03/11/2025
"Entro in anticipo, le luci sono accese, lo spettacolo non è ancora iniziato, ma gli attori sono già tutti schierati sul palco e ci danno le spalle. Da quel muro umano, fatto di donne e uomini immobili, comprendo subito che la prova non sarà semplice.
Buio. Si staglia, potentissima, l’immagine del coro, utilizzato come espediente per introdurci e guidarci sul binario che la vita di Steven e della sua famiglia sta per imboccare, lo stesso che tante famiglie, ancora oggi, percorrono: quello del mito di Ifigenia.
Steven è un medico profondamente turbato dal senso di colpa per un episodio del suo passato. Durante un’operazione chirurgica, nel periodo in cui era alcolizzato, un uomo è morto. Della sua fragilità, i colleghi di lavoro talvolta sembrano prendersi cura, ma altre volte ne approfittano. Su di essa si innesta la vita di un ragazzo, Martin, figlio dell’uomo morto, rimasto orfano, di cui Steven si sente responsabile.
Questo episodio del passato lo trascina lentamente nell’oblio. Egli sceglie di affezionarsi alla versione dei fatti che lo rende il responsabile dell’accaduto, una versione che, peraltro, fa comodo quasi a tutti. Sceglie di lasciarsi ricattare da Martin, nel tentativo di espiare la propria colpa. Non riesce ad affrontare il senso di colpa in modo funzionale: suggestionato dagli eventi esterni, diventa vulnerabile a qualsiasi situazione. Quasi tutti i sistemi di cui fa parte sembrano alimentarsi del suo dolore per potersi sostenere.
La sua famiglia diventa simbolo del suo disagio ed essa tenta di riorganizzarsi per controbilanciare la zavorra di un padre che lentamente perde il senno. I sintomi inspiegabili che li affliggono sembrano rappresentare simbolicamente proprio la paralisi dell’uomo, imprigionato in un tormento che gli rende sempre più difficile reggere il peso della sua esistenza, vedere ciò che è stato senza che la visione lo distrugga, perdendo di fatto la possibilità di nutrirsi delle relazioni e del bello della vita.
L’unica via percorribile per espiare la colpa è il sacrificio di un membro della famiglia. Ma chi scegliere?
Visto da una certa prospettiva, Steven sembra quasi vittima di un complotto. L’episodio stesso della morte del padre di Martin non è detto che sia riconducibile a lui: anche Matthew, l’anestesista, suo collega, era presente durante l’operazione, ma non si sente minimamente responsabile dell’accaduto e, anzi, viene poi nominato caporeparto. Allo stesso modo, la collega cardiologa Lilith, che ambisce ad un ruolo più prestigioso, potrebbe considerare Steven un ostacolo.
Dal suo punto di vista, Steven inizia a non comprendere più cosa stia accadendo: diversi episodi sembrano essere in parte reali e in parte frutto della sua immaginazione.
Egli porta Martin a casa per fargli conoscere la famiglia; il senso di colpa lo tormenta al punto da diventare un’ossessione.
Successivamente va a casa di Martin, dove il ragazzo fa preparare la cena dalla madre e lo invita a vedere un film insieme. Tutto ciò potrebbe essere il frutto di una fantasia, o un momento onirico da cui traspare la prigione mentale di Steven, il sentirsi sotto scacco, incapace di uscire da quelle stanze mentali. S’illude che basti rifiutare le avances della madre di Martin e della collega Lilith per difendere se stesso e l’equilibrio familiare.
Anche la scena di Martin legato e imbavagliato nello scantinato, in cui compare anche la collega che lo frena dal compiere un’azione sconsiderata; la domanda posta al professore su quale dei due figli sia più meritevole; o l’offesa pubblica al direttore dell’ospedale, potrebbero avere la stessa matrice onirica. Sono immagini che mostrano quanto la mente del protagonista stia scivolando verso l’offuscamento della ragione.
Negli scambi con gli altri personaggi, talvolta le loro voci sembrano rivelare «voci interiori» di Steven, tanto che diventa difficile distinguere il reale dal fantasmatico.
Tutti intorno a lui lo assecondano in questo delirio: chi per interesse, chi per mitigare la sua sofferenza.
Tutto ciò mina il suo ruolo di padre, marito e professionista.
Steven, come Agamennone, ha bisogno di placare l’ira degli dèi. La moglie Anna cerca di aiutarlo e ne diventa complice; i figli, nel tentativo di sostenere i genitori in questa deriva, smettono di essere villani. Una di loro, Kim, come Ifigenia, si inginocchia davanti agli dèi ed è pronta a sacrificarsi.
Ma il destino ha designato un altro cervo.
Bob, il figlio che “muore” già prima del sacrificio, rinuncia al suo diritto di figlio di fronte a un padre che sta perdendo la bussola, nella scena in cui si taglia i capelli e promette di diventare obbediente, riempie di commozione.
La scena in cui Steven ricade nella dipendenza e riprende la bottiglia ci restituisce la sua umanità: il suo urlo finale travalica il perimetro della normalità, si trasforma in follia.
La scena della roulette con il fucile diventa l’«essere o non essere» - pronunciato da Amleto - che Shakespeare ci ha consegnato più di quattrocento anni fa e che oggi più che mai è attuale. Essa è feritoia dei dubbi dell’uomo, che tenta di affrontare le difficoltà della vita cercando di interpretare una realtà mai oggettiva e sempre più complessa.
Steven diventa protagonista attivo, autoadempiendo la profezia. È responsabile, questa volta sì, di aver trascinato tutti nell’abisso.
Nella scena finale, la famiglia seduta al tavolo ha lo sguardo perso nel vuoto: sono impazziti per il dolore. Tutti si lasciano cadere sulla sedia in modo innaturale, svuotati di ogni briciolo di vita. In quella scena, Martin - che li osserva - appare meno sinistro di quanto fosse parso durante lo spettacolo: non è lui il cattivo.
La regista, Sabrina Parrella, insieme agli attori, dimostra grande abilità nell’orchestrare cambi di scena rapidi e suggestivi, in uno spazio scenico che si trasforma in un mosaico di luoghi reali e mentali. Attraverso un uso sapiente delle luci, dei pochi oggetti di scena e della disposizione spaziale, la regista costruisce mondi. Le transizioni da una stanza all’altra - dall’ospedale alla casa, dalla casa alla cantina - avvengono quasi per magia, invitando lo spettatore a entrare non solo in questi luoghi fisici, ma anche nelle stanze interiori dei personaggi attraverso un viaggio dentro le pieghe della coscienza dei protagonisti.
Ci sono teatri piccoli e teatri grandi: comunicano sottotraccia, si scambiano pubblico, tecnici e attori, si alimentano a vicenda. Senza l’uno, l’altro non potrebbe esistere.
Ci sono diversi modi di fare teatro, ma la sua funzione resta una sola: la catarsi.
È ciò che vedo manifestarsi quando si riaccendono le luci. Durante i primi saluti e gli applausi sul palcoscenico ci sono ancora Steven, Anna, Kim, Bob, il professor Banks, il direttore dell’ospedale, la dottoressa Lilith, il dottor Matthew, Martin e sua madre.
Poco dopo inizia il processo: vedo la tensione sui loro volti svanire e lasciare spazio ai sorrisi. Tornano a essere Luciano Polverino, Ludovica Rossi, Giuliana Di Prisco, Antonio Di Prisco, Clelio Alfinito, Achille Pignatelli, Laura Pinfildi, Bruno Bronco, Giovanni Cacciapuoti e Desiré Pollio.
Per una sera - e per il giorno dopo - liberi tutti."
Un grazie speciale a Raffaele Attanasio e Sara Mingo per la meravigliosa recensione❤️🎭