16/06/2025
Poppi, 736 anni dopo Campaldino: quando la memoria si fa cultura viva.
Ieri sera, nell’incantevole atrio medievale del Castello di Poppi — fresco, arioso, intriso di memoria e bellezza — abbiamo ricordato la battaglia di Campaldino, combattuta 736 anni fa nella piana che si estende poco oltre le mura.
Una commemorazione che non ha celebrato la guerra, ma tutto ciò che la pace sopraggiunta ha reso possibile: arte, poesia, bellezza — nutrimenti sottili e preziosi. Non il clangore delle armi, ma la voce dello spirito, la grazia del gesto, la profondità dell’ascolto.
Ringraziamo di cuore l’Amministrazione Comunale di Poppi, nelle persone del Sindaco Federico Lorenzoni e di Alessia Busi, responsabile del Castello e della Biblioteca Rilliana, per l’accoglienza concreta e il sostegno generoso.
A Giuseppe Fanfani, la nostra gratitudine per parole evocative e illuminanti, rigeneranti come respiri, con cui ha introdotto il canto di Bonconte da Montefeltro — poi recitato a memoria da lui stesso, come se lo avesse a lungo custodito nell’alambicco della mente, per distillarlo infine, goccia dopo goccia, sillaba dopo sillaba.
A Silvia Fani, per aver dato corpo e visione alla battaglia tra l’angelo e il diavolo in una danza evocativa e simbolica, interpretata con grazia da Claudia Acciai e Michela Baglioni.
A Roberta Soldani, per aver dato voce e melodia ad alcuni endecasillabi tratti dalle tre cantiche della Commedia, con espressività vibrante e intensa.
Un grazie speciale anche a Beatrice Botarelli e Roberto Ruzzi, per il loro continuo contributo prezioso e discreto dietro le quinte, in mille modi.
E al pubblico: numeroso, attento, profondamente partecipe. Che ha ascoltato, respirato, condiviso — rendendo possibile anche una donazione al Calcit Casentino.
Un sentito ringraziamento, infine, alle associazioni del territorio — Rotary, Fidapa, Lions, Centro Creativo Casentino e 50&Più — che hanno sostenuto l’iniziativa con generosità e presenza.
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Ricordare Campaldino, ieri, ha significato onorare la lunga trasformazione che quella battaglia ha innescato nel tempo. Anche Dante, giovane cavaliere guelfo, ne uscì profondamente segnato. Da quella polvere, da quell’orrore, nacque in lui uno sguardo più ampio, più consapevole. Paura e sofferenza per la guerra affinarono la sua visione di pace, ma fu la poesia a salvarlo.
Molti anni dopo, ospite proprio al Castello di Poppi, Dante scriverà una missiva in un latino elegante e diplomatico all’Imperatore Arrigo VII per conto della contessa Matelda Guidi. Dante auspicava che l’Imperatore potesse unificare, sotto una sola corona, gli stati e i piccoli regni di un vasto territorio, liberandolo dalle continue contese. Stanco di conflitti che portavano inevitabilmente a ferro e fuoco, Dante sognava — forse per primo — non solo una Toscana, non solo un’Italia, ma addirittura un’Europa unita, fondata su leggi giuste, sul dialogo, sull’incontro, su valori condivisi.
Oggi quell’Europa unita è, almeno in parte, realtà. Noi siamo diventati, in questo, il sogno di Dante. E ieri, al Castello, guardandoci gli uni gli altri, ne abbiamo sentito l’eco risuonare potente e chiara: un luogo e un tempo di pace da onorare e ringraziare, dove è ancora possibile poetare, ascoltare, condividere e godere liberamente insieme del presente.
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Nel V del Purgatorio, canto dove incontra Bonconte da Montefeltro — suo avversario nella battaglia di Campaldino — Dante compie un passo ulteriore nella sua visione-progetto di pace, rendendola ancora più profonda, concreta, umana.
Immagina che l’anima del suo antico nemico, sul filo della morte, trovi la forza di un sincero pentimento. Ed è proprio in quell’istante estremo che si apre una nuova battaglia, non più tra schiere armate, ma tra forze invisibili: l’angelo e il diavolo si contendono l’anima di Bonconte.
È l’eco spirituale della battaglia fisica combattuta a Campaldino. Ma con una differenza decisiva: se in vita Bonconte fu sconfitto, Dante gli dona ora, nella sua opera, una rivincita eterna. Una vittoria interiore, definitiva, in cui il bene prevale stabilmente sul male, l’angelo vince il diavolo, e l’anima viene salvata.
Così Dante trasfigura la storia, trasformando la guerra in perdono, la sconfitta in salvezza, il nemico in fratello. E ci offre, con uno sguardo di profonda tenerezza, un insegnamento universale: la pace, quella stabile e durevole, si genera, prima di tutto, nel grembo trascendentale della propria interiorità.
Fanfani, nella sua introduzione, ci ha ricordato che Purgatorio significa soprattutto perdono. Anzi: iper-dono — il dono massimo. Il riconoscimento della comune fragilità che unisce anche chi, un tempo, fu avversario è un atto di inestimabile valore morale e spirituale.
Questa è la lezione di Dante: imparare a guardare con occhi trasparenti. Intuire l’altro, intuiarsi, dirà lui stesso. Mettersi nei panni dell’altro— non per giustificare, ma per vedere e sentire come lui. E così, fare pace con sé stessi e con tutto ciò che è altro da sé.
Ieri, nel Castello di Poppi, tutto questo è accaduto. È stato detto, danzato, cantato, sentito.
Non è solo “fare cultura”.
È essere cultura.
E custodirla, insieme.
Qui di seguito alcune immagini della serata, per continuare a mantenere vive le lucciole della pace.