07/06/2026
Betty Zanelli SCORE - A Visual Symphony
Testo a catalogo di Alice Rubbini, curatrice della mostra
"SCORE - A Visual Symphony", definisce la perfetta fusione di un'espressione interiore che parla di musica e ne descrive l'unione con l’arte visiva. Frammenti nel vortice di un’opera unica, che scandiscono il ritmo della composizione. SCORE, in italiano spartito, guida grafica di un’esecuzione sonora, è anche il segno inciso, il solco, la traccia lasciata su una superficie. Questa ricerca quindi si colloca attentamente in tale intersezione: tra la memoria di un suono perduto nell’oscurità del silenzio e la persistenza fisica di un oggetto che sopravvive al proprio abbandono. In Score, la partitura non è più quel foglio pieno di note musicali, e appunti e parole, ma diventa un corpo vivo, una pelle sciupata dal tempo che porta le cicatrici di un trascorso reale. A Visual Symphony, l’esperienza visuale, si fonde con la sperimentazione musicale: ancora una volta cogliendo indicazioni dagli studi sui testi e le intuizioni di Walter Benjamin ed Ernst Bloch, Betty Zanelli ci invita a una "sorprendente scoperta delle energie rivoluzionarie", su cui il passato ha già sedimentato la sua materia.
Chi conosce il lavoro di Betty Zanelli, sa che ogni volta si troverà messo alla prova, una prova di memoria, di evocazioni, di ricordi e di rimandi, perché questo è ancora, nuovamente, un “calcolo ispirato, la somma delle sue elaborazioni visive, esercizi di citazioni, di appunti, di suggestioni emozionali (e qui cito me stessa nel mio testo per -passaggi/ubergange-)”. Gli oggetti trovati per strada, per caso, vengono "riscattati" dalla loro funzione originaria per essere elevati a strumenti lirici. Poesia per gli occhi, carezza per le sensazioni. Questo confine sfumato tra il reperto e le sue creazioni è il cuore pulsante del suo lavoro evocativo. Gli strumenti musicali consunti e vissuti, le custodie logore e le partiture, i libri vecchi e le mappe stradali, non sono semplici ready-made, ma parte integrante della narrazione, che conferiscono un nuovo ruolo al passato, nella realtà del presente.
Progettando l’estetica dell’insieme, ricomponendo l’armonia delle cose diverse, l’artista non si guarda indietro con nostalgia, non è una collezione di rimpianti e nemmeno (soltanto) di ricordi, non si limita a osservare il passato, rastrellandone quei resti abbandonati, bensì analizza il “qui” e “ora”. In un solo gesto lei attua una particolare intermittenza, un battito visivo che fonde il già esistente con l'inedito, ovvero delinea quel tic tac che si ripete come fosse scandito da un metronomo, un ritmo visivo tra presente e passato, tra ciò che crea e ciò che raccoglie per farlo suo, per rendere l’insieme opera unica, tic tac, tic tac …
L'intermittenza della visione agisce quindi come un cortocircuito temporale, il battito del metronomo non misura il tempo che fugge, ma scandisce la simultaneità degli opposti. Questo ritmo genera una tensione costante tra la staticità del frammento raccolto e la dinamicità del gesto pittorico o segnico che lo accoglie, inducendo lo spettatore a posizionarsi nella spiraglio esatto in cui il passato si ribalta nel presente.
Eppure è facile immergersi in questo insieme, perché in realtà c’è leggerezza, c’è armonia; anche chi non ha mai letto Benjamin o Bloch, ritrova segni distintivi della propria personale conoscenza ed esperienza. Nessuno rimane fuori, distaccato da questa “simultaneità”, da questo passato/presente, da questo vecchio/nuovo, da questo sincronico viaggio nel tempo. In fondo è un’esperienza che attuiamo quotidianamente: il pensiero di ognuno continuamente riporta ad un tempo attuale il già trascorso, e questo tempo sarà sempre irripetibile, individualmente inscindibile.
Penso che la definizione più calzante sia “Il ricordo rammemorante” (l’ho preso da internet, ma è perfetto), un’infinità di impulsi emozionali, quelle cose che accompagnano la nostra memoria visiva, la nostra essenza, visto, vissuto, letto, provato, immaginato, tutto. Che si tratti di un solo disegno o un’intera installazione, di un violino o di una custodia vuota, ogni parte è elemento essenziale: non sono resti inerti, ma accumulatori di potenziale, liberi e disponibili per una nuova realtà, sempre riconoscibile, suggestiva ed emblematica, eppure rivoluzionaria. Eppure tutto è fluido, percettivo e armonico, i vuoti si colmano. Ma, chi dice di vedere la stessa cosa, innocentemente mente, perché lo sguardo si accende e comincia a filtrare, a vagare tra le esperienze dell’intimo vissuto, quello di ciascuno di noi, al ritmo del proprio cammino.
La musica qui è diversa, quella musica che accompagna il suo lavoro da molti anni ormai, anche attraverso la collaborazione e le sonorità dello strumentista e compositore Marco Visconti Prasca. E questa mostra ne è una dedica particolare. Per Betty Zanelli non è solo rappresentazione grafica, non lo è mai stata; è piuttosto una forza vitale emanata dalla materia stessa, trascende da quel fenomeno acustico che attraversa l'aria, è una frequenza che vibra, una voce simbolica. Il silenzio dell'oggetto trovato diventa una nota altissima, un "fortissimo" visivo, dove le ossidazioni, le pieghe e le stratificazioni sostituiscono toni e mezzi toni, e definiscono brani con cromie intense. In questa sinfonia visuale, Betty Zanelli non scrive note, ma accorda frammenti di esistenza, trasformando il rumore del tempo trascorso in una consonanza persistente, capace di risuonare e di farsi sentire.
L’opera è un atto di redenzione estetica che trasforma la patina dell’abbandono in una nuova vibrazione, ma è anche un inganno visivo, come lei stessa ci suggerisce, che si mescola perfettamente ai suoi disegni o dipinti o fotografie, o appunti autografi, in un unicum, un’armonia in dive**re, un crescendo di informazioni disposte come note su un grande spartito.
Ed in questa grande opera, questa mostra installazione, la musica accompagna il viaggio, quel grande viaggio fisico ed esperienziale, che traccia insieme la biografia internazionale della sua carriera artistica, la sua ricchezza culturale, la sperimentazione e i risultati creativi. Luoghi d’ispirazione e di lavoro, percorsi di crescita e di confronto come gli Stati Uniti, il nord e sud Europa, l’oriente. Ogni tappa è significante, evolutiva, è un punto di raccolta e di riflessione, è un segno che riaffiora sempre e si definisce tra gli oggetti trovati, i disegni, le carte geografiche, i ricordi, i rumori e i suoni.
Ph. Stefano Scheda