Giulio Malaostia

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Di·à·fa·no/aggettivoDi corpo parzialmente trasparente, che permetta di scorgere almeno i contorni dell'oggetto posto die...
24/06/2018

Di·à·fa·no/
aggettivo
Di corpo parzialmente trasparente, che permetta di scorgere almeno i contorni dell'oggetto posto dietro di esso.

Cellophane o cellofan
pellicola sottile e trasparente costituita da idrato di celulosa. Termine nato dall’unione delle parole “cellulosa” e “diafhane”.

Gli scatti che compongono la raccolta Diàphane di Filippo Basetti hanno come intimo comune denominatore lo smarrimento innescato nello spettatore da una prima visione, nella quale ci sfugge, sul primo momento, ciò che l’Operator della fotografia sta cercando di dirci in absentia, in parte nascondendoci dietro ad un velo il suo Spectrum, in altra parte sottraendo alla nostra vista di Spectator i riferimenti fisiognomici di ciò che vediamo, imponendoci di fermarsi un attimo per stringere lo sguardo come a mettere a fuoco, come a finire un lavoro solo abbozzato dall’artista, con un ribaltamento di poetica che ci immedesima col suo operato, per cercare di capire quello che è al di là del velo, diafano per l’appunto, che Filippo ci stende di fronte come primo elemento di costruzione dell’immagine artistica.
Davanti all’obiettivo, ma comunque dietro al velo, il soggetto si frantuma, si moltiplica su più fronti protetto da un velo traslucido di idrato di cellulosa, occupante gran parte dell’inquadratura.
Come un esperto chimico che lavora con una maschera protettiva, l’artista isola adesso il soggetto del suo scatto dalla realtà circostante, eliminando tutti i dettagli che lo possono contestualizzare nell’ambiente, fino a farlo diventare esso stesso una molecola di Luce, parte di una reazione chimica in atto.
Una volta ottenuta questa scomposizione dell’oggetto, operata attraverso il suo occhio, e protetta da un limbo traslucido, Filippo dispone tutti gli elementi della sua fotografia con estrema sapienza, pronto finalmente a scrivere con la Luce la sua parola/soggetto; ma non è soltanto questo il valore intrinseco delle opere così realizzate e qui raccolte.
La vera forza di questi scatti sta nell’intuizione della necessità di erigere uno schermo tra il soggetto e l’oggetto artistico, cioè la creazione di un confine, la messa in essere di una interzona che delimita e legittima lo spazio occupato dallo Spectrum, che viene in questo modo liberato dalle convenzioni estetiche e sociali che implica il farsi ritrarre e, diviene pronto a farsi simulacro e portatore di significato a sé stante, esule anche dal discorso poetico e visivo dell’artista, ma soprattutto dal giudizio critico di chi osserva.
Dall’altro lato della barricata si trova Filippo, in attuazione della sua regia descrittiva fatta di corpi, luci e colori, pronto a cogliere l’attimo preciso in cui tutte le realtà ( quella dello Spectrum, quella dell’Operator e quella del futuro Spectator ) si incontrino.
Nel suo immaginario di tessuto sintetico prendono vita figure che lottano per emergere, o semplicemente, che restano immobili dietro al velo per farsi osservare, senza volto e senza contorni che ne delimitino il loro essere nel mondo. Si trovano così ad essere delle piccole divinità scolpite con la Luce, esposte in una “vetrina” parzialmente trasparente, che ci permette a malapena di scorgere i contorni dell’oggetto dietro di essa.
Ci appaiono figure femminili che si sporgono fino a toccare il limite tra il Dentro ed il Fuori, come a tentarci, quasi ad invitarci nel loro mondo anestetico creato di puro bagliore, dove il desiderio si infrange sul confine che l’artista ci mette di fronte, oppure pronte a chiederci di essere afferrate e portate nella nostra dimensione.
Il velo diafano rende tutto tremendamente perfetto e nella sua distanza ci interroga sul trascorrere del nostro tempo, così ossessionati dal dover per forza classificare e categorizzare qualsiasi cosa per poterla concepire e fruirne filtrandola con i nostri canoni di gusto, lasciando in questo modo, purtroppo, sfuggire la bellezza del dettaglio non completamente messo a fuoco, il fascino della fantasia che ricrea a posteriori quello che non ci era stato dato di vedere con chiarezza in un primo momento, quel piccolo sfarfallio di luce così diafano che ci colpisce ad una prima visione il più delle volte molto distratta.
La vera opera d’arte non è qui data dal soggetto in sé, seppur frantumato in possibilità multiple di ciò che vorrebbe essere o di ciò che in realtà è, ma nemmeno da quello che il fotografo vorrebbe che fosse per palesare così la sua arte; il vero spettacolo viene messo in scena proprio dal velo. Esso è il tramite per il quale la luce filtra e va a descrivere, facendosi membrana attraverso la quale le figure si palesano e diventano reali per noi, piuttosto che nella camera chiara del fotografo.
Ogni singolo scatto è leggibile su molteplici livelli, una mise en abyme attuata attraverso lo stratagemma del velo semitrasparente che pone in atto i desideri del soggetto usato come modello, libero dal giudizio dell’occhio che lo vede, purificato anche dal significato che l’artista vorrebbe imprimergli con la sua arte, divenendo così vergine e perfetto materiale per la composizione del tessuto narrativo del fotografo, il quale si trova adesso ad essere piuttosto un medium delle varie esperienze messe in campo dalla composizione plastica della fotografia.
Ogni scatto è la creazione di un’icona a sé stante, un piccolo mondo autoreferenziale e perfetto, fruibile per pochi minuti, prima di passare al successivo, fino a racchiudere dentro la nostra memoria solo quanto ci colpisca veramente, come a crearci un piccolo catalogo di personale Bellezza.

Un mio breve scritto...
17/02/2018

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Interno. Mattina. Studio di Emilia Maria Chiara Petri. Una leggera brezza di vento entra dalla finestra, muovendo le tende della finestra e facendo cadere a terra una tela appoggiata in maniera piuttosto funambolica ad una pila di altre tele, alcune finite, altre soltanto abbozzate. Mano di donna, e...

Piccolo viaggio onirico: bozza per una critica empatico/emozionale[...]Per scappare via dalla paranoiaMescalina (come do...
05/12/2017

Piccolo viaggio onirico: bozza per una critica empatico/emozionale

[...]
Per scappare via dalla paranoia
Mescalina (come dopo un viaggio con la mescalina che finisce male)
Nel ritorno
F.Battiato, Shock in my town

Stasera. Stasera. Stasera.
Le parole continuano a rimbombare nella testa, gli occhi faticano a stare dietro ai pensieri. Non resta che chiuderli. E lasciare che le parole diventino immagini.
Per primo arriva il buio, lento come il respiro di un gatto accoccolato a fianco del cuscino, poi arriva il calore, quello di un corpo n**o che si muove ed entra nella stanza, infine arriva il colore. Rosso.
Ora è il momento, apro gli occhi; ma lei non è più qua, è fuggita, si è defilata in punta di piedi dalla porta dalla quale era entrata con i lunghi capelli scuri e la testa reclinata verso il basso, come a sfuggire lo sguardo che possa riuscire a descriverla.
Ancora un passo, un’altra porta e l’attenzione viene distolta, come nelle allucinazioni, i costrutti quotidiani scivolano verso diverse forme di interesse, l’esperienza sensoriale si tramuta quasi in una esperienza mistica che risveglia i sensi.
La comunicazione visuale, con la sua capacità evocativa mi trascina via, e ogni nuova porta che si apre rivela un corpo in mutazione, una pelle che porta in sé i segni del cambiamento.
I colori esplodono, i tratti si rarefanno, diventano vortici di colori, pennellate impetuose che sferzano il corpo come venti di bufera. Poi di nuovo il buio.
La tranquillità. Il viaggio sembra non finire mai, apro un’alta porta, mi trovo catapultato in un altro mondo dove tutto ha una prospettiva diversa.
La dominante verde e lo sguardo sghembo sorreggono il suo corpo ancora n**o, entra luce dalla grande finestra sullo sfondo. Allungo una mano per toccarla, per raggiungerla. Ormai sono quasi convinto che un tocco potrebbe svelarne i segreti, sfiorare la pelle è la chiave per aprire la porta che conduce dove tutto ha origine.
Arrivare finalmente alla stanza senza finestre, il Loft.
Lei è lì, mi aspetta statuaria con le mani dietro la schiena come a dire: bentornato!
Come Alice che insegue il Bianconiglio sperando di trovare delle risposte mi ritrovo nella sua tana, “la strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza” e, ci sediamo per terra, con le gambe incrociate. Ma io non ci sono, non esisto.
Esiste solo Chiara Scarfò e la reinterpretazione pittorica di sue fotografie inedite.
Scatti provenienti da un passato quasi dimenticato riportati in vita prima di essere archiviati perché uniti da un inconsapevole destino comune. In tutte le opere qui riunite è infatti presente una porta o una finestra, dalla quale la figura femminile entra o esce, così come fa la luce che penetra nelle opere, o che addirittura ne viene espulsa per esplodere nei contorni di un bianco quasi allucinatorio.
E sono proprio le porte e le finestre che catturano la nostra attenzione: attraverso di esse il corpo esibito acquista un nuovo significato, una nuova ragione per essere lì, per essere n**o e per essere esposto ai nostri sguardi, come in una performance di body-art diviene strumento di connessione tra piani cognitivi. Laddove ognuno di noi attraversa quotidianamente porte, siano esse oggettive o metaforiche, scopriamo che ogni attraversamento del varco ci conduce in un luogo diverso da quello in cui eravamo in precedenza, ogni passaggio è un nostro cambiamento, sia esso spaziale, temporale o percettivo.
Veniamo alla vita attraverso un varco e ne usciamo per essere tumulati attraverso la terra, tutto in noi è attraversamento.
Cogliere l’essenza dell’opera di Chiara Scarfò non è qui semplice e immediato, nonostante alcuni tratti molto figurativi possano trarre in inganno. L’artista si fa performer di sé stessa attraverso l’elaborazione di un suo scatto fotografico, per poi reinterpretarsi ancora come opera pittorica, in un gioco di specchi che sembra rimandarsi all’infinito come un mandala, come ad un sogno dentro al sogno dove “i desideri nascosti, appena intuiti vanno talvolta a formare torbidi e pericolosi mulinelli persino nell’anima più limpida e pura.” e ci ritoviamo sperduti in una realtà che non ci è più familiare e che non sappiamo descrivere. Come la piccola Alice finiamo per rincorrere affannosamente la Verità e, ci ritroviamo dietro alla specchio, riflessi nostro malgrado (o per nostra fortuna, chissà!) nell’obbiettivo di Chiara, che con il suo enigmatico sorriso da Sfinge sembra sapere molto più di noi.
E forse, ce lo dirà proprio “Stasera”…

Indirizzo

Corso Amendola, 3
Pistoia
51100

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