18/04/2024
Aveva 5 anni quando fu venduto dal padre ad una fabbrica di tappeti pakistana. Come tanti altri, Iqbal Masih veniva legato ad un telaio per intrecciare i nodi, anche per 12 ore al giorno. E quando provava a fuggire, arrivavano le botte e le torture.
Una volta però riuscì ad allontanarsi per diverse ore. Vide un corteo per i diritti dei lavoratori e si unì ad esso, anche se non sapeva di cosa si trattasse. Capendo che era un bambino sfruttato, gli uomini del corteo lo fecero parlare in pubblico. Raccontò la sua storia e da lì cambiò la sua vita. Iqbal divenne un simbolo della lotta contro lo sfruttamento minorile. Vinse anche un premio da 15mila dollari, ma anziché tenerseli li donò per far costruire una scuola, perché solo con l’istruzione i suoi coetanei non sarebbero caduti nella schiavitù.
“Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite”, diceva.
Grazie a lui, grazie alla sua lotta, le fabbriche che usavano bambini vennero chiuse, in Pakistan.
Anche per questo gli spararono alla schiena il 16 aprile del 1995, mentre andava in bicicletta. Dissero che era stato un eroinomane, ma tutti sapevano che l’assassinio era stato ordinato dalla mafia dei fabbricanti di tappeti.
Oggi ci sono quasi 5 milioni di bambini in schiavitù, nel mondo. Sappiamo benissimo dove sono e quali paesi consentono che quello scempio avvenga.
Se si facessero pressioni internazionali per isolare i governi di quei paesi, non faremmo un soldo di danno. E forse faremmo qualcosa di buono.