30/07/2026
Le parole per dirlo - Racconto n. 12
Diventare una storia
Di Guido Ferra
Se ogni vita merita un romanzo, ogni carattere merita almeno una storia. Ma che succede quando un carattere diventa uno scrittore?
Duecentoventi euro. Mi guardo digitare il Pin della mia carta di credito, per un cappotto che non voglio. Ho addosso sudore e senso di umiliazione. Il venditore è tranquillo, io sto ribollendo dentro. Ero venuto al mercatino dell’usato e, tra le tante cose, mi aveva attratto un cappotto, un trench-coat lungo, elegante, da investigatore. Era sotto un cartellino che recitava: “Tutto a venti euro”. L’ho preso, e me lo sono sistemato sul braccio per non farmelo soffiare, mentre continuavo a gironzolare per la bancarella. La mia ragazza, intanto faceva lo stesso, allontanandosi pian piano dal mio orizzonte. Mi sono intrattenuto a spulciare, guardare, rovistare, quando ho incontrato un conoscente. Mi sono fermato e disinvoltamente ho intavolato con lui una conversazione. Il cappotto, intanto riposava comodamente, coricato sul mio braccio, ben visibile. Guardandolo, mi accorsi del tempo che passava, e ho detto al mio amico: “Caro devo andare, non vorrei che pensassero che ho intenzione di rubarlo”. Con un po’ d'inquietudine, mi giro e m'accorgo che è troppo tardi per gli scrupoli. Il proprietario della bancarella è dietro di me, sembra arrabbiato. Mi prende il braccio da cui pende il cappotto, secondo lui la refurtiva, e mi fa: “Eccoti qua! Ti tenevo d’occhio. Non mi sembravi proprio il tipo, che delusione, vatti a fidare delle brave persone!” Rimango basito, frastornato, non riesco a capire, ma mi sento in imbarazzo. Che avrò fatto mai? Sento la mia voce colpevole dire cose senza senso: “No, no, certo... mi scusi, mi scusi”. Lui prosegue: “Un cappotto importante, non una roba qualunque e tu te ne stavi andando proprio sotto i miei occhi. Meno male che ti tenevo d'occhio." Ecco, pensa che sia un ladro. Sono sempre più mortificato e confuso: questa cosa deve finire al più presto presto, costi quel che costi. Ecco, appunto, gli dimostrerò che sono una persona onesta, che non c’è problema, che stavo proprio andando a pagare, e del resto è proprio così, mi racconto. “Va bene, mi scusi, c’è stato un malinteso, pago subito.” La mia voce è più alta di prima, ferma e sicura, sollevo anche un po’ il mento. Mi accorgo che il mio conoscente si è allontanato un poco, quasi come se non volesse essere scambiato per un complice, ma sta seguendo tutta la scena. Il viso del commerciante si distende leggermente, poi guardandomi mi dice con un sorrisino maligno: “Sono duecentoventi euro”. Deglutisco: Ma non era tutto a 20 euro? - dico fra me e me." Però taccio, sarebbe troppo umiliante ammettere anche una mia svista o accusarlo di pubblicità ingannevole: il sospettato sono pur sempre io. Eccomi ancora una volta nella trappola dell'umiliazione, a pagare per le mie disavventure. So di essere innocente, ma risulto colpevole. Per riparare compro un cappotto a duecentoventi euro, un prezzo che non avrei mai avuto intenzione di pagare. Il mio conoscente mi saluta con la mano, io abbozzo un sorriso tirato. Intanto torna la mia ragazza: “Che hai comprato? - mi chiede, e poi subito dopo, vedendomi in volto - Ma che ti è successo?” Le racconto tutta la storia. Prima, mi da dello stupido, e mi elenca tutto quello che avrei potuto fare, restitituirlo, chiedere scusa e ammettere di non sapere quanto costasse, e altro. Poi, vedendomi triste, aggiunge: “Va bene, dai, non sentirti male, hai un'altra delle tue storie da raccontare.” Questa cosa mi solleva, ma tornando a casa le sue parole mi ritornano in mente più volte. Quella sua frase mi tocca nel profondo. Vedo con chiarezza quante cose ho fatto nella mia vita che sono diventate “una storia da raccontare.” Quante disavventure, quanti salvataggi per un pelo, quanto ho costruito nei miei amici un’immagine di me da romanzo: il maldestro, ma in fondo buono, che si caccia sempre nei guai, ma riesce in qualche modo a farla franca, ma da cosa? Mi riguardo da fuori, rivivendo la scena. Mi vedo prendere il cappotto, trattarlo come se lo stessi nascondendo, indugiando un po’ più del ragionevole: ho tutto l’aspetto del ladro. Poi, mi prendo la colpa, pago il mio riscatto, imprecando contro chi mi ha truffato: ho tutto l’aspetto del frainteso. Sono riuscito, simultaneamente, a diventare vittima e colpevole. Perché? Volevo essere visto, ad ogni costo, diventare protagonista di una storia, sempre la stessa!
Se invece fossi andato semplicemente alla bancarella, e avessi comprato un cappotto, oppure, magari avessi contrattato, e forse alla fine rifiutato tutto sarebbe stato così anonimo, invisibile. Chissà chi sarei, se non fossi interessante.