17/12/2025
Riceviamo una prima e-mail: ci annuncia che un nostro progetto è in finale. 15 minuti dopo, un’altra e-mail specifica di non considerare quanto scritto precedentemente perché (citiamo testualmente):
«È stata mandata questa comunicazione per errore, la mail si è inceppata e ha mandato la stessa mail a tutti…»
Facciamo notare che l’e-mail conteneva espressamente
il nome del nostro progetto. Dopo 26 ore di silenzio, altre scuse abbozzate.
Passano due giorni, i gruppi finalisti sono stati già annunciati.
Riceviamo una telefonata: «Un gruppo si ritira dalla finale, voi siete i prossimi in lista. Ci sareste? Vi chiediamo di darci conferma entro un’ora». La finale si sarebbe svolta di lì a poco.
Dopo mille telefonate tra noi e una faticosa ridiscussione
della logistica, capiamo di poter partecipare. Richiamiamo per dare conferma. «Eh, tutto dipende se quel gruppo si ritira o meno. Vi facciamo sapere presto».
…
Ma non si era già ritirato?
Dopo poco meno di un’ora, ci richiamano (terza e ultima trollata): il gruppo non si ritira. Non siamo in finale.
Perché raccontiamo questa storia?
Non certo per puntare il dito contro il singolo concorso, non lo abbiamo neanche nominato. Lo facciamo per raccontare
un fenomeno di cui, ne siamo certꞫ, non siamo state le uniche vittime. La gestione superficiale di alcuni concorsi o festival è un grande problema. Le piccole compagnie indipendenti vivono di briciole. La maggior parte del tempo lavorano in autofinanziamento
(o sarebbe meglio dire autosfruttamento). E bandi come quello in questione, seppure spesso offrano solamente la ben nota visibilità, pochi soldi e la possibilità di scrivere tra i crediti “finalista a…”, per le realtà come la nostra rappresentano pur sempre qualcosa.
Questo è il sistema.
Nel deserto delle possibilità, queste gocce fanno la differenza.
E, per inciso, il bando in questione mette a disposizione una cifra piuttosto consistente rispetto ad altri. Siamo ben consapevoli che spesso, anche gli enti che organizzano i concorsi siano in difficoltà.
Noi siamo stat3 fortunat3 fino a ora, abbiamo incontrato realtà piene di umanità. Ma in qualunque condizione, se si decide di coinvolgere professionist3, il loro lavoro va rispettato.
Invece, spesso, chi viene “scartato” non riceve neanche un’e-mail che lo comunichi – ricordiamo che spesso i bandi richiedono una quota d’iscrizione proprio per sostenere il lavoro di “logistica”.
La stesso vale per qualunque selezione teatrale (provini, iscrizioni a laboratori…).
Crediamo fermamente che il sistema abbia bisogno sì, di grandi rivoluzioni, ma anche di piccoli gesti dal basso.
Iniziamo a trattarci tuttꞫ da professionistꞫ. Anche e soprattutto quando bisogna comunicare un “no”. A chiedere scusa quando si sbaglia, senza trovare giustificazioni fantasiose che insultano l’intelligenza di chi si trova dall’altra parte. A non trattare con sufficienza chi non ha il coltello dalla parte del ma**co. Insomma: professionalità e umanità dovrebbero essere il minimo sindacale.