13/06/2026
Credo sia quasi scontato associare il Ponente ligure all'ulivo.
Il verde argenteo delle sue foglie, insieme all'azzurro del mare, domina ancora buona parte del paesaggio ligure o almeno di quello più a portata del turismo di massa.
Allo stesso modo, però, rischia di essere scontato quel pericoloso processo di attualizzazione del passato che porta a cristallizzare situazioni odierne come se fossero sempre esistite, banalizzando le complesse e plurisecolari dinamiche (storiche, culturali, sociali ed economiche) che hanno trasformato un dato territorio e le comunità che lo vivono.
Certo bisogna fare un gran bello sforzo mentale per immaginare il paesaggio agrario ponentino tra Medioevo ed Età Moderna:
in un contesto in cui la povera economia di sussistenza obbligava i contadini sin dal X sec¹ a sfruttare gli angusti spazi a disposizione per colture promiscue in cui seminativi convivevano con alberi da frutta, vitigni e ulivi, poco alla volta si fa strada- e non ovunque- una tendenza alla specializzazione, ma non quella che ci si aspetterebbe: almeno per tutto il XV e per la prima metà del secolo successivo a carstterizzare il paesaggio ponentino non è l'ulivo, ma la vite.
Documenti d'archivio romani, prima e genovesi poi, attestano l'importanza e la diffusione di questa coltivazione, che ha lasciato un ricordo di sé nella memoria di uno dei vini più rinomati del tardo medioevo: quel Moscatello di Taggia, che ha reso famosa questa località ben prima della nascita di quel cultivar (la "Taggiasca, per l'appunto) per cui oggi è nota a livello internazionale.
Per non parlare del "Rosio" di Cima (San Biagio della Cima), antesigano dell'odierno Rossese di Dolceacqa, cmq già noto come "Razese" o dell'"Ormeasco",versione ligure del Dolcetto che i Clavesana introducono a Pornassio (foto 3) già a partire dal '300...
Se foste interessati all'argomento (che ho provato indegnamente a presentare), in Rete trovate facilmente alcuni degli articoli che vi propongo nella bobliografia.
E per concludere, poco c'entra col tema. ma sempre interessante è, l'attestazione della Dogana del porto romano di Ripa Grande di 4.000 paia di scarpe arrivate da Taggia...