28/02/2017
IL DJ, IL SUICIDIO E LA FINESTRA DI OVERTON
Assistiamo in questi giorni ad un nuovo straordinario attacco della propaganda a favore della legalizzazione del suicidio. Tale intenzione non è nuova; già altri casi sono stati affrontati dai media riguardo all'eutanasia (ovvero il nome edulcorato del suicidio). Famoso il caso di Eluana Englaro, privata del cibo per decisione del padre. Altro caso noto fu quello di Piergiorgio Welby, privato, per sua scelta, della respirazione artificiale. Queste note vicende sono state un inizio, un primo passo per ammorbidire l'opinine pubblica; la vicenda del dj (Fabiano Antoniani in arte "Dj Fabo") rappresenta invece un cambio di passo mediatico.
Per comprendere questo è necessario accennare alla cosiddetta "Finestra di Overton". Joseph Overton è stato un dirigente statunitense di una nota think-thank; in qualità della sua professione, saper convincere e dirigere l'opinione pubblica era la sua occupazione principale. Il modello da lui elaborato è quello che viene comunemente definito "metodo della rana bollita", ovvero far accettare qualcosa gradualmente, esattamente come, metaforicamente, si può far bollire una rana viva aumentando la temperatura dell'acqua in modo graduale senza che se ne accorga.
Nel modello della Finestra di Overton un'idea inaccettabile viene fatta passare, molto gradualmente, attraverso vari stadi, ovvero: impensabile, radicale, sensato, popolare, legalizzazione.
Si parte quindi da un'idea universalmente rifiutata, la quale viene sdoganata parlandone (rottura del tabù), tirando in ballo le eccezioni (quello delle eccezioni è un chiavistello formidabile), e poi, in un crescendo sentimentalistico, si arriva a convincere la massa che l'assenza di tale elemento (in questo caso il suicidio) sarebbe una terribile ingiustizia!
Nei casi di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby eravamo ancora ad una fase iniziale; si iniziava a parlarne; l'idea quindi passava da inaccettabile a radicale, fino a sensata. E non stupisce che chi se ne è fatto paladino sia proprio il partito...radicale! Quindi l'idea del suicidio veniva inserita forzosamente nel dibattito e nelle coscienze. Con il caso di del dj invece siamo direttamente al passaggio popolare e legalizzazione (motus in fine velocior). Difatti, mentre inizialmente l'idea veniva proposta in maniera subdola e delicata, nel caso di Antoniani(ovvero "Dj Fabo") si ha una forma estremamente sfacciata e violenta. Il fatto di fare un primo piano ad una persona malata di sla, che, col suo modo di parlare difficoltoso afferma "questa non è vita" è un grottesco colpo di scena quasi cinematografico ed orrorifico. Questi colpi bassi vanno ad aprire una crepa emotiva nella quale inserire poi, irrazionalmente, l'aspetto giuridico e l'aspetto propriamente etico.
Riguardo all'aspetto giuridico infatti le parole di Antoniani, sotto la copertura dell'emotività che suscitano, vanno a toccare in maniera del tutto insensata le leggi e la politica; si chiede alla politica di dare risposte, si chiedono leggi ad hoc... Ma su quale base? Se un malato decide unilateralmente e soggetivamente che non vuole più vivere, in che modo la legge dovrebbe tutelare questa scelta? Innanzitutto, infatti, la vita non è giuridicamente un bene disponibile, non si può scegliere di rifiutare il bene giuridico della vita. Legalizzare il suicidio quindi va a stravolgere il diritto, ammettendo l'idea giuridica che la vita non è più da tutelare; non a caso laddove tali leggi sono passate, si ricorre al suicidio per depressione, malattie non gravi e nei confronti di persone non consistenti. Inoltre, essendo la scelta della morte una scelta soggettiva, la legge non può andare a raccogliere questa volontà; la legge infatti non consiste nell'adattarsi alle scelte unilaterali delle persone. Al contrario, questa è la negazione del diritto.
Vi è poi l'ambito etico; si afferma che la mancanza del diritto al suicidio imporrebbe alle persone, in maniera sadica, di vivere nella sofferenza. Questa è una ricostruzione del tutto fantasiosa. Le persone che scelgono di morire lo fanno per una scelta ideologica, non spinti dalla sofferenza. La grandissima parte delle persone che vivono in situazioni di malattia grave non vogliono affatto morire, chiedono più sostegno, chiedono accesso più facile alla terapia del dolore, chiedono uno Stato che li aiuti a vivere; chi invece lo vuole è spinto da motivazioni psicologiche. Chi, affetto da malattie anche gravi, non è spinto da una motivazione ideologica, trova nelle cure mediche, nell'aiuto del prossimo e nelle possibilità di interazione col mondo tutto ciò di cui ha bisogno. Ci sono persone malate e gravemente disabili che scrivono libri, fanno arte, gestiscono associazioni o fanno scoperte scientifiche(come un noto astrofisico totalmente immobilizzato). Si sposano, vedono i figli crescere, vivono con le loro famiglie. Queste persone vivono una vita piena, vera, degna, libera. E se qualcosa devono chiedere allo Stato, si tratta di richieste di maggiori aiuti, non richieste di morte.
Ma la propaganda è un'arma formidabile; ed ecco che molte persone vedono nel dj un paladino, schiavo della cattiveria umana, che, andando a bere veleno in Svizzera ora sarebbe libero. Noi preghiamo per la sua anima, magari nel momento della morte si è reso conto della sua scelta errata. Ma il problema è chi, si fa ingannare da queste idee di morte. E, visto che abbiamo parlato di anima, come non citare la Chiesa? Nei pochi interventi che ho potuto ascoltare, ho sentito esponenti della Chiesa parlare di "solidarietà e vicinanza". Non di vita, non di denuncia, non di lotta ad una propaganda di morte, e neanche di fine ultimo di chi sceglie il suicidio. No. Senza esporsi, con un piede in due scarpe, lunghissime supercazzole infarcite di parole mondane. Una Chiesa del genere è solo sale che ha perso il sapore. Non a caso ultimamente celebra Lutero e Pannella.
Ma se chi di dovere tace o evade dalle sue responsabilità, noi non abbiamo la stessa impostazione: denunciamo quindi apertamente la gradualità verso lo sdoganamento del suicidio; denunciamo come la scelta di morire sia una scelta non di "dignità" ma di annientamento della dignità umana; denunciamo come chi sceglie di morire possa farlo in qualsiasi momento, in Svizzera come in Italia, come tragica scelta personale senza pretendere leggi irrazionali prestando la propria faccia ai fautori di morte. Denunciamo infine la stupidità delle masse che spinte da qualche servizio televisivo montato ad arte arrivano a giudicare la morte come un diritto e la vita come una condanna.