02/04/2024
01 LE DISAVVENTURE DI PINO
Pino, come ogni mattina, stava seduto su una panchina, all’ombra di una grande Jacaranda, i cui petali lilla mossi dal vento cadevano un po’ sulla sua testa e un po’ intorno, quasi a formare un tappeto, il letto che non aveva. Non aveva più niente Pino. Era finito sul lastrico a elemosinare monete e attenzioni, seduto sopra dei ritagli di giornale, con a fianco una bottiglia di vino rosso che si scolava per colazione, poi parlava da solo a voce così alta da far intimorire non solo i passanti ma anche i colombi che svolazzavano dopo aver arraffato qualche briciola di pane. Mentre beveva il vino e borbottava tra sé, gli passarano davanti due ragazzini, con gli zaini in spalla. «Dove state andando?», urlò l’anziano Pino. «La scuola è dall’altra parte!» Uno dei ragazzi disse all’altro: «Lascialo perdere, è solo un povero pazzo alcolizzato.» Il vecchio farfugliò: «Ragazzi, se non andate a scuola vi accadranno…» Sorseggiò altro vino e sputò per terra. «Cosa ci accadrebbe? Oggi non entriamo a scuola, c’è l’interrogazione, non abbiamo aperto il libro. Andiamo con i nostri amici a pescare.» Pino si alzò barcollando. «Voi non capite… vi prego, ascoltate.» I ragazzi si guardarono perplessi e si avvicinarono alla panchina. L’uomo aveva il viso rugoso, come corteccia di legno, il naso era lungo, le orecchie appuntite, gli occhi incavati, e qualche ciuffo di capelli bianchi spuntava qua e là sul cranio pelato. Sembrava un uomo-burattino. «Non possiamo stare qui ancora per molto, i nostri amici ci aspettano.» Pino si schiarì la voce. «Bene, da dove posso cominciare… Ma non state lì in piedi come due pesci lessi! Sedetevi qui.» Indicò la panchina. I ragazzi si sedettero, ognuno ai lati, Pino al centro, e si portarono una mano a coprirsi il naso per non sentire il tanfo di sudore misto all’odore dell’alito che sapeva di alcol e tabacco. «Allora dicevo… Tanto tempo fa non ne avevo in zucca di andare a scuola e mio babbo si adirava molto per questo, anche la Fata Turchina, e pure il Grillo Parlante, che poveretto non ascoltavo e lo ammazzai schiacciandolo con un martello. Loro mi dicevano che non sarei mai e poi mai diventato un bambino vero. Raccontavo troppe bugie e mi mettevo nei guai.» I ragazzi sgranarono gli occhi. «Signore? Crede di essere Pinocchio?», chiese uno dei ragazzi. «Deve essere il vino», fece l’altro guardando la bottiglia quasi vuota. «Io non volevo fare i compiti, vendetti l’abbecedario che mio babbo comprò spogliandosi della sua casacca e mi feci trascinare dalle cattive compagnie, il Gatto e la Volpe, e da quel dannato del mio amico…» Gli sfuggiva il nome. «Lucignolo!», intervenne il ragazzo alla sua sinistra, esclamando. Aveva ascoltato qualche brano, a scuola, del Pinocchio di Collodi. «Ma certo, quel farabutto!», biasciscò sollevandosi in piedi, ma le gambe gli cedettero e cadde seduto. «Che ha fatto?», domandò il ragazzo alla sua destra. «Che cosa abbiamo fatto.» Pino marcò questa frase. «Noi volevamo solo divertirci e quale posto migliore per non studiare se non il Paese dei balocchi?» Il ragazzo seduto alla sua sinistra non poteva credere alle sue orecchie. «Ma allora esiste veramente?» L’altro ragazzo era sbalordito e pensò: “Il Paese dei balocchi, come la fiaba… E se, come Pinocchio, ci stesse mentendo? Si allungherebbe il naso, ma il suo è già lungo. Uhm”. Gli occhi del vecchio sembrarono ruotare come i cavalli sulle giostre. «Esiste, esiste, io e Lucignolo trovammo il modo per arrivarci. Ci avevano detto di andare vicino a un’antica fontana, lì sarebbe apparso un carro che ci avrebbe condotto nel Paese dei balocchi. Andammo nel luogo indicato e attendemmo. Verso l’imbrunire sentimmo il rumore delle ruote sull’acciottolato e dei ragli. Un carro lugubre giunse trainato da asini con ali di pipistrello, che si muovevano a suon di frustate del cocchiere con due occhi rossi, di serpente. Salimmo sul carro sul quale c’erano altri ragazzi in cerca di divertimento. Durante il tragitto facemmo amicizia con loro e immaginammo un paese di giochi infiniti, di cibo a volontà, senza scuola, genitori, maestri. Un posto senza regole, dove potevamo fare quello che volevamo, in libertà. Dopo ore di viaggio, il carro si fermò davanti a un grande cancello dorato. Intorno non c’era nulla se non alberi alti, dalla corteccia grigia. Scendemmo dal carro e il cocchiere ci disse di fare in fretta altrimenti il cancello si sarebbe chiuso e avremmo dovuto aspettare un altro giorno per accedervi. Mentre oltrepassavamo l’ingresso, ci guardò sinistramente. Gli altri ragazzi erano già sparpagliati dentro quello che a me e a Lucignolo sembrò un enorme parco di divertimenti. C’erano giostre con animali veri, unicorni, si facevano gare a chi ingioiava più budini fino a scoppiare, sfide di rutti, tiri a bersaglio contro bersagli vivi, si poteva pasticciare i muri, lasciare la spazzatura per terra, fumare si*****te a volontà, bere alcolici, rompere qualsiasi cosa, lanciare in aria le bottiglie, le pietre, ballare, cantare, giocare ai videogiochi, a poker. Tutto ciò che desideravamo si avverava, come in un sogno da cui non riuscivamo a svegliarci. Provammo tutte le attrazioni del parco, ma dopo giorni di divertimento, con gli occhi gonfi, rossi e le occhiaie per l’insonnia data dalla frenesia del gioco, iniziammo a sentirci stanchi, svuotati come se l’anima ci avesse abbandonato. Gli altri ragazzi parevano zombi. Sembravamo degli automi, tutti facevamo le stesse cose, uguali, ripetute. Ci sentivamo sfiniti, le palpebre iniziarono a chiudersi e ci addormentammo. Il giorno dopo ci svegliammo dentro una tazza di budino gelatinoso gigante. E quando ci guardammo in faccia, urlammo forte. Avevamo le piume bianche, grigie e nere, il collo lungo, il becco, le zampe. Eravamo degli struzzi. Forse avevamo fatto indigestione di budino e questo ci aveva trasformato. Ci guardammo intorno. Il parco era pieno di struzzi. Anche gli altri ragazzi avevano mutato aspetto. E notammo qualcosa in basso. Indossavano una specie di mutanda. Ci guardammo anche noi, tra le zampe. Oh no! Eravamo struzzi con pannolini giganti.» Il ragazzo alla sinistra di Pino ridacchiò immaginandosi la scena. «Nella fiaba Pinocchio e Lucignolo non erano diventati asini?», chiese l’altro ragazzo che si ricordava diversamente. Il vecchio prese una sigaretta dal giubbotto e l’accese al contrario. Cacciò il fumo con le mani. La buttò e se ne accese un’altra. «No, no e no!», gridò. «Niente asini. Struzzi con il pannolino. È così che è andata», disse buttando fuori il fumo. «Volete delle si*****te?» Ne tirò fuori due dalla lurida tasca del giubbotto in pelle e ne offrì una ciascuno. «Perché avevate il pannolino?», chiese il ragazzo alla sua destra. «Per cacare le uova, ecco perché.» I ragazzi scoppiarono in una fragorosa risata. «Eravamo diventati tutti struzzi per una ragione: fare tante uova d’oro. Oro vero. E i pannolini servivano a raccogliere le uova, per non farle cadere e per nasconderle ai ladri. Ogni struzzo fu affidato a un padrone e, dopo aver deposto migliaia di uova, veniva fatto entrare in una porta rossa. Io e Lucignolo fummo dati a due padroni che volevano diventare sempre più ricchi, facendoci deporre un uovo d’oro dopo l’altro. Ma c’era una scadenza. Lucignolo a un certo punto non fece più uova. Lo vidi, scortato da un tizio con smoking e valigetta, varcare la porta rossa e da lì non tornare. Poi venne il mio turno. Deposi l’ultimo uovo e il padrone mi portò davanti alla porta rossa. Entrammo. C’erano dei dottori, con il camice bianco, la mascherina. Cercarono di immobilizzarmi. Mi infilarono una siringa nel collo, emisi un verso e poi più niente. Buio totale. Ero morto.» I due ragazzi urlarono. «Ma se sei vivo? Che crudeltà. Tutti quei ragazzi trasformati in struzzi solo per arricchire i loro padroni e poi, una volta serviti allo scopo, uccisi.» Pino abbassò la testa per nascondere le lacrime. Poi rialzò il capo e si mise a ridere. «Dovete sapere che Lucignolo fu spacciato per sempre, ma io… Il mio ultimo uovo venne portato fuori dal Paese dei balocchi e buttato tra i rifiuti perché era di misero legno. Un netturbino lo trovò nella discarica e lo portò a casa di mio babbo, pensando che con quel legno potesse realizzare un altro burattino vivo, per alleviare la sua solitudine, perché sapeva che sarebbe uscito a cercarmi, preoccupato per la mia assenza e credendomi oramai morto. Ringraziò il netturbino, appoggiò l’uovo sul tavolo da lavoro con i suoi attrezzi, prese uno scalpello, fece per avvicinarlo al guscio e scoppiò a piangere. Si girò e si asciugò le lacrime con la manica del pigiama. Fu in quel momento che l’uovo si schiuse e io venni fuori rotolando. Si voltò e mi abbracciò per non lasciarmi più andare e nel suo abbraccio diventai un bambino vero. Mi guardai le mani e i piedi, non erano più di legno, ma in carne e ossa. Smisi di essere un burattino, andai a scuola, mi impegnai, non frequentai più cattive compagnie. Diventai un imprenditore ricchissimo, mi sposai con la Fata Turchina, ebbi dei figli, ma anche se ero diventato vero continuai a ricadere negli stessi errori del burattino. Presi il vizio del bere, giocavo d’azzardo e mi indebitai fino al collo, persi tutto, la mia azienda, la mia casa, la mia Fata Turchina che mi lasciò per un altro. I miei figli non mi vollero più vedere. Nemmeno nelle feste. Mi sentivo come se mi avesse ingoiato una grossa balena…» I ragazzi guardarono gli orologi. Si era fatto tardi, avevano appuntamento con i loro amici. «Grazie, signor Pino.» Il vecchio gli lasciò altre si*****te e loro gli diedero delle monete. «State attenti a non finire nella pancia del pescecane!» I ragazzi sorrisero. «Si crede veramente Pinocchio», «Era in delirio, ubriaco fradicio. Che personaggio», commentarono allontanandosi. Pino guardò in alto, i petali lilla caddero sul suo viso e lui cercò di acchiapparli, come se fosse una pioggia di monete.