08/09/2026
Platafisica. Non ricominciamo da zero. La passione non va in pensione e il teatro ricomincia dove finisce l’ovvio.
Ci sono nomi che si scelgono.
E nomi che, a un certo punto, sembrano scegliere noi.
Platafisica nacque così.
Da un piccolo azzardo linguistico.
Dall’incontro tra Platania e Patafisica.
Tra un cognome che porta con sé una storia e quella meravigliosa disciplina dell’immaginario che Alfred Jarry definì, con sublime serietà, la scienza delle soluzioni immaginarie.
Ci piacque allora.
Ci piace ancora di più oggi.
Perché, in fondo, è esattamente ciò che abbiamo sempre cercato di fare.
Prendere molto sul serio il teatro senza trasformarlo in un luogo serioso.
Studiare la tecnica senza diventarne prigionieri.
Rispettare le regole abbastanza da poterle, qualche volta, felicemente tradire.
Cercare l’eccezione.
L’imprevisto.
Quella piccola deviazione dalla norma dalla quale, spesso, nasce qualcosa di vivo.
E forse Platafisica significa proprio questo.
Una famiglia artistica che incontra l’immaginazione.
L’esperienza che incontra la libertà.
La disciplina che si concede il lusso della meraviglia.
Per questo oggi l’Accademia riapre.
Ma sarebbe profondamente sbagliato chiamarlo un nuovo inizio.
Perché noi non ricominciamo da zero.
Ricominciamo da tutto quello che è già accaduto.
Da più di venticinque anni di lavoro.
Dagli spettacoli costruiti.
Dalle prove finite troppo tardi.
Dalle scene che non funzionavano e che, improvvisamente, una sera hanno cominciato a respirare.
Da Pinter e dal suo Calapranzi.
Da Boris Vian e Il mestiere più antico.
Dai festival.
Dalle produzioni.
Dai concorsi.
Dai palcoscenici attraversati e da quelli sognati.
Dai ragazzi entrati per la prima volta in una sala prove con la voce bassa e usciti, qualche mese dopo, capaci di farsi ascoltare.
Dagli adulti che pensavano di essere arrivati troppo tardi.
Dai bambini per i quali il teatro è stato, prima ancora che tecnica, scoperta.
Dagli allievi che sono rimasti.
Da quelli che hanno preso altre strade.
Da quelli che, anni dopo, incontrandoci, ci hanno detto: “Quella cosa imparata lì mi è servita”.
Forse è questo, alla fine, il vero curriculum di una scuola.
Non l’elenco dei titoli.
Le persone.
E poi gli insegnanti.
Artisti, registi, attori, musicisti, professionisti diversi per formazione e temperamento, mai chiamati a ripetere una formula, ma a portare dentro l’Accademia il proprio sguardo.
Perché Platafisica non è mai stata il luogo di un metodo unico.
È stata, e vuole tornare a essere, il luogo dell’incontro.
La parola incontra la musica.
La recitazione incontra il canto.
Il corpo incontra il pensiero.
Il teatro di parola incontra il musical.
La disciplina incontra l’istinto.
La tradizione incontra la contemporaneità.
Ed è proprio questa pluralità che oggi vogliamo riportare in scena.
Con Brunella.
Con me.
Con Francesco Properzi.
Con Francesco Facciolli.
Con Scilla Sticchi.
Con Antonio Cervigni.
Con gli artisti e gli esperti che entreranno nei nostri weekend di Accademia per portare esperienze, linguaggi e visioni differenti.
Non una passerella di nomi.
Una comunità di lavoro.
Perché insegnare teatro, per noi, non significa produrre piccoli cloni del proprio gusto.
Significa dare strumenti.
Poi lasciare che ciascuno trovi la propria voce.
Oggi questa storia trova nel Cineteatro Excelsior di Macerata uno spazio che ci assomiglia.
Un teatro vero.
Un palcoscenico vero.
Un luogo che possiede già quello che nessuna scenografia può inventare: memoria, attesa, possibilità.
Ci sono teatri che sono semplicemente contenitori.
E ce ne sono altri nei quali, appena entri, avverti che qualcuno dovrebbe tornare a raccontare storie.
L’Excelsior, per noi, è uno di questi.
Qui porteremo ciò che sappiamo fare.
Ma soprattutto ciò che abbiamo imparato facendo.
Gli errori.
Le intuizioni.
Gli entusiasmi.
Le cadute.
La pazienza.
La meraviglia di vedere un allievo trovare finalmente il tono giusto per una battuta provata cento volte.
Per me questo ritorno ha anche un significato personale.
Negli ultimi anni ho scelto di dedicare una parte importante del mio lavoro al giornalismo, curando Attualitalk e privilegiando il racconto dell’attualità, l’intervista, l’incontro con le persone.
Potrebbe sembrare un allontanamento dal teatro.
Per me è accaduto l’esatto contrario.
Il giornalismo mi ha ricordato quanto contino una parola precisa, una pausa, una domanda posta nel momento giusto, la capacità di ascoltare davvero chi si ha davanti.
Il teatro mi aveva insegnato tutto questo molti anni prima, con un altro alfabeto.
E allora ho capito che le esperienze importanti non si sostituiscono.
Si stratificano.
Si contaminano.
Si portano l’una dentro l’altra.
Tornare all’Accademia, dunque, non significa per me tornare indietro.
Significa arrivarci con tutto quello che nel frattempo sono diventata.
Ed è forse questo il senso più autentico della nostra riapertura.
Non ricominciare da zero.
Ricominciamo da tutto.
Da chi c’era.
Da chi ci sarà.
Da chi ha insegnato.
Da chi ha imparato.
Da chi ha avuto il coraggio di sbagliare davanti agli altri.
Da chi ha scoperto che una scena non si “fa”: si ascolta, si abita, si conquista.
E da una passione che, contro ogni ragionevole previsione, non ha imparato a invecchiare.
È quella passione che continua a guidarci.
Una passione un po’ ostinata.
Forse perfino irragionevole.
Certamente poco incline alla pensione.
La convinzione che il teatro serva ancora.
Ai bambini.
Agli adolescenti.
Ai giovani.
Agli adulti.
A chi sogna di farne un mestiere e a chi non salirà mai professionalmente su un palcoscenico.
Perché il teatro non serve soltanto a formare attori.
Serve a imparare a stare davanti agli altri senza nascondersi.
A usare una voce e scoprire che è la propria.
A conoscere il corpo non come immagine ma come linguaggio.
A stare in silenzio quando il silenzio dice più della battuta.
A osservare.
Ad ascoltare.
A immaginare.
In un tempo nel quale siamo continuamente invitati a mostrarci, il teatro insegna qualcosa di molto più difficile: essere presenti.
Ecco perché riapriamo Platafisica.
Con molta esperienza alle spalle e nessuna vocazione al museo.
Con rispetto per ciò che siamo stati.
Con curiosità per ciò che ancora non conosciamo.
Con insegnanti diversi.
Con allievi diversi.
Con generazioni diverse.
Con la voglia di farle incontrare.
E con quel nome un po’ bizzarro che ci accompagna da sempre.
Platania più Patafisica.
Una piccola eresia grammaticale diventata, senza che ce ne accorgessimo, una dichiarazione d’intenti.
Perché forse il teatro comincia proprio lì.
Nel punto esatto in cui ciò che esiste incontra ciò che potrebbe esistere.
Platafisica riparte.
Con la stessa passione degli inizi.
Con molta più esperienza.
E, fortunatamente, ancora con qualche magnifica soluzione immaginaria da trovare.