20/03/2026
Gaietà, un cantastorie tecnicamente zotico (non spiritualmente, che anzi è pure troppo sensibile e buono), è una miniera di racconti intessuti con la stoffa delle fiabe. Quella del “Sole di Murons” è seria, divertente e bellissima, merita di essere conosciuta perché fa bene, la racconto a memoria perché mi piace farlo:
“Nel paesino di Murons viveva una sedicenne di una bellezza incredibile che, tra le altre cose folgoranti a prima vista, aveva una stupenda chioma color oro, simile a un drappo dorato o alla luce del sole: per questo tutti si riferivano a lei come al Sole di Murons. Ogni uomo, in paese, la desiderava e la corteggiava, e nessuno era risparmiato dal suo fascino: solo che lei, il Sole, non sembrava interessata a nessuno degli spasimanti. E in un paesino, si sa, il pettegolezzo fa in fretta a correr più del vento, e tutti attaccarono a dire che era una presuntuosa, le donne dicevano che si riteneva speciale ma era una come tutte, cosa si credeva per quel – bellissimo, certo – manto di capelli, poi si attaccò a dire che avrebbe accettato solo di essere sposa di un principe o qualcosa del genere…
La verità, però, era che il Sole si era promessa a un cugino, che non aveva il becco di un quattrino e che lei amava perdutamente, e a cui aveva legato per sempre il suo cuore. Quando i suoi genitori lo seppero, di fronte alla possibilità di maritare la preziosa figlia con uno spiantato, prima inorridirono e poi misero il loro divieto, a meno che… lui non diventasse ricco abbastanza per meritare un tal tesoro.
Il cugino, allora, decise di mettercela tutta per far fortuna, e naturalmente andò a cercarla in America: e ce la fece ma, dato che i soldi non crescon sotto i sassi, ci mise un bel po’ e tornò dopo vent’anni. Quando finalmente rivide la sua bella fidanzata, dopo tanto tempo, si accorse che c’era qualcosa che non andava: lei, ormai prossima alla quarantina, era parecchio sfiorita e lui ci restò male. Aveva pur sempre, però, quella sua cresta di sole sulla testa, che le ricascava per tutta la schiena avvolgendola come uno scialle del suo sublime splendore dorato: insomma, ne valeva ancora la pena, e così fu fissata una data per le nozze. Ma siccome, nelle cose belle, al diavolo piace metterci il suo zampino, all’improvviso il cugino fu preso da tremiti e convulsioni, e i medici e i taumaturghi chiamati al suo capezzale conclusero infine che si trattava di peste cattiva, e che non avrebbe avuto scampo neanche grazie ai miracoli che loro di solito fanno… il Sole, sentita la notizia, si disperò ma non si arrese: si rivolse a San Ponzio, il patrono di Murons, con le più ferventi preghiere perché intercedesse per lei col nostro Signore, e facesse guarire il suo amore. I giorni però passavano e la salute del cugino non migliorava: il Sole decise allora di promettere 𝑒𝑥 𝑣𝑜𝑡𝑜 la cosa più preziosa che aveva, la sua meravigliosa chioma d’oro. E il suo Amore guarì in tre balletti! Lei che, fatta la promessa, aveva subito iniziato a ricamare un bel nastro, lo prese insieme a un paio di forbici, e si avviò verso l’eremo. Quando arrivò, e cominciò a mettersi al lavoro con la forbice per mantenere la promessa, al primo zac! si sentì venir meno: ma proseguì, perché i voti sono cose sacre e non ci si può scherzare, e poi ciò che lei aveva ricevuto valeva più di qualsiasi altra cosa. Così il Sole di Murons andò avanti, finché non si tagliò fino all’ultimo raggio dalla testa. Dopodiché, adempiuto il giuramento e rese le grazie, lasciando il cinto d’oro appeso col nastro a una parete, tornò in paese dal suo promesso. Che, quando la vide tutta tosata come una pecora, cominciò a indietreggiare, barcollando e segnandosi con la croce come se avesse visto uno spirito dell’inferno. Ripresosi dal colpo disse infine al suo Sole che purtroppo doveva tornare in America. E restarci per sempre, perché durante la sua malattia le cose per l’impresa erano andate parecchio male, e ora c’era bisogno della sua presenza per risollevar le sorti, e che non sarebbe mai potuto tornare di nuovo, e che tanto ormai erano entrambi anziani e di sposalizi non c’era più bisogno. Lei, come colpita da un fulmine, capì che la sua strada, adesso, era quella per il convento di Santa Chiara”.
La protagonista del libro, la Mila, guardiana del monastero venuta dalla città, quando ha finito di rimettere a lustro la chioma del Sole, tra gli altri ex voto, se ne viene fuori con una battuta che mi fa sganasciare: “Per tots els homes del món no hauria donat jo semblant riquesa!”. Il libro è del 1905, lo ha scritto una donna che aveva studiato quanto si faceva fa’ all’epoca alle femmine, in una zona del mondo che non era né all’avanguardia per le lotte di emancipazione, e tutt’altro che in pace e democrazia: l’autrice, un genio, coraggiosa, ironica, più che modernista direi anni luce avanti, e stilisticamente perfetta nella prosa maestosa pirotecnica e inossidabile.
Se Caterina Albert ( ) e Giulia Ratti superassero i centoventi anni anagrafici che le separano, militerebbero insieme: e tutti avete capito che noi, di fronte a queste bischeratine materialistiche, non perdiamo la certezza che ciò sia largamente e presto possibile.
PS: ma quanto è bella la traduzione italiana di questo capolavoro, realizzata da per Elliot Edizioni?
autrice incredibile, romanzo meraviglioso (lo richiedo per sicurezza: è del 1905?!?!?), traduzione sontuosa: oggetto totemico totale 🧿