15/06/2016
Note di regia: Gaetano Tramontana
Immergendomi nella lettura del testo di Katia Colica con l’occhio rivolto alla messa in scena, ho colto una sorta di paradosso incarnato nel protagonista: il suo diventare “eroe per caso” (ma lo sarà poi, realmente? riuscirà a portare a termine non tanto il proprio viaggio quanto quello dei suoi casuali compagni?) non costituisce una mitopoiesi tradizionale che sfocia nel riconoscimento pubblico del valore dell’individuo, lui infatti, comunque vada, resterà uno sconosciuto, uno dei tanti numeri attraversati dalla guerra; forse qualcuno dei sopravvissuti a questa marcia che lui conduce se lo ricorderà, racconterà di lui ai propri figli e poi ai nipoti, ma il suo nome resterà sconosciuto, come infatti avviene nei ricordi della madre dell’autrice.
La costruzione dell’eroe che il testo narra è una costruzione tutta interna alla carne e alla mente del protagonista, è lui stesso che in scena percorre un doppio cammino: la marcia attraverso il campo minato e contemporaneamente il viaggio attraverso la propria storia personale, recuperando a sé stesso una dignità che non credeva di avere mai avuto.
Il suo corpo all’inizio del racconto è già a pezzi, è già frammentato da un passato di guerra, ecco perché l’eventuale ordigno che potrebbe farlo saltare in aria non farebbe in fin dei conti un grave danno, ed ecco perché si propone come avamposto del sacrificio riconoscendo agli altri e non a sé un valore degno di continuare a vivere.
Ma passo dopo passo, metro dopo metro, seguendo un istinto assolutamente aleatorio, è come se questa marcia facesse chiarezza nella sua storia, disegnando un terzo cammino che può rappresentare il suo futuro.
Allora anche lui, nonostante il suo passato, si scopre degno di un futuro come tutti gli altri, come quella fila di disgraziati che si porta dietro.
È qui che scatta il reale atto eroico: il protagonista si offre volontario e parte in testa al gruppo perché sente di non avere niente da perdere a differenza dei suoi compagni; la marcia lo porta piano piano a rivedere tutto di sé; percepisce quindi che anche lui è “degno di un futuro migliore” che rischia di perdere se mette il piede nel posto sbagliato; continua però a guidare lui la fila, senza mai mettere in dubbio la cosa, con lo stesso atteggiamento disincantato che lo ha guidato per tutta la vita; dimostrando prima di tutto a sé stesso che il valore dell’individuo non sta negli atti platealmente eroici o negli atteggiamenti estremi, bensì nella forza di volontà e nell’altruismo.
Lavorando oggi a questa storia, recuperando fuori e dentro di me immagini utili alla messa in scena, è impossibile non pensare alle marce di sfollati o profughi che quotidianamente ci raggiungono ormai non solo attraverso i media.
Questo testo parla anche di loro, perché le guerre non sono soltanto quelle dichiarate e combattute da eserciti che si fronteggiano, ma in ogni momento, chiunque di noi può ritrovarsi catapultato in una dimensione di senzaterra, circondato da un paesaggio desolato, a fare i conti col proprio passato, con un presente tutto da decifrare, per inventarsi un futuro che non avrebbe mai immaginato.
foto di Aldo Valenti