10/11/2025
Non posso non fare un personale ricordo di una donna la cui scomparsa ha suscitato tristezza in modo così diffuso, ampio e trasversale come rare volte è accaduto nella nostra città e regione. È stato un privilegio avere avuto l’opportunità di conoscere, di avere scambi di riflessioni e di pensieri con la signora Maria Grazia Marchetti Lungarotti, che non si può citare omettendo “signora” perché lo era in tutti i sensi che assume questo termine nella nostra lingua, né il cognome Marchetti, perché lei con orgoglio ha sempre rivendicato il cognome di nascita in onore e memoria dell’amato padre e quindi in omaggio alle proprie radici. Grazie a mia madre Rina Gatti si creò l’occasione per incontrarla la prima volta nel 2002; la signora Maria Grazia aveva letto “Stanze vuote” e ne era rimasta colpita, tanto da scrivere una lettera a Rina per invitarla ad un incontro “…un’opera molto bella, coinvolgente ed evocatrice di care memorie, che lascia nell’animo un’eco profonda, sollecita riflessioni, sospinge a colloqui…”. Già queste righe testimoniano la grande sensibilità dell’anima, oltre ciò, colpisce la capacità di sintetizzare il pensiero e l’emozione in poche parole, in grado però di condensare concetti che rimandano a più ampie considerazioni. Avvenne così l’incontro tra le due donne, quasi coetanee, l’una nata a 3 anni di distanza dall’altra, ma per nascita e per destino vissute sulle opposte sponde di quella che ora viene chiamata la civiltà contadina e che allora era semplicemente l’economia agricola che in Umbria occupava più del 90% degli abitanti. Io assistetti silenzioso e ammirato a quel dialogo che divenne uno scambio di memorie e uno specchio delle anime, durante il quale i due differenti punti di vista rispetto a quel passato rievocato in “Stanze vuote” trovavano un punto di sintesi nella coscienza che qualcosa di più importante delle scelte dei singoli aveva alla fine regolato la vita e i destini di quel mondo. Un mondo che aveva comunque espresso valori che, insieme ad un grande patrimonio immateriale di conoscenze e tradizioni, era stato lasciato in eredità alle generazioni successive, e la speranza era ora che queste sarebbero state capaci di farsene carico.
Fu molto schietta la signora Maria Grazia, sottolineando con garbo gli argomenti raccontati sui quali aveva una differente opinione e, sempre con grande affabilità, rimproverò Rina di non aver accennato all’importanza della coltivazione della vigna da parte dei contadini e dell’importanza del vino nel loro mondo. Quel vino che lei aveva elevato a materia di studio, a concetto artistico e sociale, a motore di una cultura sinergica alla produzione, il tutto sfociato in quel gioiello, da tutti riconosciuto, che è il Museo del Vino di Torgiano. Mia madre non ebbe una giustificazione per questa dimenticanza, pensandoci se ne stupì anch’ella, ma, evidentemente, tra le emozioni di una giovinetta inanellate a comporre il romanzo, non ne era accaduta nessuna legata alla vendemmia o al vino. A quel punto venne fuori l’idea di scrivere un racconto dedicato espressamente al vino e magari anche all’olio, altro grande dimenticato, e la signora Maria Grazia ne avrebbe fatto la prefazione. Decidemmo di scrivere a quattro mani, insieme io e Rina, questo nuovo libro e, tra varie interruzioni e altre pubblicazioni, ci impiegammo due anni; il libro era pronto nel 2004 ma la stampa fu sospesa perché intanto Rina si era ammalata, la terribile SLA che le sottrasse la vita dopo pochi mesi, nel 2005.
Ripresi così in mano le bozze e il libro “Un goccio di vino e un filo d’olio” (Murena Editrice) con prefazione di Maria Grazia Marchetti Lungarotti fu pubblicato il 20 novembre 2006 il giorno del compleanno di Rina ad un anno dalla sua scomparsa. La foto che ho pubblicato si riferisce proprio alla cena in occasione della presentazione, cena alla quale la signora Maria Grazia partecipò con grande letizia, svoltasi alla Torre Colombaia, il menù fatto con piatti dedicati alla cucina contadina, con le ricette che Rina aveva messo in appendice al nuovo volume. La sua eleganza è impeccabile e il suo sorriso indimenticabile.
Giovanni Paoletti