18/10/2026
LA LIBERTÀ DELL'ARTE NON È IN VENDITA
Mercato, responsabilità culturale e dignità dell'artista.
La notizia della nascita a Londra di Fair Play, una fiera nella quale gli artisti espongono senza pagare anticipatamente uno stand, riconoscendo invece una commissione sulle eventuali vendite, offre l'occasione per una riflessione che considero necessaria sul presente e sul futuro dell'arte.
Non credo che questa iniziativa rappresenti una rivoluzione del sistema. Ma non condivido nemmeno la tendenza a considerarla soltanto una diversa strategia commerciale.
Eliminare l'obbligo di pagare per esporre costituisce già un cambiamento significativo.
Una cosa è acquistare la possibilità di esporre. Un'altra è essere selezionati per la qualità della propria ricerca.
Naturalmente, questo non significa che ogni iniziativa priva di quote d'ingresso sia automaticamente virtuosa. Occorre verificare la trasparenza della selezione, la correttezza dei rapporti economici e la responsabilità culturale di chi organizza.
Ma la distinzione resta fondamentale.
Quando la possibilità di esporre dipende dalla disponibilità economica dell'artista, il rischio è che il portafoglio sostituisca il portfolio e che la selezione perda la propria ragione culturale.
È una deriva che considero particolarmente grave, perché altera il rapporto tra artista, opera, curatore e pubblico.
Eppure credo che la questione sia ancora più profonda.
Da molti anni sostengo che l'arte sia un fine in sé, non un mezzo.
Questo non significa negare l'esistenza del mercato, né considerare illegittima la vendita delle opere.
Il mercato appartiene alla dimensione economica della circolazione dell'arte. Può favorirne la diffusione, sostenere gli artisti, contribuire alla conservazione delle opere e alla costruzione di collezioni.
Ma non può pretendere di determinarne la necessità.
Un'opera può raggiungere quotazioni altissime senza possedere una reale forza artistica. Così come un'opera può restare economicamente marginale e continuare a generare esperienza, pensiero e trasformazione.
Il prezzo misura una transazione. Non misura la necessità di un'opera.
Il problema, quindi, non è il mercato in quanto tale, ma la sua pretesa di trasformarsi nel criterio attraverso il quale stabilire ciò che merita di esistere artisticamente.
E questo riguarda anche la responsabilità di chi opera nel sistema.
Non considero l'intermediazione necessariamente negativa. Un gallerista, un curatore, un museo o uno spazio indipendente possono svolgere un ruolo culturale fondamentale.
Ma la loro autorevolezza non dovrebbe derivare dal potere di concedere visibilità, bensì dalla responsabilità delle scelte che compiono.
La selezione non è un privilegio da vendere. È una responsabilità da assumere.
È anche da questa convinzione che, insieme a Gustavo Maestre, abbiamo dato vita a Nistri 33, uno spazio indipendente a Prato nel quale gli artisti non pagano per esporre.
Non abbiamo voluto creare una galleria alternativa sotto il profilo commerciale, ma sperimentare concretamente un'altra possibilità.
Uno spazio nel quale la scelta degli artisti nasca dalla ricerca, dal confronto critico e dalla necessità delle opere. Nel quale l'esposizione non sia un servizio acquistabile, ma un progetto culturale condiviso.
Se una vendita avviene, può essere una conseguenza. Non è la ragione per cui una mostra nasce.
Non consideriamo Nistri 33 un modello universale, né pretendiamo di aver risolto le contraddizioni del sistema.
Vogliamo semplicemente dimostrare, attraverso la pratica quotidiana, che è possibile costruire condizioni differenti.
Perché denunciare un sistema senza tentare di modificarne concretamente le logiche rischia di trasformare anche la protesta in una forma di autoreferenzialità.
Ma c'è un'altra questione, ancora più importante, che troppo spesso rimane ai margini di queste discussioni.
La dignità professionale dell'artista.
Da molti anni, anche attraverso il mio impegno in AIAPI Arti Visive IAA AIAP Unesco, mi batto affinché gli artisti visivi ottengano in Italia un effettivo riconoscimento professionale e adeguate tutele sociali, economiche e previdenziali.
Già nel 1980 l'UNESCO, con la Recommendation concerning the Status of the Artist, indicava agli Stati la necessità di riconoscere la condizione dell'artista e i suoi diritti.
Nel 2007 il Parlamento europeo, con una specifica Risoluzione sullo statuto sociale degli artisti, richiamava nuovamente l'attenzione su queste problematiche.
Eppure, in Italia, gli artisti visivi continuano a essere privi di uno specifico riconoscimento professionale e di un sistema organico di tutele sociali, economiche e previdenziali adeguato alla loro attività.
Trovo paradossale che si discuta continuamente di mercato, fiere, quotazioni, vendite e investimenti senza affrontare con altrettanta determinazione la condizione di chi l'arte la produce.
Perché la libertà artistica non può essere separata dalle condizioni materiali nelle quali viene esercitata.
Non possiamo continuare a considerare la precarietà una condizione naturale dell'artista, né trasformare la libertà creativa in una giustificazione per il lavoro gratuito.
L'arte è un fine in sé. Ma l'artista deve poter vivere dignitosamente del proprio lavoro.
Non c'è alcuna contraddizione.
La necessità dell'opera appartiene alla dimensione artistica. Il riconoscimento professionale riguarda la dignità e i diritti della persona che la realizza.
Confondere questi due piani significa continuare a subordinare l'arte alla logica dell'utile oppure, all'opposto, pretendere che l'artista rinunci ai propri diritti in nome di una presunta purezza creativa.
Sono due errori speculari.
E non possiamo attribuirne tutta la responsabilità al sistema.
Una parte riguarda noi artisti.
L'individualismo, l'incapacità di costruire rappresentanza, la frammentazione delle iniziative e la scarsa partecipazione alle associazioni che si battono per il riconoscimento professionale contribuiscono a mantenere questa condizione.
Continuiamo a rivendicare individualmente diritti che potremmo ottenere soltanto attraverso una forza collettiva.
La libertà della ricerca artistica non richiede l'isolamento dell'artista.
Richiede, al contrario, condizioni culturali, sociali e professionali che gli consentano di esercitarla.
Per questo considero iniziative come Fair Play interessanti, ma insufficienti se isolate da una riflessione più ampia.
La questione non è soltanto rendere economicamente accessibile una fiera.
È costruire un sistema nel quale l'artista non debba acquistare il diritto alla visibilità, non sia costretto a subordinare la propria ricerca alle aspettative commerciali e possa esercitare la propria professione con dignità.
Dobbiamo dunque distinguere tre questioni fondamentali.
L'accesso alle opportunità espositive.
Il riconoscimento sociale e professionale dell'artista.
L'autonomia della ricerca artistica.
Sono questioni strettamente connesse, ma nessuna può sostituire le altre.
Una fiera può rendere più accessibile il mercato.
Un'associazione può battersi per il riconoscimento professionale.
Uno spazio indipendente può costruire condizioni differenti di incontro tra opera, artista e pubblico.
Ma nessuno di questi strumenti può garantire, da solo, la necessità di un'opera.
Perché un'opera non diventa necessaria per ciò che dichiara di rappresentare o contestare, ma per ciò che riesce realmente a trasformare nell'esperienza di chi la incontra.
Ed è proprio qui che ritorna la distinzione fondamentale tra mezzi e fini.
Il mercato può essere un mezzo di sostentamento.
Le istituzioni possono essere strumenti di riconoscimento.
Le gallerie, le fiere e gli spazi indipendenti possono costruire opportunità.
Ma l'arte non deve diventare il mezzo attraverso il quale questi soggetti giustificano la propria esistenza.
La gratuità può liberare l'accesso.
Il riconoscimento professionale può tutelare l'artista.
Ma soltanto l'autonomia della ricerca può preservare la libertà dell'arte.
Perché il fine ultimo non è liberare l'arte dal mercato, ma impedire che il mercato diventi il fine dell'arte.
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Articolo di riferimento: La nuova fiera di Londra accantona le gallerie: gli artisti partecipano direttamente (e gratis), Artribune, ottobre 2026.
[Leggi l'articolo su Artribune](https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/fiere/2026/10/fair-play-londra-fiera-artisti-gratis/?utm_source=chatgpt.com)
Debutta Fair Play London: niente gallerie né costi iniziali per lo stand, ma il 42% di commissione sulle vendite. Organizzatori, sede e artisti.