Festivals di Anna & Daniele

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Per questo nuovo anno mi auguro che tutti riuscissimo a correre un po' meno e a guardarci intorno con comprensione, pazi...
06/01/2026

Per questo nuovo anno mi auguro che tutti riuscissimo a correre un po' meno e a guardarci intorno con comprensione, pazienza e umanitá. Non sai mai in quell' auto lenta davanti a te cosa abbia passato chi è alla guida...

In 81 anni di vita, non ho mai rubato nemmeno una caramella. Eppure, oggi, quella macchina infernale mi ha fatto sentire un criminale davanti a tutti.

È venerdì sera. Il supermercato è una bolgia, gente che corre, carrelli che sbattono. E in mezzo a tutto questo caos ci sono io, Giuseppe. Mi sento fuori posto come un vinile in un negozio di smartphone.

Mi ricordo quando qui c’era la signora Anna alla cassa 4. La Anna sapeva che prendevo sempre il pane ben cotto e mi chiedeva sempre: "Signor Giuseppe, come sta la schiena oggi?". Quella chiacchierata, quel "Buongiorno" sincero, era la parte migliore della mia spesa. Era calore umano.

Oggi la Anna non c'è più. Al suo posto hanno messo questi totem bianchi e freddi. Le chiamano "Casse Self". Io le chiamo "La fine delle buone maniere".

Avevo solo tre cose nel mio sacchetto di tela: un filone di pane casereccio, un pezzo di parmigiano e un barattolo di passata di pomodoro. Roba da due minuti. Ma davanti a quello schermo luminoso, mi sono sentito come un bambino al primo giorno di scuola che non trova l'aula.

"Passare l'articolo sullo scanner", ordinava quella voce metallica senza anima.

Le mie mani tremano un po', è l'età. Cercavo questo maledetto codice a barre sul pane. Niente. Lo giravo, lo rigiravo. Dietro di me, ho sentito uno sbuffo rumoroso.

Non mi sono girato, ma lo sentivo. Un uomo sulla quarantina, giacca e cravatta, che batteva il piede a terra e parlava forte al cellulare. Per lui, io non sono un essere umano. Sono un ostacolo. Un rallentamento nel suo venerdì sera.

Finalmente. Biip. Il pane è passato. Poi il formaggio. Biip. La passata. Biip.

Sentivo il sudore scendermi lungo la schiena. Mi sentivo sotto pressione, giudicato. Ho pagato con la carta. Ho digitato il PIN con fatica. Transazione approvata. "Grazie a Dio", ho pensato.

Ho messo le mie cose nel sacchetto e mi sono diretto verso l'uscita. Volevo solo tornare a casa, farmi un piatto di pasta e non pensare a nulla.

Ma il peggio doveva ancora arrivare.

Per uscire, bisogna passare questi nuovi tornelli di vetro. Mi sono avvicinato. Non si aprivano. All'improvviso, una sirena ha iniziato a suonare. Una luce rossa lampeggiava sopra la mia testa.

Wuup. Wuup. Wuup.

Il supermercato si è zittito. Tutti si sono girati. E mi guardavano. Guardavano me, Giuseppe, il vecchio con il sacchetto di tela consumato.

"Scansionare lo scontrino per uscire", ripeteva la macchina.

Lo scontrino? Quale scontrino? Nella fretta di togliermi di mezzo per non disturbare quello dietro, l'avevo lasciato nella macchina. O forse l'avevo appallottolato? Ho frugato nelle tasche del cappotto. Niente. Mi sono girato: l'uomo in giacca stava già passando la sua roba, spingendo via il mio scontrino dimenticato come se fosse spazzatura.

Ero in trappola. Prigioniero tra la cassa e l'uscita. La vergogna mi bruciava dentro. In Italia teniamo tanto alla "bella figura", e io stavo facendo la figura del ladro. Avrei voluto sprofondare. Mi sentivo così piccolo, così inutile.

"Ma insomma, si può andare avanti?" ha gridato qualcuno dalla fila.

In quel momento ho visto arrivare Sofia. La ragazza della sorveglianza. Giovane, avrà avuto l'età di mia nipote.

Il mio cuore batteva all'impazzata. Ho pensato: "Ecco, adesso mi perquisisce davanti a tutti. Adesso mi tratta come un delinquente". Ho stretto forte il ma**co della borsa, preparandomi all'umiliazione.

Ma Sofia non ha guardato il monitor. Non ha guardato l'allarme rosso. Ha guardato me. Dritto negli occhi.

"Tutto bene, Signore?" ha chiesto. La sua voce era dolce, calma.

"Io... ho dimenticato lo scontrino," ho balbettato, con la voce rotta. "Ma ho pagato, lo giuro, signorina."

Sofia ha sorriso. Non un sorriso di circostanza, ma un sorriso vero, pieno di compassione. Ha allungato una mano e mi ha sfiorato leggermente il braccio. Un tocco umano.

"Lo so che ha pagato, non si preoccupi," ha detto ad alta voce, abbastanza forte da farsi sentire dall'uomo impaziente dietro di noi. "Queste macchine sono stupide. A volte penso che le inventino solo per farci impazzire, vero Nonno?"

Ha usato il suo badge personale. Biip. I tornelli di vetro si sono aperti come per magia. Il suono dell'allarme è cessato.

"Vada pure," mi ha detto, e mentre passavo mi ha messo in mano lo scontrino che aveva recuperato dalla cassa. "Stia attento che fuori piove. Buona serata."

Ho annuito, non riuscivo a parlare per il groppo in gola.

Sono uscito nell'aria fredda della sera. Mentre camminavo verso casa, non pensavo più alla tecnologia ostile o alla maleducazione della gente. Pensavo a Sofia.

Ci dicono che il futuro è l'automazione. Che dobbiamo fare tutto da soli. Ma stasera ho capito una cosa: una macchina può incassare i miei soldi, ma non potrà mai capire la mia fragilità.

L'efficienza è importante, sì. Ma l'umanità? L'umanità è tutto.

Quindi, per favore, la prossima volta che siete in coda dietro a un anziano che cerca gli spiccioli o non capisce come funziona lo schermo touch, non sbuffate. Abbiate pazienza. Non sapete quanto può essere difficile sentirsi stranieri nel proprio tempo.

Grazie a tutte le Sofia del mondo, che scelgono la gentilezza invece della procedura. Non abbiamo bisogno di più controlli. Abbiamo bisogno di più cuore.

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