Pallavicini 22

Pallavicini 22 Spazio espositivo inaugurato il 5 ottobre 2019.

Dal 10 marzo 2022, con la costituzione di CARP Associazione di Promozione Sociale, lo spazio viene concesso agli artisti su invito e viene messa a loro disposizione l’organizzazione già consolidata.

Betty Zanelli    SCORE - A Visual SymphonyTesto a catalogo di Alice Rubbini, curatrice della mostra"SCORE - A Visual Sym...
07/06/2026

Betty Zanelli SCORE - A Visual Symphony

Testo a catalogo di Alice Rubbini, curatrice della mostra

"SCORE - A Visual Symphony", definisce la perfetta fusione di un'espressione interiore che parla di musica e ne descrive l'unione con l’arte visiva. Frammenti nel vortice di un’opera unica, che scandiscono il ritmo della composizione. SCORE, in italiano spartito, guida grafica di un’esecuzione sonora, è anche il segno inciso, il solco, la traccia lasciata su una superficie. Questa ricerca quindi si colloca attentamente in tale intersezione: tra la memoria di un suono perduto nell’oscurità del silenzio e la persistenza fisica di un oggetto che sopravvive al proprio abbandono. In Score, la partitura non è più quel foglio pieno di note musicali, e appunti e parole, ma diventa un corpo vivo, una pelle sciupata dal tempo che porta le cicatrici di un trascorso reale. A Visual Symphony, l’esperienza visuale, si fonde con la sperimentazione musicale: ancora una volta cogliendo indicazioni dagli studi sui testi e le intuizioni di Walter Benjamin ed Ernst Bloch, Betty Zanelli ci invita a una "sorprendente scoperta delle energie rivoluzionarie", su cui il passato ha già sedimentato la sua materia.
Chi conosce il lavoro di Betty Zanelli, sa che ogni volta si troverà messo alla prova, una prova di memoria, di evocazioni, di ricordi e di rimandi, perché questo è ancora, nuovamente, un “calcolo ispirato, la somma delle sue elaborazioni visive, esercizi di citazioni, di appunti, di suggestioni emozionali (e qui cito me stessa nel mio testo per -passaggi/ubergange-)”. Gli oggetti trovati per strada, per caso, vengono "riscattati" dalla loro funzione originaria per essere elevati a strumenti lirici. Poesia per gli occhi, carezza per le sensazioni. Questo confine sfumato tra il reperto e le sue creazioni è il cuore pulsante del suo lavoro evocativo. Gli strumenti musicali consunti e vissuti, le custodie logore e le partiture, i libri vecchi e le mappe stradali, non sono semplici ready-made, ma parte integrante della narrazione, che conferiscono un nuovo ruolo al passato, nella realtà del presente.
Progettando l’estetica dell’insieme, ricomponendo l’armonia delle cose diverse, l’artista non si guarda indietro con nostalgia, non è una collezione di rimpianti e nemmeno (soltanto) di ricordi, non si limita a osservare il passato, rastrellandone quei resti abbandonati, bensì analizza il “qui” e “ora”. In un solo gesto lei attua una particolare intermittenza, un battito visivo che fonde il già esistente con l'inedito, ovvero delinea quel tic tac che si ripete come fosse scandito da un metronomo, un ritmo visivo tra presente e passato, tra ciò che crea e ciò che raccoglie per farlo suo, per rendere l’insieme opera unica, tic tac, tic tac …
L'intermittenza della visione agisce quindi come un cortocircuito temporale, il battito del metronomo non misura il tempo che fugge, ma scandisce la simultaneità degli opposti. Questo ritmo genera una tensione costante tra la staticità del frammento raccolto e la dinamicità del gesto pittorico o segnico che lo accoglie, inducendo lo spettatore a posizionarsi nella spiraglio esatto in cui il passato si ribalta nel presente.
Eppure è facile immergersi in questo insieme, perché in realtà c’è leggerezza, c’è armonia; anche chi non ha mai letto Benjamin o Bloch, ritrova segni distintivi della propria personale conoscenza ed esperienza. Nessuno rimane fuori, distaccato da questa “simultaneità”, da questo passato/presente, da questo vecchio/nuovo, da questo sincronico viaggio nel tempo. In fondo è un’esperienza che attuiamo quotidianamente: il pensiero di ognuno continuamente riporta ad un tempo attuale il già trascorso, e questo tempo sarà sempre irripetibile, individualmente inscindibile.
Penso che la definizione più calzante sia “Il ricordo rammemorante” (l’ho preso da internet, ma è perfetto), un’infinità di impulsi emozionali, quelle cose che accompagnano la nostra memoria visiva, la nostra essenza, visto, vissuto, letto, provato, immaginato, tutto. Che si tratti di un solo disegno o un’intera installazione, di un violino o di una custodia vuota, ogni parte è elemento essenziale: non sono resti inerti, ma accumulatori di potenziale, liberi e disponibili per una nuova realtà, sempre riconoscibile, suggestiva ed emblematica, eppure rivoluzionaria. Eppure tutto è fluido, percettivo e armonico, i vuoti si colmano. Ma, chi dice di vedere la stessa cosa, innocentemente mente, perché lo sguardo si accende e comincia a filtrare, a vagare tra le esperienze dell’intimo vissuto, quello di ciascuno di noi, al ritmo del proprio cammino.
La musica qui è diversa, quella musica che accompagna il suo lavoro da molti anni ormai, anche attraverso la collaborazione e le sonorità dello strumentista e compositore Marco Visconti Prasca. E questa mostra ne è una dedica particolare. Per Betty Zanelli non è solo rappresentazione grafica, non lo è mai stata; è piuttosto una forza vitale emanata dalla materia stessa, trascende da quel fenomeno acustico che attraversa l'aria, è una frequenza che vibra, una voce simbolica. Il silenzio dell'oggetto trovato diventa una nota altissima, un "fortissimo" visivo, dove le ossidazioni, le pieghe e le stratificazioni sostituiscono toni e mezzi toni, e definiscono brani con cromie intense. In questa sinfonia visuale, Betty Zanelli non scrive note, ma accorda frammenti di esistenza, trasformando il rumore del tempo trascorso in una consonanza persistente, capace di risuonare e di farsi sentire.
L’opera è un atto di redenzione estetica che trasforma la patina dell’abbandono in una nuova vibrazione, ma è anche un inganno visivo, come lei stessa ci suggerisce, che si mescola perfettamente ai suoi disegni o dipinti o fotografie, o appunti autografi, in un unicum, un’armonia in dive**re, un crescendo di informazioni disposte come note su un grande spartito.
Ed in questa grande opera, questa mostra installazione, la musica accompagna il viaggio, quel grande viaggio fisico ed esperienziale, che traccia insieme la biografia internazionale della sua carriera artistica, la sua ricchezza culturale, la sperimentazione e i risultati creativi. Luoghi d’ispirazione e di lavoro, percorsi di crescita e di confronto come gli Stati Uniti, il nord e sud Europa, l’oriente. Ogni tappa è significante, evolutiva, è un punto di raccolta e di riflessione, è un segno che riaffiora sempre e si definisce tra gli oggetti trovati, i disegni, le carte geografiche, i ricordi, i rumori e i suoni.

Ph. Stefano Scheda

Il nostro ringraziamento a quanti hanno salutato insieme a noi l'inaugurazione della mostra di Betty Zanelli " Score – A...
07/06/2026

Il nostro ringraziamento a quanti hanno salutato insieme a noi l'inaugurazione della mostra di Betty Zanelli " Score – A Visual Symphony" a cura di Alice Rubbini.

L'esposizione rimarrà allestita fino a venerdì 26 giugno e sarà aperta al pubblico dal giovedì al sabato feriali dalle 17 alle 19. Ingresso libero.

“….(la) sorprendente scoperta delle energie rivoluzionarie che appaiono nelle cose "invecchiate", nelle prime costruzion...
07/06/2026

“….(la) sorprendente scoperta delle energie rivoluzionarie che appaiono nelle cose "invecchiate", nelle prime costruzioni in ferro, nelle prime fabbriche, nelle prime fotografie, negli oggetti che cominciano a scomparire, nei pianoforti a coda, negli abiti vecchi più di cinque anni, nei ritrovi mondani, quando cominciano a passare di moda” (E. Bloch, W. Benjamin, Ricordare il futuro – Scritti sull’Eingedenken, Mimesis, (MilanoUdine), 2017)

Nelle immagini scatti presi ad alcune delle opere in mostra ed ai violini facenti parte dell'istallazione voluta dall'artista per la sua personale presso Pallavicini 22

La personale di Betty Zanelli" Score – A Visual Symphony", a cura di Alice Rubbini rimarrà allestita fino a venerdì 26 giugno e sarà aperta al pubblico dal giovedì al sabato feriali dalle 17 alle 19. Ingresso libero.

Si è inaugurata la personale di Betty Zanelli " Score – A Visual Symphony" a cura di Alice Rubbini. L'esposizione rimarr...
07/06/2026

Si è inaugurata la personale di Betty Zanelli " Score – A Visual Symphony" a cura di Alice Rubbini. L'esposizione rimarrà allestita fino a venerdì 26 giugno e sarà aperta al pubblico dal giovedì al sabato feriali dalle 17 alle 19. Ingresso libero.

Promossa e organizzata da CARP Associazione di Promozione Sociale, Spazio Espositivo PALLAVICINI 22 Art Gallery, Archivio Collezione Ghigi-Pagnani, la mostra si avvale del patrocinio di Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna, Comune di Ravenna Assessorato alla Cultura, Accademia di Belle Arti · Ravenna, Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico centro-settentrionale e del sostegno di SAGEM srl, Gruppo SAPIR, La BCC ravennate forlivese e imolese.
Media Partner: Ravenna Eventi, Porto Ravenna News.

Concorso d’Arte Teodorico, detto Il Grande nel 1500° anniversario della morte.Il Mausoleo di Teodorico era un monumento ...
31/05/2026

Concorso d’Arte
Teodorico, detto Il Grande nel 1500° anniversario della morte.
Il Mausoleo di Teodorico era un monumento funebre per il re?

“Era un monumento funebre per il re? Certo, ma non solo. I grandi blocchi di pietra del Mausoleo di Teodorico sussurrano racconti e leggende. Parlano di un bambino che aveva paura dei fulmini, fu mandato come ostaggio a Bisanzio, poi tornò, diventò un potente sovrano e conquistò l’Italia. Un re ha amici e nemici, sa essere generoso e spietato, ama e tradisce. In questo edificio, ammirato nei secoli da ingegneri e architetti, pittori e poeti, è custodito il suo segreto. Un mistero a metà tra l’umano e il divino, narrato in sedici storie, antiche, future e senza tempo.”

Testo tratto da “16 possibili usi di un mausoleo”
di Giuseppe Palumbo, Coconino 2019

CARP Associazione di Promozione Sociale indice un Concorso d’Arte con la finalità di celebrare i 1500 anni dalla morte re degli Ostrogoti, avvenuta a Ravenna il 30 agosto 526 d.C.
Il Concorso d’Arte “Teodorico, detto Il Grande nel 1500° anniversario della morte. Il Mausoleo di Teodorico era un monumento funebre per il re?” prevede la selezione di un massimo di 12 opere che verranno esposte nella Mostra Collettiva dei Finalisti presso lo spazio espositivo Pallavicini 22 Art Gallery, Viale Giorgio Pallavicini 22, 48121 Ravenna (Italia), dal 12 al 19 settembre 2026.

Il tema del Concorso d’Arte è centrato sul mausoleo di Teodorico.
Il Concorso d’Arte è aperto a tutti gli artisti maggiorenni, senza limiti di sesso o nazionalità.
Tra tutti i partecipanti al Concorso d’Arte, la Giuria Tecnica sceglierà i vincitori dei premi che riceveranno inoltre l’attestato del riconoscimento ricevuto.
Per informazioni @: [email protected]

Ph. Claudia Agrioli

Sabato 6 giugno 2026 alle ore 19:00 presso lo spazio espositivo Pallavicini 22 Art Gallery, si inaugurerà la personale d...
26/05/2026

Sabato 6 giugno 2026 alle ore 19:00 presso lo spazio espositivo Pallavicini 22 Art Gallery, si inaugurerà la personale di Betty Zanelli "Score – A Visual Symphony" a cura di Alice Rubbini.
L'esposizione rimarrà allestita fino a venerdì 26 giugno e sarà aperta al pubblico dal giovedì al sabato feriali dalle 17 alle 19. Ingresso libero.
Sabato 13 giugno alle ore 18:30 è programmata “Flânerie”, una performance musicale con Sara Albani (sassofono tenore) e Marco Visconti Prasca (sassofono baritono).

La Mostra

“….(la) sorprendente scoperta delle energie rivoluzionarie che appaiono nelle cose "invecchiate", nelle prime costruzioni in ferro, nelle prime fabbriche, nelle prime fotografie, negli oggetti che cominciano a scomparire, nei pianoforti a coda, negli abiti vecchi più di cinque anni, nei ritrovi mondani, quando cominciano a passare di moda” (E. Bloch, W. Benjamin, Ricordare il futuro – Scritti sull’Eingedenken, Mimesis, (MilanoUdine), 2017)

Con partiture e mappe; vecchie pagine e disegni; pittura e fotografia; strumenti musicali ricostruiti, custodie consumate, Betty Zanelli crea immagini e oggetti alterati, un inganno ottico per l’osservatore tra ciò che è vero e ciò che è falso, tra ciò che esisteva e quello che ha modificato o creato: oggetti appartenuti a un’altra epoca cui il suo lavoro conferisce un ruolo in quella attuale.
È un lavoro sulla memoria, sullo scorrere del tempo, su ciò che è dimenticato dall’uomo: oggetti e luoghi abbandonati coperti da una patina di oblio. Ma questi oggetti hanno una grande forza lasciata latente: quello di esprimere le proprie potenzialità inespresse, il proprio racconto non narrato, e nel caso dei violini, tutta la musica che non hanno mai potuto suonare.

L’artista

Betty Zanelli è un’artista visiva multidisciplinare la cui pratica spazia tra fotografia, disegno, pittura, elaborazione digitale e installazioni site-specific. La sua ricerca si configura come un percorso emozionale volto a esplorare il valore evocativo di luoghi abbandonati, oggetti dimenticati e il concetto simbolico di “soglia” — porte aperte o chiuse — intesi come tracce di una memoria personale e collettiva.
Nel corso della sua lunga carriera, tra Europa e Stati Uniti, ha esposto in gallerie e istituzioni di città come New York, Los Angeles, Berlino, Londra, Roma e Bologna. Significative sono state le sue residenze artistiche, tra cui il Project Studio Space Program del P.S.122 di New York e il Residency Program dell’Institut für Alles Mögliche di Berlino.
Diplomata in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna - dove oggi è docente di Fashion Design M.A. - ha vissuto a New York dal 1986 al 1994. Dal 2013 Betty Zanelli cura e organizza mostre, performance e progetti espositivi in sedi italiane e internazionali, tra cui, recentemente, New York e l’Expo 2025 di Osaka.

L’evento

Promossa e organizzata da CARP Associazione di Promozione Sociale, Spazio Espositivo PALLAVICINI 22 Art Gallery, Archivio Collezione Ghigi-Pagnani, la mostra si avvale del patrocinio di Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna, Comune di Ravenna Assessorato alla Cultura, Accademia di Belle Arti · Ravenna, Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico centro-settentrionale e del sostegno di SAGEM srl, Gruppo SAPIR, La BCC ravennate forlivese e imolese.
Media Partner: Ravenna Eventi, Porto Ravenna News.

La retrospettiva di Cesare Peverelli “Intorno a Salomé” a cura di Flaminio Gualdoni e Luca Maggio rimarrà allestita pres...
22/05/2026

La retrospettiva di Cesare Peverelli “Intorno a Salomé” a cura di Flaminio Gualdoni e Luca Maggio rimarrà allestita presso Pallavicini 22 fino al 23 maggio e sarà aperta al pubblico dal giovedì al sabato feriali dalle 17 alle 19. Ingresso libero.

Cesare Peverelli (Milano, 1922 – Parigi, 2000).
Studia a Brera sotto la guida di Achille Funi. Nel 1941 vince il Premio Junker. Nel 1942 il Premio Bergamo. Nel 1944 è la sua prima personale alla Galleria del Milione. Nel 1948 è tra i fondatori della rivista “Pittura”. Legge Freud, Fraser, Lèvy-Bruhl, Durkheim, Lèvi-Strauss. Nel 1950 dipinge i primi quadri eseguiti automaticamente. È di questi anni il sodalizio con Crippa e Dova. Nel 1951 è tra i firmatari del Manifesto Spaziale. Nel 1954 i segni evocano creature simili a insetti. Dedica una serie di questi quadri a Dylan Thomas. Nel 1957 si trasferisce a Parigi ed entra nella Galerie du Dragon. Gli insetti iniziano a trasformarsi in personaggi, città, ponti, nascite. È sempre del 1957 la personale alla Galerie Alexandre Jolas a New York. Nel 1960 partecipa con una personale alla ### Biennale di Venezia. Nello stesso anno, il soggiorno estivo in Bretagna farà spiccare il volo a Les Mouettes (I gabbiani). Dal 1963 l’amicizia con Line e Patrick Waldberg lo conduce a Seillans, che diviene per due anni la sua residenza abituale. Vi si stabiliscono anche Dorothea Tanning e Max Ernst con i quali nasce un’amicizia. Tra il 1963 e il 1965 compaiono Le crisalidi e I labirinti e nel soggiorno a New York, del 1966, prenderanno forma i Campi di vetro. Seguono fra gli anni ’70 e ’80 i cicli de L’atelier de l’artiste, Rituale, Salomé e Tristano e Isotta. Nei primi anni ’90 si dedica alla ceramica.

Ph. Martina Baldetti

Cesare Peverelli. La durata della pittura testo a catalogo di Luca Maggio"Soltanto ciò che all’inizio fu capace di dissi...
12/05/2026

Cesare Peverelli. La durata della pittura
testo a catalogo di Luca Maggio

"Soltanto ciò che all’inizio fu capace di dissimularsi può apparire.” Georges Didi-Huberman, Il paradosso del fasmide

Nei due ritratti fotografici dell’amico André Villers riportati in questo catalogo, il presunto protagonista, Cesare Peverelli, sembra scomparire. Nel primo è di spalle, nel chiuso del suo studio, al lavoro, colto forse a sua insaputa, lasciando all’occhio la possibilità di indagare la natura morta dei suoi strumenti in primo piano, per quanto leggermente sfocati, e, davanti a lui, la tela cui sta ponendo tocchi ulteriori, presumibilmente meditati, essendo il nostro, pittore strutturalmente rimuginante. Nel secondo scatto dell’agosto ’93, Peverelli è frontale, nel buen retiro estivo di Seillans, ma ancora una volta lo sguardo sfugge, non è rivolto a noi, piuttosto al fotografo che lo sta inquadrando come si evince dal gioco di rimandi dello specchio tra le sue mani, senza contare la scala di grigi e l’intersezione dei piani sullo sfondo, sintesi del suo costruire l’opera per via di pensiero e riferimenti ora pittorico-musicali ora analitico-letterari.
Nella selezione di opere e studi inediti presentati per questa occasione ravennate, i nuclei tematici si svolgono in un arco temporale che va dai primi anni ’60 con la serie dei gabbiani (Les mouettes) e con Prigione del ’64 in collezione Ghigi-Pagnani, alla seconda metà degli anni ’70 e ’80 con Salomé e i nudi femminili, spesso funzionali a questo lavoro matrice che lo occuperà dal ’77 all’88.
Sul verso della china della prima Mouette del 1960 è segnato a matita Galerie du Dragon, dove l’anno successivo si sarebbe tenuta l’esposizione di questi soggetti presentata da un testo di Patrick Waldberg in cui si legge della preferenza dell’artista per i toni del grigio, colore della sua Milano, che effettivamente sarà una costante scandagliata in molteplici gradazioni anche nei decenni a ve**re e che, in questo caso, ha saputo restituire leggerezza, un senso di moto ascensionale e, insieme al bianco del piumaggio, ha mutato i gabbiani in apparizioni quasi spettrali. Sulle ambigue metamorfosi di questi uccelli che occuperanno l’immaginario del nostro a partire da un soggiorno estivo in Bretagna nell’estate del 1960, si espresse anche uno dei suoi più affezionati sodali, Michel Butor, che paragonò il ba***re delle loro ali a un ponte in volo (e proprio la serie precedente sul Ponte, insieme a I muri, Le scale, Lo schermo, L’ascensore faceva parte de La dimora “perno della sala personale alla Biennale di Venezia” dello stesso anno) e la loro stessa struttura collettiva a insetti, in particolare a mouettes-libellules. Senza dimenticare che nel ’54 protagonisti della mostra nella milanese galleria del Naviglio erano stati proprio i suoi Insetti kafkiani, memori di una inventiva surrealista sia pittorica che letteraria (Dylan Thomas tradotto dall’amico Sanesi), salvo poi “trasformarsi, tre quattro anni dopo, con un percorso inverso rispetto alla Metamorfosi kafkiana, in personaggi, non persone”, con la tipica figura antropomorfica peverelliana, “assottigliata larva iridescente, ambigua personificazione del Sé”. Questa caratterizzerà le serie francesi a seguire (dal ’57 l’artista si trasferirà definitivamente a Parigi), fra cui L’atelier de l’artiste fino al ’76 e, appunto, la successiva Salomé, alternando questi cicli, peculiari del suo fare, ai confronti con l’antico (Géricault, Isabey, Cranach, Rembrandt, Rousseau, citando anche l’ammirazione per le lumeggiature del Tintoretto, o per le combinazioni dei piani braquiani e certa influenza ernstiana sin dai primi anni ’50), insieme agli esercizi dei nudi erotici e dei ritratti di amici letterati, artisti e musicisti, ora derivati ora concomitanti con le sue esplorazioni-interrogazioni del mezzo fotografico sulla relazione di verità fra questo e la pittura. Determinato un tema, proprio la combinazione fra la variazione di ascendenza musicale e la ripetizione altrettanto ritmica di una cellula pittorica per sua stessa ammissione cézanniana, scrutata nel soggetto, nei dettagli e nella partitura cromatica spesso monocolore, da sfidare, sfibrare sino al possibile/impossibile esaurirsi della stessa, sembra sia alla base del suo concetto di durata della pittura, talché egli procede “al limite sottile e mutevole tra la storia e la coscienza, tra sensibilità e visionarietà, (…) in un processo fantasticante a forte emozione razionale.” È come se il sostrato surreale costante delle sue opere fosse condotto a uno scrutinio sorvegliatissimo di minute continue volute investigazioni, attraverso un vaglio fertile di indagine razionale sui labirinti dell’irrazionale.
Ciò vale tanto più per i lavori della maturità come Salomé, ampi per intervallo temporale e germinazione connessa, con una precisazione: la vocazione sua al narrare in questo caso una storia che oscilla fra Wilde e Strauss, supera entrambi non essendo una mera illustrazione degli otto momenti/situazioni da lui individuati nella vicenda. Piuttosto è “una rappresentazione onirica di una cerimonia sacra (nel senso latino di sacer)”, il cui punto, nel rituale della reiterazione pensata e agita in successivi particolari di un argomento inesauribile (che “sarebbe stato il negativo dell’Atelier de l’artiste dove la parte segreta è in evidenza e la parte banale è nascosta,” mentre “in Salomé la parte banale sarebbe stata evidente e quella segreta nascosta.”), è mettere in luce il sacro celato (come i fasmidi - ancora una volta insetti - studiati e metaforizzati da Didi-Hu-berman) della pittura in sé, di cui l’uomo-artista è collegamento e ponte possibile. In questo accumulo, in questo f***e flusso moltiplicativo delle singole parti in scena, Peverelli esplora con metodo lo spazio-tempo e l’irrazionale sacro della tentazione, intesa da Edouard Glissant in una doppia accezione, l’una interna al racconto e l’altra come “fermento” sempre “sotterraneo dell’arte. Essa viene da molto lontano, ed esplode senza preavvertire. È umana, troppo umana; e si stabilisce o si completa, in un’eternità spirituale. (…) Al di là della morte, che cosa è diventata Salomé? Il rito qui non sancisce l’unanimità di una comunità, esso pone a ognuno questa domanda. Dove andiamo noi, in questo panneggio del tempo? Quale danza ci tenta ancora, quale rottura, quale ripetizione?” Una ipotesi finale: forse l’infittirsi del ragionamento peverelliano, imbevuto sin da giovane di letture psicologiche e sartriane (sua, del resto, la copertina della prima edizione einaudiana de La nausea nel 1948), lo ha condotto come un filo sottile ma robusto lungo la via alternativa (e nietzschiana) del fenomeno estetico, sia rispetto a una ontologia metafisica, sia alla altrimenti ineludibile paralisi psicofisica di fronte all’angoscia della soverchiante esistenza che, non avendo per Sartre alcun fondamento, viceversa blocca e nausea uno dei suoi più celebri personaggi, Roquentin.
Peverelli ha tentato la risposta, opponendo al baratro la dedizione assoluta della sua pratica artistica inesausta.

Immagini: Villers_Ritratti di Cesare Peverelli

Cesare Peverelli. Intorno a Salomé testo a catalogo di Flaminio GualdoniLa mostra Intorno a Salomé raccoglie un gruppo s...
12/05/2026

Cesare Peverelli. Intorno a Salomé
testo a catalogo di Flaminio Gualdoni

La mostra Intorno a Salomé raccoglie un gruppo scelto di opere su carta e su tavola di Cesare Peverelli, variamente collegate al suo opus magnum, Salomé, che lo impegna a partire dal 1977 e che si compie nel 1988: i primi disegni sono esposti nel 1979 da Grafica Annunciata a Milano, mentre del 1996 è la mostra integrale del ciclo dei grandi dipinti e del vasto telero complessivo al Musée des Beaux-Arts di Pau, accompagnato da una fondamentale Correspondance con Michel Butor.
Peverelli – stretto sodale di musicisti come Franco Donatoni, Giuseppe Sinopoli, Paul Méfano – si confronta esplicitamente con l’opera di Richard Strauss, della quale offre una versione in bilico tra narrazione, sogno, incubo.
“L’idea che ho, di già in nuce, è che l’importante non sia di fare dei bei quadri ma di costruire un’opera, che sia work in progress diventa fondamentale nel mio operare e pensare. L’immagine si approfondisce”, e consente di “strutturare l’interiore dei personaggi in relazione al loro environnement”. In questa pagina di diario, in cui Peverelli narra del proprio passaggio definitivo a Parigi alla fine del decennio Cinquanta, mette in evidenza una vocazione al narrare – che lo differenzia radicalmente dai maestri di riferimento, Max Ernst e Victor Brauner – e la stretta colleganza con letterati come Patrick Waldberg, Édouard Glissant, Michel Butor, Jean Laude, Alain Jouffroy: d’altronde la mostra memorabile di Peverelli al Musée d’Art Moderne de la Ville di Parigi con il capolavoro L’atelier de l’artiste, 1976, giusto prima dell’avvio di Salomé, è introdotta da un testo di Italo Calvino e accompagnata da musiche ad hoc di Franco Donatoni, René Koering, François-Bernard Mache, Paul Méfano e Giuseppe Sinopoli. La costruzione di Peverelli procede per messe a fuoco di singole figure e di singole scene, in cui la folla anonima ma incombente dei cortigiani, quasi coro di tragedia, e i personaggi chiave del racconto trovano chiavi diverse di sintesi e di trattazione formale. Da tempo l’artista ha scelto un colore grigio come dominante tonale, che rimemora il valore del ton moyen che stava a cuore a Georges Braque – decisivo è stato per Peverelli l’incontro personale con il santone del pensare pittura alla Biennale del 1948 – e che produce un viraggio verso l’innaturale in tutto lo spettro cromatico impiegato: anche nei disegni preparatori, in cui un tratto asciutto e nitido delinea le forme verosimiglianti, si può star certi che il filtro di reinvenzione adottato dall’artista colloca le immagini in uno spazio intrinsecamente autre, inattuale per intima vocazione.
Édouard Glissant dedica a Salomé un testo intenso e non d’occasione, Peverelli. Salomé o la schiuma del tempo, pubblicato in Le voyage du dialogue / Il viaggio del dialogo. Adami, Cremonini, Maselli, Peverelli, catalogo della mostra a Villa Medici, Roma 1986: vi cita soprattutto il senso di straniamento spaziale che nasce dalla cadenza quasi di rituale di queste sue figurazioni asciutte e inamene, il tempo tutto intimo, il risonare della durata emotiva. Peverelli, nato pittore en philosophe, si ritrova infine tipicissimo, distillatissimo peintre-poète.

Sabato 9 maggio 2026 presso lo spazio espositivo Pallavicini 22 Art Gallery si è inaugurata la retrospettiva di Cesare P...
12/05/2026

Sabato 9 maggio 2026 presso lo spazio espositivo Pallavicini 22 Art Gallery si è inaugurata la retrospettiva di Cesare Peverelli “Intorno a Salomé” a cura di Flaminio Gualdoni e Luca Maggio.
La mostra rimarrà allestita fino al 23 maggio e sarà aperta al pubblico dal giovedì al sabato feriali dalle 17 alle 19. Ingresso libero.

Promossa e organizzata da CARP Associazione di Promozione Sociale, Spazio Espositivo PALLAVICINI 22 Art Gallery, Archivio Collezione Ghigi-Pagnani, la mostra si avvale del patrocinio di Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna, Comune di Ravenna Assessorato alla Cultura, Accademia di Belle Arti · Ravenna, Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico centro-settentrionale e del sostegno di SAGEM srl, Gruppo SAPIR, La BCC ravennate forlivese e imolese.
Media Partner: Ravenna Eventi, Porto Ravenna News.

Indirizzo

Viale Pallavicini 22
Ravenna
48122

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