23/06/2026
Parlando di sport, c'è da dire che il sistema attuale non aiuta i genitori, che oggi sono molto fragili. Vanno guidati, non usati come bancomat.
Le società dovrebbero fare riunioni pedagogiche serie, spiegando che l'obiettivo non è il gol in più, ma l'apprendimento e la socializzazione. Spesso queste riunioni non si fanno perché gli allenatori stessi non saprebbero cosa dire. Ci si fa scudo dietro il fatto di essere "volontari", ma il volontariato non autorizza a danneggiare i bambini.
Il bullismo nei contesti del calcio giovanile è un problema serio che nasce proprio da queste tendenze di esasperazione agonistica. L'agonismo, parola che peraltro condivide la radice con "agonia", non può essere applicato all'infanzia in questi termini. È pericoloso e non porta a nulla.
Ho l'esempio di mio nipote che a 6 anni era stato quasi allontanato perché non mostrava interesse per le partite continue. Ora, giocando liberamente, sfida se stesso nel record di palleggi. Questo è il desiderio dei bambini: la sfida con se stessi e con il mezzo, non lo scontro agonistico precoce.
Un bambino deve andare al campo per imparare a stare con gli altri, per esprimersi e per acquisire una tecnica che gli permetta, un domani, di giocare davvero. Fare tornei competitivi a 6 anni non è sport, è una violazione delle tappe della crescita.
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Daniele Novara