17/10/2025
Ebbene sì. La storia di Stria come spazio autogestito in Piazza Gasparotto sta volgendo al termine.
Stria chiude.
Ci sembra importante prenderci qualche riga per ragionare pubblicamente sul contesto, sui modi e sui tempi di quello che è, ormai, un fatto.
E poi, senza troppi spoiler, sulle prospettive.
Stria chiude, ma non per volontà di quell’intreccio di persone, progetti, realtà ed associazioni che ha attraversato, gestito e dato vita allo spazio in questi tre anni.
Stria chiude perché la proprietà dell’immobile ha preso una decisione: destinare quel luogo ad una attività commerciale.
Più che sulla singola decisione, crediamo che sia importante provare a dire qualcosa di quello che ci sembra sempre più chiaramente il futuro dell’area. Da un lato della Piazza viene in questi giorni inaugurato un ostello smart e giovane; dall’altro dovrebbero iniziare a breve quelli di bonifica dell’area Ex Pp1, che vedrà sorgere uno studentato privato e ulteriori edifici residenziali e commerciali. In mezzo un commissariato di polizia, un presidio simbolico che ostenta il securitarismo, messo lì quasi a supervisionare l’ondata di investimenti e speculazioni.
E poi, più di recente, la zona rossa, che ha allontanato per molti mesi una grande quantità di soggetti marginalizzati che proprio nell’area di Piazza Gasparotto si trovavano a transitare, sostare ed usufruire dei servizi che a Stria quotidianamente trovano spazio.
È evidente che siamo di fronte ad un modello di gestione dello spazio pubblico che allontana e nasconde le soggettività indesiderate, senza costruire un intervento (sociale!) capace di prendere in carico le fragilità, le difficoltà, e le singole biografie di queste persone. Soggetti che fanno i conti, spesso con rabbia e ostinazione, con politiche strutturali che impoveriscono ulteriormente ciò che rimane del welfare state e dell’intervento sociale. Non abbiamo dubbi che il modello fatto di allontanamenti polizieschi verrà riproposto ancora.
Il capitale internazionale che investe nel mattone, il securitarismo come unica logica di gestione di marginalità e conflittualità sociale, l’imprenditoria locale che annusa grandi affari, inebriata da parole come riqualificazione e rilancio: in questo futuro, la sostituzione di uno spazio sociale con un’attività commerciale sembra quasi scontata. È la gentrificazione, bellezza.
Quello che pertiene a noi è presto detto: resteremo nello spazio fino all’estate del 2026, e continueremo con le nostre attività sociali, politiche e culturali fino all’ultimo. E nel farlo ci prenderemo tempo e spazio per coltivare idee proiettate nel futuro, con un po’ di immaginazione, quell’immaginazione sociale e politica così preziosa oggi, in tempi di genocidi, guerre, fascismi.
Saremo presente e futuro allo stesso tempo, una Stria in divenire che non avrà paura di sperimentare e osare, di strapparsi e andare oltre a se stessa. Come sempre cercheremo di avere attenzione al locale, al territorio, alle nostre relazioni, stili, attitudini e posizionamenti, convinte della responsabilità della fase globale, e storica, che stiamo vivendo. Senza arroganza e performance, ma anche senza smettere di sognare.
Nel frattempo, ci sembra importante, visto il clima che si respira in tutto il paese e non certo solamente in Piazza Gasparotto, tenere aperta una questione semplice: in che città vogliamo vivere? Una in cui gli spazi sociali vengono chiusi per far spazio ad attività dedite al profitto? O una in cui agli spazi sociali si riconosce il valore fondamentale di intervento sociale, di cura e ricostruzione di legami sociali sfilacciati e distrutti, dove la cultura e il dibattito politico sono accessibili, dove la socialità non passa dal consumo, dove associazioni formali e informali possono avere casa e mettersi a disposizione di città libere e solidali?
La risposta per noi è auto-evidente: l’abbiamo incarnata per anni.
Se lo faremo ancora, lo scopriremo solo assieme, andando dritte incontro al futuro.