31/05/2026
La «sh*tstorm» che si è abbattuta su Francesco De Gregori segna un salto di qualità preoccupante della nuova «sinistra illiberale», che ha trovato intorno alla giusta indignazione per la tragedia di Gaza il motivo per odiare lo Stato di Israele e chi non lo odia. Lo scrittore Erri De Luca, almeno, è stato insultato per aver espresso un’opinione, peraltro storicamente fondata (ha detto che il sionismo non è equiparabile al razzismo o al nazismo, ma è un movimento nato per dare una nazione al popolo ebraico).
Il cantautore romano, invece, ha subito una purga mediatica per NON avere espresso un’opinione. Anzi, per aver rivendicato la libertà degli artisti di non dover per forza prendere parte, adeguarsi all’onda del momento e ingraziarsi così l’uditorio.
De Gregori si era chiesto: «Non capisco quegli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico. Perché? Non é già abbastanza sensibile per conto suo? C’è bisogno che Springsteen dica la sua su Trump? Provo imbarazzo quando chi promuove uno spettacolo si schiera in maniera netta e apodittica su questioni internazionali o di guerra. Perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura: un proclama buttato giù da un palco oppure scritto in un appello mi lascia indifferente. È un ruolo che sento di non condividere. Non mi sento superiore al pubblico, non credo di poter dare lezioni su Gaza o sull’Iran. Non do lezioni e non le voglio nemmeno prendere da un cantante o da una persona di cinema».
È bastato questo per ottenere brusche intimazioni al silenzio: «Se vuoi stare zitto su Gaza, devi stare zitto sempre». Insolenze da ageing: «Sei un bollito, un pensionato, sai d’aceto». Accuse di tradimento del suo passato: «In Palestina Pablo continua a morire».
E attenzione, stiamo parlando di un cantautore che con i suoi versi ha contribuito a costruire il modo di pensare e di rappresentarsi della sinistra italiana. Ai congressi di partito e alle celebrazioni del 25 aprile si diffondeva dagli altoparlanti come un inno «La storia siamo noi». «Generale», con la sua «notte crucca e assassina», era la canzone di riferimento degli antimilitaristi. E ora gli si tappa la bocca non per avere espresso un diverso parere, cosa che presumiamo ancora legittima; ma per non aver espresso un parere, rifiutandosi dunque di ripetere quello d’obbligo del momento. Basta questo per accusarlo di complicità morale nel massacro dei palestinesi o nella guerra contro l’Iran? Il «pensiero unico» del mondo dello spettacolo, dove non c’è attore o cantante che non si sia schierato «dalla parte giusta», non può essere violato nemmeno da un silenzio? Da un «preferisco di no», pronunciato alla maniera dello «scrivano Bartleby»?
Le opinioni di una persona dotata di visibilità pubblica non possono essere tradotte in giudizi sulla sua dignità morale. Helen Mirren, grande attrice britannica ormai ottantenne, è stata insultata nelle vie di Londra con l’epiteto di «maledetta pu***na sionista» perché aveva interpretato il ruolo di Golda Meir in un film, e difeso le ragioni storiche della nascita di Israele.
È una deriva pericolosa. Nel 1976 Francesco De Gregori fu vittima di un grave episodio di intimidazione a Milano, al termine di un concerto: «Vennero a prendermi nei camerini in dieci, uno aveva una pi***la, e mi fecero tornare sul palco, dove venni sottoposto a una sorta di processo popolare». Lo accusavano di essere troppo borghese, di pensare prima alla canzone e solo dopo alla rivoluzione. Due anni dopo Aldo Moro venne rapito e ucciso. L’intolleranza è spesso il miglior alimento della violenza.
(dal Corriere della sera)