Pellaro, in cui la...
28/04/2026

𝐈 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐡𝐢: 𝐋’𝐀𝐫𝐜𝐨 𝐝𝐢 𝐍𝐞𝐬𝐜𝐢
“𝐿’𝐴𝑟𝑐𝑜 𝑑𝑖 𝑁𝑒𝑠𝑐𝑖, 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑙’𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑣𝑎 𝑖𝑙 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜”

C’è un punto, a Pellaro, in cui la strada incontra la storia.
Tra la via Nazionale e l’imbocco di via Lume, che risale verso le colline, si apre l’Arco di Nesci, una struttura in pietra che racconta ancora oggi il rapporto profondo tra l’uomo, l’acqua e la terra. Non si tratta di un semplice manufatto viario.
L’arco nacque come parte di un articolato sistema di ingegneria idraulica rurale, progettato per superare i dislivelli naturali della zona e consentire il trasporto dell’acqua dal pozzo di Pantano, un traforo scavato nelle colline retrostanti Pellaro.
Da qui l’acqua veniva convogliata verso valle, permettendo l’irrigazione dei campi anche lontano dai corsi d’acqua naturali.
Un intelligente sistema per irrigare i vasti giardini di proprietà della famiglia Nesci che, affidati in colonìa, venivano irrigati con la tecnica dell’allagamento delle caselle 5x5.
Da un bugiardino redatto il 7 giugno 1795 ed inserito nel “𝐿𝑖𝑏𝑒𝑟 𝑃𝑎𝑟𝑙𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜𝑟𝑢𝑚 𝑈𝑛𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑡𝑎𝑡𝑖𝑠” negli atti del notaio reggino Diego Vitrioli la ratifica, per copia autentica di un accordo stipulato dai Sindaci con 𝐺𝑖𝑎𝑛𝑛𝑎𝑛𝑑𝑟𝑒𝑎 𝑁𝑒𝑠𝑐𝑖, per l’utilizzazione di una sorgente d’acqua che sgorga in località 𝐏𝐚𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨, in territorio di Pellaro e che il Nesci vuole destinare all’irrigazione dei terreni in contrada 𝐑𝐢𝐛𝐞𝐫𝐠𝐨, dove ha costruito un bottesco, mentre i sindaci vogliono alimentarci una fontana da realizzare nella piazzetta della Chiesa parrocchiale S. Maria del Lume.
L’accordo prevede che l’acqua venga divisa a metà.
Il pozzo e l’infrastruttura idrica erano inizialmente di proprietà della famiglia Nesci, tra le più influenti del territorio. Ma ciò che rende questa vicenda particolarmente significativa è il passaggio da bene privato a risorsa collettiva: il barone 𝑆𝑎𝑣𝑒𝑟𝑖𝑜 𝑁𝑒𝑠𝑐𝑖 donò l’opera e l’uso dell’acqua alla popolazione, contribuendo in modo decisivo allo sviluppo dell’agricoltura locale. Grazie a questo sistema, la zona conobbe una stagione di prosperità, legata soprattutto alla coltivazione del bergamotto, che avrebbe segnato l’identità economica e paesaggistica di Pellaro.
Dal punto di vista architettonico, l’arco si presenta come una struttura a tutto sesto, realizzata con muratura in pietrame locale e, una volta composta, da conci di laterizio disposti radialmente, secondo tecniche costruttive tradizionali.
La massa muraria, pensata per resistere nel tempo, sosteneva il tracciato del canale idrico soprastante, consentendo al contempo il passaggio sottostante lungo l’antico percorso che collegava la costa alle aree collinari. Per decenni l’Arco di Nesci è stato un nodo essenziale dell’organizzazione territoriale: luogo di transito, di lavoro, di incontro.
Oggi, segnato dal tempo, continua a interrogare la comunità sul valore del patrimonio storico minore, spesso invisibile ma fondamentale per comprendere l’identità dei luoghi.
Recuperare opere come questa non significa soltanto consolidare delle pietre, ma ricostruire una memoria collettiva, fatta di saperi contadini, di solidarietà e di ingegno. Perché l’Arco di Nesci non è solo un manufatto antico: è la traccia concreta di un tempo in cui l’acqua, guidata dall’uomo, modellava il paesaggio e la vita quotidiana di un’intera comunità.

𝑺𝒂𝒏 𝑮𝒊𝒐𝒓𝒈𝒊𝒐, 𝒕𝒓𝒂 𝒔𝒕𝒐𝒓𝒊𝒂, 𝒇𝒆𝒅𝒆 𝒆 𝒊𝒅𝒆𝒏𝒕𝒊𝒕𝒂': 𝒊𝒍 𝒔𝒊𝒎𝒃𝒐𝒍𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒖𝒏𝒊𝒔𝒄𝒆 𝑹𝒆𝒈𝒈𝒊𝒐 𝑪𝒂𝒍𝒂𝒃𝒓𝒊𝒂Il legame tra la città di Reggio Calabri...
23/04/2026

𝑺𝒂𝒏 𝑮𝒊𝒐𝒓𝒈𝒊𝒐, 𝒕𝒓𝒂 𝒔𝒕𝒐𝒓𝒊𝒂, 𝒇𝒆𝒅𝒆 𝒆 𝒊𝒅𝒆𝒏𝒕𝒊𝒕𝒂': 𝒊𝒍 𝒔𝒊𝒎𝒃𝒐𝒍𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒖𝒏𝒊𝒔𝒄𝒆 𝑹𝒆𝒈𝒈𝒊𝒐 𝑪𝒂𝒍𝒂𝒃𝒓𝒊𝒂

Il legame tra la città di Reggio Calabria e San Giorgio affonda le sue radici in una tradizione pluricentenaria, profondamente intrecciata con la devozione popolare e l’identità culturale del territorio. Accanto alla venerazione per la Madonna della Consolazione, patrona della città, la figura del santo cavaliere rappresenta un punto di riferimento spirituale e simbolico per la comunità reggina.

San Giorgio, martire cristiano, viene tradizionalmente raffigurato come un giovane soldato a cavallo, armato di lancia, mentre affronta e sconfigge il drago. Un’immagine potente, che nei secoli ha assunto un significato che va oltre la dimensione religiosa: la lancia diventa simbolo della cultura e della conoscenza, mentre il drago incarna l’ignoranza e la protervia. Una rappresentazione allegorica che continua a parlare anche al presente.

A testimonianza del forte radicamento del culto in città, il nome di San Giorgio è legato a luoghi simbolici di Reggio Calabria. Tra questi, il Palazzo San Giorgio, sede dell’amministrazione comunale in piazza Italia, e le chiese di San Giorgio al Corso e San Giorgio Extra, che richiamano la diffusione della devozione sia all’interno che all’esterno delle antiche mura cittadine. Secondo alcune ricerche storiche, la città avrebbe custodito in passato anche una reliquia del santo, una tibia, andata purtroppo dispersa dopo il devastante terremoto del 1783.

Ogni anno, il 23 aprile, Reggio Calabria celebra il suo santo con la cerimonia del San Giorgio d’Oro, il massimo riconoscimento civico conferito a personalità che si sono distinte per il loro contributo alla crescita sociale, culturale ed economica della comunità. Un momento che rinnova il senso di appartenenza e valorizza l’impegno di chi opera per il bene comune.

Le origini della celebre leggenda di San Giorgio e il drago risalgono alla “Legenda Aurea”, raccolta di vite di santi redatta nel XIII secolo dal vescovo domenicano Iacopo da Varazze. Il racconto narra di una città libica minacciata da un drago, al quale la popolazione offriva sacrifici per placarne la furia. Quando la sorte designò come vittima la principessa Selene, intervenne il cavaliere Giorgio, che propose la conversione al cristianesimo in cambio della liberazione dal mostro. Dopo aver domato il drago, lo uccise, salvando la città.

Nel tempo, questa narrazione si è arricchita di significati simbolici e dettagli suggestivi, come quello della rosa nata dal sangue del drago, raccolta da Giorgio e donata alla principessa. Un gesto che rafforza l’idea della vittoria del bene sul male, della conoscenza sull’ignoranza.

Durante il Medioevo, la figura di San Giorgio divenne emblema universale della lotta tra il bene e il male, influenzando l’iconografia religiosa e ispirando ordini cavallereschi sia in Occidente che nell’Oriente bizantino. Ancora oggi, il suo mito continua a vivere, non solo nella fede, ma anche nei valori civili e culturali che rappresenta.

Per Reggio Calabria, San Giorgio non è soltanto un santo: è un simbolo vivo, che racconta una storia fatta di fede, resilienza e identità condivisa.

𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐲𝐨𝐧 𝐝𝐢 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐚 𝐁𝐨𝐚𝐫𝐚: 𝐢𝐥 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐯𝐞𝐫𝐭𝐢𝐜𝐚𝐥𝐞 𝐝’𝐀𝐬𝐩𝐫𝐨𝐦𝐨𝐧𝐭𝐞A cura di Francesco TuranoL'Aspromonte, il "massiccio bianc...
20/04/2026

𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐲𝐨𝐧 𝐝𝐢 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐚 𝐁𝐨𝐚𝐫𝐚: 𝐢𝐥 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐯𝐞𝐫𝐭𝐢𝐜𝐚𝐥𝐞 𝐝’𝐀𝐬𝐩𝐫𝐨𝐦𝐨𝐧𝐭𝐞
A cura di Francesco Turano

L'Aspromonte, il "massiccio bianco" che domina l'estremità meridionale della Calabria, rappresenta uno dei contesti geologici più affascinanti e complessi dell'intero bacino del Mediterraneo. Sebbene sia universalmente noto per il suo basamento cristallino-metamorfico (graniti e scisti), la storia raccontata dalle sue rocce sedimentarie e dalla loro interazione con gli agenti atmosferici è quella che ha scolpito il volto più selvaggio e spettacolare del territorio. Alle pendici del massiccio tutta una serie di formazioni rocciose diventano una sorta di sculture naturali di straordinaria bellezza, senza contare il fascino delle pareti dei valloni che caratterizzano le caratteristiche fiumare che possono creare vere e proprie gole e, in alcuni casi, angusti canyon paesaggisticamente mozzafiato. L'assetto sedimentario dell'Aspromonte è frutto di una complessa successione di eventi tettonici e variazioni del livello del mare. Lungo i margini del massiccio e nelle aree collinari, dominano le formazioni clastiche. Conglomerati e brecce, formate dall'accumulo di frammenti rocciosi più antichi, cementati tra loro, si presentano con la loro diversità di forme (esempio tra i più noti: Pentedattilo). Queste rocce sono particolarmente resistenti alla compressione ma vulnerabili all'azione meccanica dell'acqua. Calcareniti e arenarie, spesso ricche di resti fossili (prevalentemente conchiglie), testimoniano antichi ambienti marini. La loro porosità permette l'infiltrazione dell'acqua, che innesca processi di degradazione chimica. In superficie, le pareti sabbiose sono letteralmente disegnate dalle piogge, cosa che offre all’escursionista variegati bassorilievi naturali di notevole impatto estetico. La geomorfologia dell'Aspromonte è il risultato di un conflitto perpetuo tra il rapido sollevamento tettonico (la montagna "cresce" ancora oggi) e l'aggressività degli agenti atmosferici. Questo fenomeno porta al continuo cambiamento del paesaggio e rende ogni perlustrazione sempre diversa e particolarmente interessante. Il clima mediterraneo, caratterizzato da precipitazioni brevi ma estremamente intense, trasforma i corsi d'acqua in torrenti impetuosi, noti localmente come fiumare. Questi corsi d'acqua non sono semplici fiumi, ma veri e propri nastri di detriti che trasportano enormi quantità di materiale verso valle, agendo come una carta abrasiva sulla roccia madre. Il fenomeno più suggestivo della geomorfologia aspromontana è senza dubbio la formazione di forre, gole e canyon. Questo accade quando il sollevamento della catena montuosa è così rapido che l'erosione fluviale non riesce a spianare il rilievo, ma è costretta a "tagliare" verticalmente la roccia. Con una costante erosione lineare l'acqua, incanalata in fratture preesistenti delle rocce sedimentarie (diaclasi), approfondisce il suo letto con estrema velocità. L’azione meccanica, durante le piene, trasporta ciottoli e massi nel flusso della corrente; questi agiscono come scalpelli, scavando gole e pareti perfettamente verticali. Queste profonde ferite nella terra, come le Gole della Verde o i canyon del torrente Butramo, creano microclimi unici, dove la vegetazione trova rifugio dall'aridità estiva e dove il tempo geologico sembra essersi fermato. La combinazione tra la friabilità delle rocce sedimentarie e la violenza dell'acqua ha creato un paesaggio "verticale", instabile e in continua evoluzione, che rende l'Aspromonte un laboratorio a cielo aperto per geologi e naturalisti. Se iniziamo il nostro viaggio tra i canyon scavati dall’acqua nel territorio di Motta San Giovanni, dove le rocce sedimentarie sono grandi protagoniste, osserveremo che il Canyon di Rocca Boara e la fiumara Oliveto offrono uno degli esempi più spettacolari di come le rocce sedimentarie possano essere plasmate dagli agenti atmosferici in forme quasi "extraterrestri". Il Canyon di Rocca Boara è un "capolavoro" geologico inciso in una successione di rocce sedimentarie del Miocene inferiore. Le pareti del canyon sono costituite da una f***a alternanza di calcareniti, arenarie e conglomerati. Questi sedimenti sono i testimoni di un'antica scarpata sottomarina dove, milioni di anni fa, si accumulavano detriti provenienti dallo smantellamento del cuore dell'Aspromonte. A differenza delle gole scavate nel granito, che sono aspre e spigolose, le pareti di Rocca Boara appaiono spesso modellate in forme morbide, quasi plastiche. La porosità delle calcareniti permette all'acqua piovana di infiltrarsi, innescando processi di dissoluzione chimica e idrolisi che arrotondano gli spigoli, creando anfratti e piccole cavità che sembrano alveari naturali. Il canyon è celebre per i suoi grandi massi incastrati tra le pareti, un segno della forza dell'erosione meccanica e dei crolli gravitativi che continuano a modificare il sito. La fiumara Oliveto agisce come il grande scultore di questo paesaggio. Essendo un tipico corso d'acqua calabrese, il suo regime è torrentizio ed effimero: per gran parte dell'anno appare come un deserto di pietre bianche, ma durante le piogge intense si trasforma in una forza distruttrice. La fiumara attraversa terreni con diversi gradi di resistenza. Dove incontra le rocce sedimentarie più tenaci (conglomerati cementati), è costretta a scavare in verticale, creando gole strette e profonde. Dove invece incontra argille o marne più tenere, la valle si allarga e il letto si espande. Nonostante il paesaggio circostante sia arido e brullo (un paesaggio "liminare" tra mare e montagna), all'interno del canyon di Rocca Boara e lungo i tratti più incassati dell'Oliveto si crea un microclima protetto che permette alla macchia mediterranea di resistere, creando un contrasto cromatico tra il giallo-ocra delle rocce e il verde lussureggiante dei valloni. In sintesi, l'area di Rocca Boara e della fiumara Oliveto rappresenta un perfetto esempio di geomorfologia dinamica: una terra dove le rocce sedimentarie non sono semplici depositi statici, ma tele vive su cui pioggia, vento e piene torrentizie continuano a incidere la storia millenaria dell'Aspromonte.

Indirizzo

Reggio Di Calabria
89134

Sito Web

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