16/07/2024
Si fa presto a dire: "Vera montagna!
Bazzico le montagne da sempre, qualcuno direbbe che sono un appassionato.
In questi incontri veri o mentali con questi luoghi in altitudine ho spesso incocciato iconiche visioni sulla montagna espresse da altri, qualche volta provando stupore.
Recentemente in una descrizione di un percorso di trekking nel feltrino, l'esperto concludeva con qualche cosa del tipo: "non aspettatevi masi fioriti e ristrutturati per turisti o cime arrossate, questa è vera montagna. Ho fatto quel percorso fra minuscoli borghi mezzi abbandonati, qualche pezzo di sentiero dove ho dovuto aprirmi la strada fra ortiche, poi sottobosco lungo una mulattiera e viste di cime rocciose e verdi di bassa quota.
Si, si può dire, forse, che qualche cosa che ha a che vedere con una certa autenticità si poteva raccogliere, lungo il cammino, ma occorreva sforzare l'immaginazione. Sicuramente questo richiamo alla "vera montagna" ha riportato a galla pezzi di esperienze raccolte qua e là, casualmente e che hanno a che vedere con questa dissertazione. Vale la pena raccontarle.
Non so bene da dove cominciare, diverse occasioni possono trovar posto, a mio avviso tutte interessanti.
Comincio con le mucche. E perchè no! Le mucche non sono un simbolo indissolubile della montagna?
C'è un sentiero che parte da Castelrotto in trentino e porta a un bucolico e minuscolo borgo che si chiama Tagusa. A occhio non si contano dieci case. Lungo una stradina che porta alla chiesa si incontra una casetta tutta fiorita che osservando bene è, dico bene, un museo. Un museo li? Si, e interessante pure. Si scopre che quella casetta era la scuola. Le foto d'epoca rivelano che in quel buco di posto, a metà del ventesimo secolo, vivevano almeno una cinquantina di scolari, bambini. Chissà se ora c'è ne è uno? E su questo fattore demografico ci torneremo.
Poi racconta delle mucche. Un secoletto fa, forse qualche anno in più, si viveva lassù di agricoltura e gli animali erano maiali, capre, non ricordo menzioni a galline. Ma le mucche no. Si spiega espressamente che le autorità, in un certo periodo, fine '800, inizio '900, hanno sollecitato la transizione da un'economia agricola in difficoltà a un'economia basata sull'allevamento, di mucche in particolare. Poco alla volta sono arrivate. I campi sono stati abbandonati.
Un caso? No, perchè in un Hotel a Champorcher in Valle d'Aosta mi capita in mano un librone fantastico di una storica che racconta quella località dal medioevo in poi e, sorpresa, la storia è identica, le mucche sono arrivate, se va bene, da poco più di un secolo. Si tenevano i maiali in mezzo alle querce, capre ovunque, si coltivava segale, avena, orzo. Frumento? Nemmeno l'ombra.
La segale è tipica del nord europa? Il pane nero è tirolese? Macchè, in tutt'italia in quota si coltivava segale ovunque e anche grano saraceno, il pane nero era la regola, poi nel dopoguerra tutto è scomparso, cambiato. Si è persa la memoria.
Chi cammina percorrendo sentieri montani anche a quote più basse vedrà terrazzamenti ovunque, dove ora crescono abeti rossi che hanno una cinquantina di anni circa, cresciuti perchè in generale piantati, proprio dal momento dell'abbandono.
Sopra a ponte Stel, zona Caoria, Lagorai, in un luogo ameno dove devi camminare due ore per arrivarci, ho incontrato un signore che è uscito da una piccola malga, mi ha indicato intere abetaie spiegandomi che lì c'erano campi dove suo nonno lavorava e ha fatto in tempo a faticare un pò anche suo padre.
La montagna un secola fa era tutta un'altra cosa, molto abitata, piena di bambini, si sentivano canti e urla, si faticava, coltivata fin dove si poteva, solcata da rogge, ricca di mulini funzionanti, animata da maiali e capre.
L'iconica mucca montana? Un simbolo moderno come il rosso Babbo Natale della Coca Cola.
Se il concetto di "vera montagna" ha un connotato storico e frutto di tradizioni, allora quei borghi mezzi abbandonati nel Feltrino non possono certo assumere quel ruolo ricercato. Però possono meglio aiutare la mente ad immaginare gli echi di luoghi pieni di vita semplice, di lavoro, di carretti e fienili, rispetto al contesto ristrutturato per il turismo che domina il territorio alpino.
Un giorno ascoltavo un canale radio e il conduttore, romano de Roma, dialogava con una guida forestale o naturalistica operante in trentino. Confessava che lui andava al mare piuttosto che in quota, ma si contorceva languidamente in lodi sperticate rivolte a quelle zone dove la guida si muoveva. Non poteva trattenersi dal ripetere ossessivamente la parola "incontaminato".
Devo raccontare che un giorno mi trovavo in mezzo alle foreste casentinesi, che sono mille volte più selvagge del trentino. Ero in una stanza all'interno di qualcosa che assomigliava a un B&B. Prima di addormentarmi ho visto un libricino sul comodino, chiaramente vecchio e consunto. Si intitolava: "Storia delle foreste casentinesi". Ho dormito poco quella notte. Non volevo credere a quello che leggevo. Quei boschi che avevo attraversato in giornata erano stati determinati, rimaneggiati, gestiti, cambiati decine di volte nel corso dei secoli. C'era pure un personaggio a cui le autorità avevano affidato le foreste, tedesco, che poi aveva assunto un nome italiano, Francesco mi pare, che aveva piantato castani dappertutto, prima assenti. Si capiva che in alcuni periodi aumentavano determinate specie, perchè così era stato deciso, in altri altre. Quello che è presente oggi è il risultato di questa evoluzione del tutto poco spontanea. E il trentino incontaminato? Si cominci pure a ridere.
Il trentino è incontaminato come il centro di Milano, ne più e ne meno. Tutto in trentino è programmato, gestito rigorosamente, deciso. La differenza con Milano è che là si gestisce cemento, impianti, opere tecniche, in Trentino boschi, prati, campi d'erba, laghetti. Tutto gestito meravigliosamente e minuziosamente. Nulla è lasciato all'autodeterminazione della natura. Per trovare qualche cosa di incontaminato bisogna raggiungere le pareti rocciose, dove comincia il pino mugo, sopra non c'è stato mai grande interesse a intervenire. Anche perchè non c'è quasi nulla, se non rocce. Forse, per il piacere del conduttore radio romano de Roma sono più incontaminati quei giardini nella capitale che si trovano ovunque, pieni di pini domestici, erba alta, sentieri terrosi, non proprio curati alla trentina, anzi piuttosto trascurati.
Ma quale è l'altra icona della montagna? La pineta giusto? Dappertutto pinete, che poi sono abetine e, per la precisione, principalmente abeti rossi. Quando ho spiegato a un amico amante delle valli zona Fiera di Primiero che quella specie arborea è alloctona ha dato segni di depressione. In un libro autorevole il peccio, altro suo nome, si asserisce che sia stato portato nel medio evo, ma sicuramente qualcuno dirà diversamente, certamente è un ospite che è arrivato qua come l'alianto, la falsa acacia e altri ospiti.
Qualcuno dirà: "il peccio è stato portato e si è adattato, soppiantando le altre specie.. ". E bravo il nostro albero!
No, la storia è un'altra. Il peccio cresce veloce, dritto e il suo legno è estremamente versatile per utilizzi industriali. Quindi? Ovvio l'uomo l'ha piantato e seminato ovunque, come il prezzemolo e si continua a farlo. Quando è arrivata la tempesta Vaia gli abeti rossi sono caduti come mandala tibetani, perchè il peccio ha radici superficiali poco adatte ai nostri terreni. I nostri abeti bianchi autoctoni hanno in generale tenuto e così i faggi, i pini silvestri, i cirmoli, i larici, ma i pecci hanno ceduto come birilli.
La natura e la logica avrebbe selezionato le piante più resistenti. Ma l'uomo no. Almeno in alcune zone. Nell'altipiano di Asiago mi è stato riferito che si procederà alla piantumazione "economica", così viene chiamata, ovvero quella dell'abete rosso. In altre zone hanno accettato la lezione della natura e pianteranno specie miste.
Come sarebbero i boschi montani se non ci fosse l'intervento della onnipresente mano umana? Sicuramente si potrebbe incontrare una biodiversità maggiore, ci sarebbero più latifoglie, per esempio una volta erano presenti degli splendidi tassi, praticamente scomparsi, ma anche ontani grigi, più frassini, ciliegi selvatici e altro. Naturalmente anche le conifere nostrane. Un bosco più luminoso, arioso.
Insomma, tutto è stato alterato per secoli e in maniera radicale di recente e non credo proprio sia diffusa una consapevolezza a proposito.
Sembra proprio che i turisti che raggiungono a piedi il rifugio in quota, dove ci si rilassa con polenta e salcicce, guardino il panorama dei verdi pascoli convinti che sia davvero un luogo incontaminato e, perchè no, mozzafiato.
Piace anche a me, confesso, salire in quei posti, perchè è salutare comodo, rilassante, sicuro, soprattutto se hai famiglia.
Ma è come se fossi immerso in un certo tipo di Gardaland, un grandissimo e bellissimo parco, prolungamento delle logiche della città. Di rado percepisco di sfiorare qualche valore che risale da una montagna che non c'è più e mai in quei posti, piuttosto quando cammino per borghi poco frequentati e a bassa quota. Qualche cosa la mente riesce a raccoglierla,