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Piero Pizzi Cannella, Mezzogiorno, 2005Olio su tela, 90 × 110 cmUn abito bianco, leggero, sospeso su un fondo di tela gr...
04/09/2026

Piero Pizzi Cannella, Mezzogiorno, 2005
Olio su tela, 90 × 110 cm

Un abito bianco, leggero, sospeso su un fondo di tela grezza: nessun corpo lo indossa, nessuno spazio lo colloca. È il procedimento su cui Pizzi Cannella costruisce la sua maturità artistica — la figura umana scompare, evocata solo attraverso un oggetto che ne conserva la forma e la memoria.

Nato a Rocca di Papa nel 1955, l'artista fonda nel 1984, con Bruno Ceccobelli e Marco Tirelli, la Scuola di San Lorenzo (Nuova Scuola Romana), nell'ex Pastificio Cerere, insieme a Giuseppe Gallo, Gianni Dessì e Nunzio. Da allora gli abiti sono uno dei temi più riconoscibili della sua ricerca: presenze che custodiscono l'assenza.

Ha esposto alla Biennale di Venezia (1993) e alla Quadriennale di Roma (1996), con personali a New York, Berlino e Basilea.

Per informazioni o per fissare un appuntamento in galleria, il link è in bio.

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Piero Pizzi Cannella, Mezzogiorno, 2005
Oil on canvas, 90 × 110 cm

A white dress, light and unworn, hovers against raw canvas: no body fills it, no space contains it. This is the mechanism behind Pizzi Cannella's mature work — the human figure disappears, evoked only through an object holding its shape and memory.

Born in Rocca di Papa in 1955, he founded the Scuola di San Lorenzo (Nuova Scuola Romana) in 1984 with Bruno Ceccobelli and Marco Tirelli, alongside Giuseppe Gallo, Gianni Dessì and Nunzio. Clothes have since been one of his most recognisable subjects: presences holding absence.

He exhibited at the Venice Biennale (1993) and Rome Quadriennale (1996), with solo shows in New York, Berlin and Basel.

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Gianfranco Baruchello, Tamarindo Paradise, 1985Cm 50 × 50Un cielo azzurro pallido, punteggiato da isole di colore irrego...
02/09/2026

Gianfranco Baruchello, Tamarindo Paradise, 1985
Cm 50 × 50

Un cielo azzurro pallido, punteggiato da isole di colore irregolari — viola, giallo, blu — che sembrano fluttuare come su una mappa immaginaria. In basso, una fascia bianca ospita segni, X colorate, piccoli disegni enigmatici e frammenti di testo: un linguaggio privato, fatto di rimandi e associazioni libere, tipico della ricerca di Baruchello.

Livornese, laureato in legge, per anni dirigente d'azienda prima di dedicarsi interamente all'arte nel 1959, Baruchello è stato tra le figure più originali del secondo Novecento italiano: amico e interlocutore di Marcel Duchamp e John Cage, ha costruito un'opera fatta di piccoli segni, scritte minute e narrazioni frammentate — quella che lui stesso chiamava un'"atomizzazione" del visibile e del mentale.

Tamarindo Paradise appartiene a questo mondo: un'opera da leggere più che da guardare, dove ogni elemento è un indizio di un racconto aperto, mai del tutto risolto.

Per informazioni sull'opera o per fissare un appuntamento in galleria, il link è in bio.

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Gianfranco Baruchello, Tamarindo Paradise, 1985
50 × 50 cm

A pale blue sky dotted with irregular islands of colour — purple, yellow, blue — that seem to float as if on an imaginary map. Below, a white band holds signs, coloured X marks, small enigmatic drawings and fragments of text: a private language of references and free association, typical of Baruchello's research.

Born in Livorno and trained as a lawyer, he spent years as a company executive before devoting himself entirely to art in 1959. Baruchello became one of the most original figures in Italian post-war art: a friend and interlocutor of Marcel Duchamp and John Cage, he built a body of work made of tiny signs, minute writing and fragmented narratives — what he himself called an "atomisation" of the visible and the mental.

Tamarindo Paradise belongs to this world: a work to be read as much as looked at, where every element is a clue to an open story, never fully resolved.

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Domenico Bianchi, Senza titolo, 1998Cera, 60 × 80 cmUna forma biomorfica, quasi organica, emerge dal fondo grigio scandi...
01/09/2026

Domenico Bianchi, Senza titolo, 1998
Cera, 60 × 80 cm

Una forma biomorfica, quasi organica, emerge dal fondo grigio scandito in quattro campiture: un nucleo centrale semitrasparente, quasi liquido, circondato da lobi che si aprono come petali o membrane. Bianchi lavora la cera con la tecnica dell'encausto — un procedimento antico, di origine romana, che nel Novecento viene riscoperto da Jasper Johns — trasformandola in una materia che trattiene e restituisce la luce.

Cresciuto nel dialogo con protagonisti dell'Arte Povera come Kounellis, Mario e Marisa Merz, Bianchi ha costruito nel tempo un linguaggio personalissimo, fatto di segni circolari e superfici che sembrano custodire un movimento interno, sospeso.

Un'opera degli anni Novanta di grande qualità materica, per chi cerca la componente più silenziosa e contemplativa dell'arte italiana del secondo Novecento.

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Domenico Bianchi, Untitled, 1998
Wax, 60 × 80 cm

A biomorphic, almost organic shape emerges from a grey ground divided into four sections: a semi-transparent, almost liquid core surrounded by lobes that open like petals or membranes. Bianchi works wax using the encaustic technique — an ancient method of Roman origin, rediscovered in the twentieth century by Jasper Johns — turning it into a material that holds and releases light.

Shaped through his dialogue with Arte Povera figures such as Kounellis and Mario and Marisa Merz, Bianchi has built, over time, a highly personal language of circular signs and surfaces that seem to hold a suspended, internal movement.

A work from the 1990s of real material quality, for those drawn to the quieter, more contemplative side of Italian post-war art.

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Piero Gilardi, Ciliegie e mele di S. Giovanni, 2002Poliuretano espanso, 30 × 30 cmUn frammento di natura che sembra vero...
14/07/2026

Piero Gilardi, Ciliegie e mele di S. Giovanni, 2002
Poliuretano espanso, 30 × 30 cm

Un frammento di natura che sembra vero fino a quando non lo si tocca: ciliegie lucide, mele screziate, margherite, foglie leggermente ingiallite, tutto ricostruito con maniacale precisione in resina poliuretanica dipinta. È il linguaggio che Piero Gilardi — torinese, tra le figure chiave dell'Arte Povera — inventa nel 1965 con i suoi celebri Tappeti-Natura: paesaggi artificiali, pensati per essere vissuti col corpo prima ancora che contemplati con lo sguardo.
Dietro l'apparente leggerezza decorativa, c'è una riflessione che Gilardi ha portato avanti per tutta la vita: il rapporto ambiguo tra natura e artificio, tra ciò che desideriamo conservare e ciò che l'industria trasforma. Un piccolo formato che racchiude l'intera poetica dell'artista, scomparso nel 2023 lasciando un'eredità fondamentale per l'arte italiana del secondo Novecento.
Per informazioni sull'opera o per fissare un appuntamento in galleria, il link è in bio.

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Piero Gilardi, Ciliegie e mele di S. Giovanni (Cherries and St. John's apples), 2002
Expanded polyurethane, 30 × 30 cm
A fragment of nature that looks real until you touch it: glossy cherries, mottled apples, daisies, leaves faintly yellowed, all reconstructed with obsessive precision in painted polyurethane resin. This is the language Piero Gilardi — a key figure of Arte Povera from Turin — invented in 1965 with his celebrated Tappeti-Natura (Nature-Carpets): artificial landscapes meant to be experienced with the body before being contemplated with the eye.
Behind the seemingly decorative lightness lies a reflection Gilardi carried throughout his career: the ambiguous relationship between nature and artifice, between what we wish to preserve and what industry transforms. A small format that holds the artist's entire poetics — Gilardi passed away in 2023, leaving a fundamental legacy for Italian post-war art.
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Domani, 15 luglio, Contro la superficie chiude le porte.Un'ultima occasione per attraversare le quattro voci che Giulia ...
14/07/2026

Domani, 15 luglio, Contro la superficie chiude le porte.
Un'ultima occasione per attraversare le quattro voci che Giulia Nardone, Liuva Maqueira, Grazia Cucco e Nadiya Yatsulchak hanno portato negli spazi di Via Lazio 4, a cura di Luana Hrom e Oriana Picciolini.
Se non siete ancora passati, o se volete tornare per un ultimo sguardo, siamo in galleria fino a domani.

Vi aspettiamo — scriveteci a [email protected] per organizzare la visita.

Last day to see "Contro la superficie" — closing tomorrow, 15 July.

Enrico Baj, Testa, 1980Acrilico, collage e passamanerie su tavola, 24 × 18 cmUn volto che è anche una maschera: occhi-bo...
12/07/2026

Enrico Baj, Testa, 1980

Acrilico, collage e passamanerie su tavola, 24 × 18 cm
Un volto che è anche una maschera: occhi-bottone che fissano lo spettatore, una striscia di passamaneria a fare da naso, la bocca ridotta a una fessura netta. Baj — fondatore nel 1951 del Movimento Nucleare insieme a Sergio Dangelo — ha costruito la sua intera opera su questo principio: usare oggetti reali, spesso minuti e domestici (nastri, bottoni, medaglie, stoffe), per comporre personaggi grotteschi e ironici, specchio delle assurdità del potere e della società.
Testa appartiene alla serie Personaggi (1979–1985) ed è pubblicata a pagina 246 del Catalogo generale delle opere di Enrico Baj dal 1972 al 1996 (Marconi-Menhir), con il numero di catalogo 2021 — una garanzia diretta di autenticità e provenienza documentata.
Un piccolo formato ma un'opera densa, perfetta per chi si avvicina al collezionismo del secondo Novecento italiano con la sicurezza di un riferimento bibliografico solido.

Per informazioni sull'opera o per fissare un appuntamento in galleria, il link è in bio.

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Enrico Baj, Testa (Head), 1980

Acrylic, collage and passementerie on panel, 24 × 18 cm
A face that is also a mask: button eyes staring straight at the viewer, a strip of trim standing in for a nose, the mouth reduced to a sharp slit. Baj — who co-founded the Nuclear art movement with Sergio Dangelo in 1951 — built his entire practice on this principle: using real, often small domestic objects (ribbons, buttons, medals, fabric) to build grotesque, ironic characters that mirrored the absurdities of power and society.
Testa belongs to the Personaggi series (1979–1985) and is published on page 246 of the Catalogo generale delle opere di Enrico Baj dal 1972 al 1996 (Marconi-Menhir), catalogue number 2021 — a direct guarantee of authenticity and documented provenance.
A small format, but a dense one: ideal for collectors approaching Italian post-war art with the confidence of a solid bibliographic reference.
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Enrico Castellani, Superficie bianca, 1979Acrilico su tela, 120 × 80 cmUna griglia regolare di estroflessioni percorre l...
11/07/2026

Enrico Castellani, Superficie bianca, 1979
Acrilico su tela, 120 × 80 cm

Una griglia regolare di estroflessioni percorre la tela, creando un gioco sottilissimo di luce e ombra che cambia continuamente a seconda dell'angolazione e della luce ambientale. Nessun colore, nessuna immagine: solo la tensione della superficie, ottenuta puntando la tela su un sistema di chiodi che la spingono verso l'esterno.
Castellani mette a punto questa tecnica nel 1959, l'anno in cui fonda con Piero Manzoni la storica rivista Azimuth. Da allora dedica l'intera carriera a un'unica, rigorosissima ricerca: il bianco, diceva l'artista, non è davvero un colore ma la sua assenza — ed è proprio per questo che permette alla luce di diventare protagonista assoluta dell'opera.
Donald Judd lo considerava un padre del Minimalismo. Le sue "Superfici" restano oggi tra le presenze più solide e richieste del mercato secondario italiano del dopoguerra.
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Enrico Castellani, Superficie bianca (White surface), 1979
Acrylic on canvas, 120 × 80 cm
A regular grid of extroflections runs across the canvas, creating a subtle play of light and shadow that shifts continuously depending on the angle and the ambient light. No colour, no image: only the tension of the surface, achieved by stretching the canvas over a system of nails that push it outward.
Castellani developed this technique in 1959, the same year he founded the seminal magazine Azimuth with Piero Manzoni. From then on, he devoted his entire career to one rigorous line of research: white, he said, is not really a colour but its absence — which is exactly why it lets light become the true protagonist of the work.
Donald Judd considered him a father of Minimalism. His "Surfaces" remain among the most solid and sought-after presences in the Italian post-war secondary market today.

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Alberto Biasi, Rimane in linea, 2006Assemblaggio, acrilico e listelle in PVC su tela, 60 × 66 × 4,5 cmDue pannelli blu s...
10/07/2026

Alberto Biasi, Rimane in linea, 2006
Assemblaggio, acrilico e listelle in PVC su tela, 60 × 66 × 4,5 cm

Due pannelli blu si aprono come un libro, e al centro lo spazio si piega: decine di listelle in PVC, disposte a pettine, creano una superficie che cambia aspetto a ogni passo dello spettatore. È il cuore della ricerca di Biasi — cofondatore nel 1959 del Gruppo N, tra i protagonisti dell'arte programmata e cinetica italiana insieme a Munari, Castellani, Bonalumi — che da sempre lavora sulla percezione: non un'opera da guardare, ma da attraversare con lo sguardo, muovendosi.
Rimane in linea appartiene al ciclo degli Assemblaggi, sviluppato dall'artista a partire dagli anni Novanta: qui la superficie stratificata si arricchisce di pittura, in un dialogo continuo tra colore e struttura tridimensionale.
Un'opera in ottimo stato di conservazione, per chi cerca il rigore e l'intelligenza ottica del secondo Novecento italiano.

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Alberto Biasi, Rimane in linea, 2006
Assemblage, acrylic and PVC strips on canvas, 60 × 66 × 4.5 cm

Two blue panels open like a book, and at the centre the space folds inward: dozens of PVC strips, arranged like a comb, create a surface that shifts as the viewer moves. This is the core of Biasi's research — co-founder of Gruppo N in 1959, a leading figure of Italian kinetic and programmed art alongside Munari, Castellani and Bonalumi — whose work has always centred on perception: not a piece to look at, but one to move through with the eye.
Rimane in linea belongs to the Assemblaggi cycle, which the artist developed starting in the 1990s: here the layered surface is enriched with painting, in an ongoing dialogue between colour and three-dimensional structure.
A work in excellent condition, for those seeking the rigour and optical intelligence of Italian post-war art.

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The more you know...Il 7 luglio 1947, a Parigi, una mostra chiedeva al pubblico di attraversare le proprie paure prima d...
07/07/2026

The more you know...
Il 7 luglio 1947, a Parigi, una mostra chiedeva al pubblico di attraversare le proprie paure prima di poter guardare una sola opera.
Quel giorno apriva alla Galerie Maeght l'Exposition Internationale du Surréalisme, curata da André Breton e disegnata a distanza da Marcel Duchamp, rimasto a New York e in contatto epistolare con l'architetto Frederick Kiesler. Per entrare, i visitatori attraversavano la "Salle des Superstitions", un percorso labirintico pensato per far superare le superstizioni prima di procedere; più avanti, un tavolo da biliardo scompariva dietro una tenda di pioggia continua. Il catalogo, firmato da Duchamp con Enrico Donati, portava in copertina un seno in gommapiuma su velluto nero — "Prière de Toucher", un invito al tatto oltre che alla vista. Per il manifesto, Joan Miró realizzò la sua prima litografia per il gallerista Aimé Maeght: l'inizio di un sodalizio storico.
L'idea che una mostra sia un'esperienza da attraversare, non solo una parete da guardare, resta al centro di gran parte dell'arte ambientale e immersiva di oggi — ed è vicina a qualcosa a cui teniamo molto: uno sguardo lento e consapevole, contro la superficie e contro la fretta.

Voi come vivete lo spazio di una mostra? Diteci nei commenti.

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Valerio Adami, Esopo, 1980Acquarello su carta, 75 × 56 cmNel 1980 Italo Calvino scrive Quattro fiabe d'Esopo per Valerio...
05/07/2026

Valerio Adami, Esopo, 1980

Acquarello su carta, 75 × 56 cm
Nel 1980 Italo Calvino scrive Quattro fiabe d'Esopo per Valerio Adami, un testo che nasce proprio dal dialogo tra i due. È lo stesso anno in cui Adami — bolognese di nascita, tra i protagonisti della nuova figurazione europea, con opere in collezioni come il Centre Pompidou e la GNAM di Roma — realizza questo acquarello.
Il suo stile è inconfondibile: colore piatto, contorno nero netto, figure che sembrano uscite da un fumetto ma restano cariche di riferimenti letterari e filosofici. Qui la figura alata, tra ali dorate e fondo scuro, dialoga con la tradizione della favola — e con la scrittura stessa di Calvino.
Un'opera su carta di grande qualità, in un momento particolarmente ricco della produzione dell'artista: un ingresso accessibile per chi vuole avvicinarsi al mercato secondario italiano del secondo Novecento, o un'aggiunta preziosa per chi già colleziona.

Per informazioni sull'opera o per fissare un appuntamento in galleria, il link è in bio.

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Valerio Adami, Esopo, 1980

Watercolour on paper, 75 × 56 cm
In 1980, Italo Calvino wrote Four Aesop's fables for Valerio Adami — a text born directly from the dialogue between the two men. That same year, Adami — born in Bologna, a leading figure of European new figuration, with works held at the Centre Pompidou and the GNAM in Rome — created this watercolour.
His style is instantly recognisable: flat colour, sharp black outline, figures that look like they've stepped out of a comic strip yet remain dense with literary and philosophical references. Here, the winged figure, set between golden wings and a dark ground, speaks to the fable tradition — and to Calvino's own writing.
A paper work of real quality, from a particularly rich moment in the artist's output: an accessible entry point for those approaching the Italian post-war secondary market, or a valuable addition for established collectors.

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Indirizzo

Via Lazio 4
Orte
01028

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