Teatro Lelio

Teatro Lelio Spettacoli di prosa, teatro per le scuole, concerti musicali e tante altre attività, un vivissimo teatro palermitano ricco di proposte per ogni gusto!

29/07/2021

L’amara decisione è stata presa da Simona Pandolfo che, insieme al padre Vincenzo, alla madre Giuditta Lelio e al fratello Alessandro Fiorini gestivano il teatro da 30 anni

06/04/2020

Si è spento Enzo Pandolfo, anima del Teatro Lelio e uomo di cultura che con passione ha reclamato fino all'ultimo dignità e diritti per i professionisti del teatro

Un uomo di altri tempi,te ne vai con tutto l'affetto delle persone da cui ti sei sempre fatto volere bene.I tuoi cari e ...
06/04/2020

Un uomo di altri tempi,
te ne vai con tutto l'affetto delle persone da cui ti sei sempre fatto volere bene.
I tuoi cari e tutti i tuoi amici che hanno continuato sempre a cercarti.
(Giornale di Sicilia)

A fra poco!
27/02/2020

A fra poco!

Affitta il teatro per il tuo saggio!
14/02/2020

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16/12/2019

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16/12/2019

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Orlando, Rinaldo, Agricane, Bradamante, Angelica e gli altri Paladini si stanno facendo ancora più incantevoli del solit...
09/12/2019

Orlando, Rinaldo, Agricane, Bradamante, Angelica e gli altri Paladini si stanno facendo ancora più incantevoli del solito e vi aspettano tutti per festeggiare insieme il nuovo Centro Museale del Carretto e del Paladino di Scuola Palermitana!

Non vorrete certo deludere Carlo Magno e la sua Corte?
O, peggio, suscitare le ire dei Saraceni?!?

📌Lunedì 16 dicembre ore 19.00 - Teatro Lelio

26/11/2019

Indirizzo

Via Antonio Furitano 5/A
Palermo
90145

Orario di apertura

Lunedì 10:00 - 13:00
Martedì 10:00 - 13:00
Mercoledì 10:00 - 13:00
Giovedì 10:00 - 13:00
Venerdì 10:00 - 13:00
Sabato 10:00 - 13:00

Telefono

+390916819122

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PERCHE’ LELIO, l’articolo di Salvo Licata

Un nuovo teatro a Palermo. Teatro Lelio. Se nel nome è l’essenza delle cose, in nomine res, si può dire che ci son voluti tre secoli perché aprisse, ancora fresco di intonaco, in questa primavera del ’90. In effetti ci son voluti poco più di quattro anni, ma è ugualmente una restituzione che giunge dalla vertigine del tempo, portatrice di una memoria scenica sommersa e preziosa, che muove dal cuore di quella grande scuola di teatro, che fu la Commedia dell’Arte. Per un intrico della storia e delle famiglie d’arte, il Teatro Lelio vede la luce inopinatamente da noi. Inopinatamente, perché Palermo, nella Commedia dell’Arte, non ebbe gran parte. Una rifrazione nostrana furono forse le settecentesche Vastasate, farse recitate da popolani nei casotti di legno al Piano della Marina. Ma il grande teatro contemporaneo si sperimentava tra Napoli, Venezia e Parigi tra i comici dell’arte. Che non erano soltanto attori, ma, nelle espressioni più alte, anche autori, registi, studiosi. Tanto da lasciare un patrimonio pressocché insondabile di testi drammaturgici e di riflessione sul fare teatro. E questo è anche il caso dei Lelio. Sin dalla seconda metà del seicento in Italia, e, lungo tutto il secolo dei lumi a Parigi, operò una famiglia di attori veneziani, i Riccoboni, che in comunanza con l’intellettualità francese, tentò una prima riforma del teatro d’arte. I Riccobboni portarono tra 1’altro a un grado di eccellenza il tipo Lelio, ossia la maschera Lelio, carattere dell’amante riamato, del corteggiatore corrisposto, del Don Giovanni senza inferno. Prima Luigi, poi Antonio (Riccoboni-padre e Riccoboni-figlio, meglio: Lelio-padre e Lelio-figlio) diedero vita a un personaggio talmente vivo e coinvolgente, da spingere alla scrittura drammaturgica Marivaux. Le loro dispute teoriche (vale a dire le divergenze tra Lelio-padre e Lelio-figlio sull’arte della recitazione) suscitarono d’altra parte il famoso Paradosso suII’attore dell’enciclopedista Denis Diderot, ritenuto la radice delle teorie brechtiane dell’estraniazione, oltre che un gioiello affascinante di lettura. Cosi il carattere Lelio, di recita in recita, acquistò tale rilevanza, da sovrapporsi e sostituirsi al nome degli interpreti e a quello della famiglia. Le generazioni successive dei Riccoboni e di tutte le ramificazioni infinite, assumendolo a identità, lo conserveranno come nome di culto, a indicare l’aristocrazia del teatro d’arte. Trecento e passa anni dopo, una Lelio, palermitana d’adozione, realizza il sogno di aprire un teatro e di intestarlo alla maschera Lelio e alla storia di una famiglia d’arte. Un’impresa, come vedremo, tutt’altro che comoda.

Una sera dello scorso agosto vennero a trovarmi Giuditta Lelio ed Enzo Pandolfo. Chi in Sicilia si occupa di teatro sa chi sono. Da anni, non voglio nemmeno pensare quanti, lei da attrice e regista, lui da organizzatore, animano la Compagnia del Gruppo Teatro-Scuola. So che lo fanno con garbo e senza clamori. Varie volte, nel tempo, ci eravamo scambiati punti di vista sul teatro e reciproci desideri di fare qualcosa insieme. Un modo di sognare ad occhi aperti, che è molto diffuso nell’ambiente. Ma questa volta portavano qualcosa di molto concreto, una cosa per me strabiliante: un nuovo teatro, e già, in sostanza, fatto. Mi raccontarono della lunga vicenda per prendere (in affitto) e trasformare in teatro un vecchio cinema in disarmo, che io conoscevo bene. Mi parlarono di sacrifici (che so autentici), che duravano, allora, da quattro anni. E mi chiedevano di collaborare, adesso che il teatro c’era. La loro presenza mi sembrò un dono, e mai al mondo avrei fatto lo schizzinoso. Ma la verità era, ed è, che avevo ed ho le mie tante cose da fare. Agosto costituiva in parte una pausa, una vacanza, nel lavoro estivo con Carlo Quartucci e la Zattera di Babele (1e Giornate delle arti ericine). Si sarebbe ripreso a settembre. Luglio era stato occupato, posso dire spasmodicamente, dalle prove conclusive e dalle rappresentazioni dei Giganti della montagna, punto d’arrivo (ma con Quartucci non si sa mai) di un Progetto-Pirandello, durato due anni. Avevo negli occhi “1e immagini vive” della struggente parabola pirandelliana sull’Arte. Giuditta ed Enzo mi apparvero come una domestica reincarnazione di Ilse Paulsen e del Conte suo marito, che nei Giganti si riconducono allo stremo, per l’ostinazione di lei, a voler rappresentare solo e unicamente il teatro di poesia. Lo dissi loro. E cominciò a srotolarsi davanti ai miei occhi la storia che vi sto raccontando. Giuditta ricordò il suo arrivo a Palermo come attrice giovane (anzi giovanissima) nella compagnia del Piccolo Teatro di via Emerico Amari, voluto e sostenuto negli anni cinquanta, dall’onorevole Pietro Castiglia, che per il teatro aveva amore e competenza. E il suo incontro con Enzo, che, come il Conte dei Giganti, allora faceva tutt’altro che teatro. E il loro amore, il matrimonio, la venuta dei figli Alessandro e Simona. E ancora i lunghi, discreti anni del Gruppo Teatro-Scuola, gli spettacoli, le tournées all’estero, sino a questa follia di trasformare in teatro il vecchio cinema Eden. Il cinema Eden era una sala di seconda visione, situata in una strana periferia. Strana, perchè di sera odorosa d’erba, anche se vicinissima al centro. Mi tornò alla mente via Furitano ariosa, con la vista libera sopra le basse palazzine color tegola di un vecchio insediamento di edilizia popolare. Ricordai, posso dire “sentii”, l’odore di detersivo che mi investiva all’ingresso quando andavo a beccare qualche buon film che mi era sfuggito in prima visione. Com’era stato possibile farne il teatro, un teatro certamente splendido, di cui Giuditta ed Enzo mi dicevano? Con quattr’anni di dedizione, rinunce. Rimuginavo una battuta di Spizzi dei Giganti su Ilse: “Voi non sapete il martirio di questa donna!”. Da prendere, beninteso, con un certo spirito. Ma da prendere.

Le nostre serate d📷‘agosto si ripeterono. Giuditta aveva una sorta di ardore frenetico, convinta di aprire ad ottobre, massimo a novembre, convinta di poter fare regolarmente la stagione ’89-’90. Non immaginava che ritardi d’ogni tipo (burocratici, finanziari, di forniture) l’avrebbero costretta a una coda di stagione. Intanto si era delineato un mio possibile apporto nella cura del programma di sala. E perciò stesso nella stesura della storia dei Lelio, che è questa che state leggendo. In quei giorni un’altra Lelio era impegnata nelle prove della Medea di Seneca al teatro greco di Segesta. Era la zia Anna, sorella della mamma di Giuditta, Italia. Anna Lelio, che vi ricopriva il ruolo della Nutrice, insieme a Paola Mannoni in quello del titolo, sarebbe stata poi la più acclamata dal pubblico e dalla critica. Andammo a vedere provare Anna, e dopo le prove si restò insieme fino a notte in una trattoria di Castellammare. Li, tra i ricordi personali di Anna e il folto patrimonio dei miti familiari, affiorò per grandi linee la ricostruzione della vicenda dei Lelio. Una ricostruzione che, per quanto attiene alle origini, è consegnata alla storia del teatro italiano ed europeo; e che, nel proseguimento sino ai nostri giorni, ha un’interruzione dovuta a eventi (e che eventi) storici e molte pagine di passione e fulgore.