01/02/2026
"𝗣𝗶𝗲𝘁𝗮𝘀”, 𝗶𝗹 𝗙𝗼𝗰𝘂𝘀 𝗗𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗮𝗹 𝗧𝗲𝗮𝘁𝗿𝗼 𝗗𝗮𝗹𝗹𝗮, 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗿𝗼𝗴𝗮 𝗶𝗹 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗵𝗶 𝗰𝗮𝗱𝗲 𝗲 𝗰𝗵𝗶 𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮
di Sveva Guerra su bonculture.it
Si è chiuso con “Pietas” il Focus Danza della stagione di prosa respIra del Teatro Comunale “Lucio Dalla” di Manfredonia, una finestra fortemente voluta dalla Bottega degli Apocrifi per ampliare l’orizzonte del cartellone, affiancando al teatro di parola il linguaggio fisico, visionario e stratificato della danza contemporanea. Una scelta che ha trovato, nello spettacolo firmato da Antonello Tudisco, una conclusione più che coerente.
In scena, lo spettacolo si presenta come un attraversamento emotivo e simbolico, più che una narrazione lineare. Tutto si costruisce attorno a cinque danzatori (Gerardo Di Pietro, Lia Gusein Zade, Gerardo Pastore, Valeria Petroni Francesco Russo e con la partecipazione del piccolo Romeo Vollero), cinque corpi che attraversano lo spazio come frammenti di una stessa comunità ferita. Non c’è gerarchia né centralità, i ballerini entrano ed escono dalle azioni, si aggregano e si separano, dando vita a configurazioni sempre messe in discussione.
La scena diventa così il luogo di una riflessione profonda sulla pietà intesa non come concetto astratto, ma come tensione che attraversa i corpi o come sofferenza che li piega. La danza interroga il rapporto tra chi cade e chi guarda, tra chi sostiene e chi è sostenuto, aprendo una crepa nel nostro modo abituale di percepire l’altro. In questo senso, “Pietas” mette in crisi le certezze che governano la realtà quotidiana, mostrando quanto l’equilibrio -individuale e collettivo- sia solo una fragile costruzione.
Il lavoro si inserisce in un percorso avviato da Tudisco negli anni precedenti, interrogando il sentimento della compassione in un tempo che sembra averlo smarrito. Le immagini evocate rimandano a una dimensione simbolica ampia, dove il dolore non è mai esibito, ma attraversato e dove la sofferenza diventa oggetto di trasformazione. La drammaturgia per quadri, di Vincenzo Ambrosino e Domenico Ingenito, è fatta di stazioni emotive più che di episodi narrativi: una madre malata terminale e il suo rapporto con il figlio che non può più proteggere; un senzatetto vittima di una violenza che non suscita reazione, ma indifferenza collettiva; Pier Paolo Pasolini che ha pagato con la vita la propria esposizione pubblica e che ha osato dire e vedere oltre, diventando bersaglio di una società incapace di comprendere. Questa narrazione accompagna lo spettatore in un viaggio che non offre risposte, ma solo tante domande.
Fondamentale il contributo della scenografia essenziale di Rosita Vallefuoco e del disegno luci di Giuseppe Di Lorenzo, che scolpisce i corpi, isolandoli o fondendoli nello spazio scuro; i costumi di Gina Oliva dialogano con la fisicità dei danzatori senza sovrapporsi al movimento, anzi lo accompagnano rendendolo più fluido e scenografico. La musica, di Chiara Mallozzi, è lontana da una funzione meramente illustrativa, anzi si propone di accompagnare attivamente lo spettatore in un viaggio fatto pause, respiri e tensioni.
“Pietas” è anche un lavoro che dialoga apertamente con l’arte e il pensiero. La celebri Pietà di Michelangelo sembrano riaffiorare nella composizione dei corpi, nelle posture che evocano la cura, la perdita, l’abbandono. Aleggia, invece, come riferimento simbolico la figura di Pier Paolo Pasolini, non come ritratto biografico, ma come emblema dell’intellettuale scomodo. Pasolini diventa, quindi, portavoce di un’intelligenza capace di esporsi fino alla vulnerabilità, pagando il prezzo dell’incomprensione e della violenza.
In questa prospettiva, il pubblico sembra interrogarsi su cosa significhi oggi provare compassione in un mondo anestetizzato, e su quanto spazio resti per chi continua a denunciare, a profetizzare, a non allinearsi. La lezione pasoliniana non è evocata come memoria, ma come ferita ancora aperta. È un invito a riconoscere la sacralità della realtà anche là dove appare degradata, violata, respinta ai margini. È in questo sguardo che lo spettacolo assume una delle sue forme più significative, trasformando la pietà da sentimento passivo a atto di responsabilità.
Le coreografie e la regia sono di Antonello Tudisco, coreografo e storico dell’arte, direttore artistico della compagnia interno5danza e della sezione danza del TAN (Teatro Area Nord) di Napoli. È stato anche docente associato presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, per l’insegnamento di Culture Musicali del Mediterraneo. La sua formazione trasversale emerge con chiarezza in uno spettacolo che intreccia linguaggi, riferimenti e livelli di lettura, mantenendo sempre centrale il corpo come spazio di riscrittura.
Con “Pietas”, il Focus Danza di respIra si chiude lasciando una traccia profonda, quella di un teatro che sceglie di interrogare il presente attraverso il movimento, affidando ai corpi il compito di urlare ciò che spesso le parole non riescono più a esprimere.
“Pietas” di interno5danza, con la regia e le coreografie di Antonello Tudisco. In scena mercoledì 28 gennaio durante la stagione di Prosa “respIra” (ideata e organizzata dal Comune di Manfredonia, Puglia Culture, Bottega degli Apocrifi con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Puglia), presso il Teatro Comunale Lucio Dalla di Manfredonia.
La foto di copertina è di Sabrina Cirillo