22/02/2026
Sogno di un’Anima Errante: Il Rituale del Riconoscersi
Lo spettacolo "Sogno di un’Anima Errante - Suonno ’e n’anema pezzentella", opera di Francesco Lutri , trascende la perfomance teatrale per farsi rito di passaggio. La rappresentazione riesce a trasformare il culto napoletano, legato alla tradizione delle anime pezzentelle e ai luoghi come il Cimitero delle Fontanelle, in una potente metafora della nostra esistenza contemporanea. Quel gesto antico, adottare un teschio, offrirgli preghiere, chiedere protezione, diventa un atto profondamente umano: il bisogno di dare un nome all’assenza, di negoziare con ciò che abbiamo perduto o che stiamo perdendo nella nostra vita e medicare le proprie ferite attraverso la cura dell'altro.
Lo spettacolo si apre su un momento di sospensione e di attesa. E appare subito chiaro che il legame tra vita e morte non è vissuto come una fine, ma come un equilibrio instabile. La scenografia, essenziale e carica di simbolismo, evoca le “capuzzelle” (i teschi) non come resti macabri, ma come specchi in cui i vivi cercano risposte. Non oggetti di superstizione, ma presenze silenziose che obbligano a interrogarsi.
La regia visionaria, dell’autore e regista Francesco Lutri, scarnifica la tradizione, rifiutando il pittoresco per indagare un confine poroso dove vita e morte dialogano incessantemente. La scena diviene uno specchio in cui lo spettatore ritrova il proprio volto.
Gli attori, tutti meravigliosi, non recitano il dolore, lo attraversano, abitando l'assenza con una fisicità fragile e coraggiosa. Il ritmo denso, i dialoghi intensi e le luci taglienti esorcizzano le paure, rendendo tangibile il legame tra la carne e la polvere.
Siamo tutti "Pezzentelli": Il cuore dell'opera risiede nello smarrimento interiore. Lo spettacolo ci mette a n**o, ricordandoci che la ricerca di una connessione nell'oscurità è ciò che ci rende umani.
Un’opera viscerale che si pone sulla soglia tra sacro e umano. Ci insegna che vita e morte non sono stanze separate, ma le due facce della stessa porta, e che prendersi cura di un’anima perduta è, in fondo, l'unico modo per ritrovare se stessi. E allora l’ultima immagine resta addosso come una verità sussurrata: la vita e la morte noi le attraversiamo,incontrandole continuamente, senza accorgercene. Vivere è imparare a sostare su quella soglia, guardando in Alto; morire è forse soltanto cambiare lato alla Luce.
Grazie don Armando Visone per aver voluto e promosso il laboratorio teatrale Labteatraleagp Tittinadelvecchio, luogo di Comunità e Condivisione.
Recensione di Giovanna del Vecchio che ringraziamo di ❤️