18/10/2025
Oggi IL FUTURO IR-ROMPE
Ritrovo via Forlanini ore 14:30
Università di Novoli.
Qui il comunicato dell’Aggregato Esplodiamo:
Viviamo in un tempo che ci vuole disciplinatə, frammentatə, compatibili.
Non per forza, ma per stanchezza.
Oggi è difficile prendere parola senza sentirsi subito risucchiatə dal rumore del presente. Siamo cresciuti col “there is no alternative” e anche oggi ogni lingua, ogni notiziario, ogni algoritmo, ce lo ripete.
Ogni gesto è previsto, ogni parola detonizzata, ogni verità ridotta a citazione.
Conosciamo già tutto ma siamo tristi.
Le nostre pratiche, quando non vengono ignorate, appaiono come anomalie innocue: troppo piccole, troppo strane, incapaci di bucare la superficie del pensiero dominante.
La violenza del pensiero unico non si impone: si insinua.
È dolce, amministrativa, inodore.
Ci ha insegnato a scegliere la libertà tra opzioni equivalenti.
Tutto è veloce, tutto è anestetico, la mediocrità è diventata la forma di pace comune.
Ma è proprio questa difficoltà che ci interessa: non per superarla, ma per abitarla. Perché è nella frizione, nel margine, nell’indecisione, che qualcosa può ancora accadere.
Come possiamo ancora oggi rendere visibili e praticabili altre forme di vita, altre relazioni, altre economie?
Nel frattempo intorno a noi si parla di innovazione, di transizione, di sviluppo. Ma è solo lo stesso spettro che cambia nome. Ogni alternativa viene assorbita, svuotata, restituita come déjà-vu. Anche ogni linguaggio di rottura è diventato un marchio, un’estetica fine a se stessa, consumo: la rabbia è stata normalizzata.
Ci dicono come manifestare, come dissentire, quanto durare. Così la realtà si è fatta gabbia. Ma una gabbia che non imprigiona: addestra. Ci vuole docili e disinnescati.
Eppure, la possibilità resiste.
Non nei grandi piani o nei modelli istituzionali, ma nei corpi, nei gesti minimi, nelle forme di vita che rifiutano di funzionare come previsto. La politica che ci interessa non è quella che promette, ma quella che decostruisce: lentamente, collettivamente, controvento. Fare politica oggi significa creare condizioni di durata, dare forma al desiderio, costruire spazi in cui la fragilità diventi forza comune.
Significa trasformare la stanchezza in alleanza, la mancanza in possibilità, la parola in gesto.
Il 18 ottobre scenderemo in piazza con il Collettivo ex GKN non solo per “sostenere una vertenza”, ma per scuotere questa gabbia.
La loro lotta ci riguarda perché ha mostrato che si può partire da una fabbrica chiusa e immaginare un futuro diverso: non una nostalgia di ciò che eravamo, ma un laboratorio di ciò che potremmo essere.
Una fabbrica che diventa bene comune, una transizione pensata dal basso, un’idea di giustizia che non separa lavoro, ecologia e libertà — la costruzione di un desiderio condiviso.
Vogliamo costruire crepe, generare cortocircuiti, aprire altre temporalità.
Il nostro carro non sarà un ornamento, ma una macchina di disturbo: un amplificatore di desideri e di rabbie, capace di trasformare la musica in strumento di liberazione.
Questa non è una vertenza operaia, non è una questione locale, non è un rito nostalgico. È la prova che possono essere costruite nuove estetiche del possibile, linfe ancora capaci di nutrire il desiderio comune.
È l’annuncio che non intendiamo restare spettatorə di un futuro già scritto.
Il carro sarà il nostro modo di dirlo: un corpo collettivo che prende posizione, che sostiene e rilancia, che mostra che la transizione dal basso non è solo parola, ma pratica viva, che chiede di essere condivisa.