19/06/2024
Gabriello Chiabrera, il grande poeta savonese
"Figli di Muse minori" è il titolo di questo interessante libro di biografie letterarie dello scrittore pinerolese Postremo Vate.
Tra le quattordici biografie che lo compongono, ce n'è anche una dedicata a Gabriello Chiabrera (1552-1638), savonese, uno tra i maggiori poeti italiani del Seicento.
Fu un grande poeta barocco ma anche una gran "testa calda", facile all'ira, permaloso, avvezzo a mettere mano alla spada non appena riceveva un'offesa. La sua giovinezza fu avventurosa e scapestrata: eccelleva negli studi letterari ma amava anche i bagordi e quando non stava in biblioteca o alla scrittoio, era facile trovarlo in taverna o in qualche lupanare. A nove anni, uno zio lo condusse seco a Roma, per farlo perfezionare negli studi umanistici e per trovargli posto alla corte papale. Nel 1576 fu coinvolto in un duello con un borioso aristocratico: Chiabrera lo ferì a morte ma, in seguito a tale fatto, dovette fuggire da Roma.
Trovò rifugio dapprima a Venezia e poi a Torino, dove fu accolto con benevolenza da Carlo Emanuele I di Savoia, al quale dedicò il poema epico "Amedeide" (scritto in ottave, in 23 canti) e molte canzoni e sonetti (tra cui la canzone eroica per la vittoria delle armate ispano-sabaude su quelle francesi, nella gloriosa battaglia di San Quintino, avvenuta nel 1557). Per molti anni ebbe stretti rapporti col Piemonte: nel 1603, a Mondovì, fece pubblicare "Le Vendemmie di Parnaso", un brioso libro di liriche che esaltano il delirio bacchico e il piace inebriante del vino. Nel 1607 si recò a Torino con la prima edizione del poema "Amedeide" e ne diede pubblica lettura al Duca Carlo Emanuele, il quale lo apprezzò moltissimo. Probabilmente, Chiabrera si sarebbe fermato più a lungo alla corte sabauda se un cortigiano del Duca non avesse fatto la corte alla bella e giovane moglie di Chiebrera, Lelia Pavese, che era molto lasciva e sensuale. Il Chiabrera e l'ignoto cortigiano vennero alle mani, poi, onde evitare di cacciarsi in un ennesimo duello che poteva finire male e compromettere gli ottimi rapporti che aveva instaurato col duca sabaudo, il Chiabrera e sua moglie lasciarono Torino e andarono a Firenze, dove furono accolti con grande stima dal Granduca mediceo. Gabriello Chiabrera scrisse molte opere poetiche, tra cui le stupende "Meganira" e "Galatea" (rispettivamente, una favola pastorale e una favola marittima), la "Herodiade" (un poemetto sul martirio di San Giovanni il Battista), il già citato poema epico "Amedeide", il poema epico-encomiastico "Firenze", la tragedia "Angelica in Ebuda" (di argomento ariostesco), le celebri "Canzonette", i "Sermoni", la favola mitologica "Gli amori di Aci e Galatea", una autobiografia intitolata "Vita scritta da lui medesimo"'. Queste sono soltanto alcune delle tante opere composte dal Chiabrera. Fu un classicista, fiero avversario del Marino e dei Marinisti, ma fu anche un poeta barocco a tutto tondo, a tratti enfatico, molto roboante, in sintonia con lo stile del suo tempo, come si può ben vedere dalle ottave con cui inizia il suo poema "Amedeide":
I
Musa, ch'alme corone al crine adorno
Tessi di stelle, e di bei lampi ardenti,
E dal Cielo, ove fai dolce soggiorno,
D'ammirabile spirto empi le menti,
Dì d'Amedeo, come da Rodi intorno
Tolse il furor de le nemiche genti,
Quando ai Cristiani altar porgendo aita
Il feroce Ottoman trasse di vita.
II
E Tu, ch'alto adoprando, ampio sentiero
T'appresti, o Carlo, a le magion stellanti,
Mentre pur sali, e nel viaggio altiero
Belle orme imprimi, odine lieto i canti;
Non perché 'l corso del real pensiero
Spronar tu deggia del grand'Avo ai vanti;
Non è mestier: così spedito, e franco
Voli a le mete eterne unqua non stanco.
III
Scorgi sol, ch'agli Eroi sacra corona
Dassi in Parnaso; e lo sperar sia certo,
Ch'un dì cetra immortal lungo Elicona
Temprerà Febo al tuo sì nobil merto:
Bene alto in terra d'AMEDEO risuona
Il giusto affanno in guerreggiar sofferto;
Ma più sublimi inverso il ciel tue lodi
Allor n'andranno: or dà l'orecchio a Rodi.
Ecco un tipico saggio del Chiabrera epico, epigono del Tasso, ma in piena sintonia con la poesia del suo tempo, con la cultura barocca e con l'influsso della poesia tassiana che perdurò per tutto il secolo. Il Chiabrera fu singolare anche come uomo, oltre che come poeta: era geniale ed estroverso ma pure assai iracondo e insolente, avvezzo a metter mano alla spada, gelosissimo della sua bella e giovane moglie (una sua cugina), amante della crapula e dei bagordi (che, però, sapeva alternare con la preghiera e la devozione religiosa). Per Savona, resta il suo poeta maggiore, ma ha anche importanza per Torino, perché fu uno dei poeti più ammirati dal Duca Sabaudo Carlo Emanuele I. Dunque, per il Seicento italiano, un notevole poeta, anche se, purtroppo, la critica letteraria lo ha sempre relegato tra i minori. Come ho accennato, Postremo Vate gli ha dedicato una biografia, ricca di aneddoti e riferimenti alle sue opere poetiche, nel suo libro intitolato FIGLI DI MUSE MINORI, pubblicato dalle Edizioni HOGWORDS e costituito da quattordici biografie di letterati italiani "ingiustamente dimenticati", purtroppo sbrigativamente emarginati come "scrittori minori".
È acquistabile su Amazon, sia in edizione ebook formato kindle, sia in edizione cartacea (brossura e cartonato).
Vi invito anche a iscrivervi al canale You Tube di Postremo Vate: troverete oltre mille e trecento video dedicati alla Poesia, alla Letteratura e ai suoi numerosi libri.
Nina Caterina Piga
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