01/02/2026
VULARRIA
PREFAZIONE DI ANTONELLO TROMBADORI ROMA OTTOBRE 1979
MAROTTA EDITORE
Ha già osservato uno che della « napolitudine » se ne intende, e non è sospetto nel respingere tanto certe melensaggini qualunquistiche quanto certe urlanti teatra-lita eversive, Domenico Rea, che nella poesia « napoleta-
na» di Bernardo d'Arezzo non sono determinati nemmeno i valori più nobili di quella tradizione dialettale, almeno nelle sue più recenti espressioni.
Insomma se, qua e là, l'influenza di Di Giacomo e di certo intimismo di varia estrazione risulta pur presente nei suoi versi, Bernardo d'Arezzo si muove in direzione inversa a quella dei cascami sentimentali o banalmente sentenziosi che affliggono non soltanto il residuo più vulgato d'una grande cultura ma persino alcune produzioni letterarie di elevato impegno come quelle di Eduar-
do De Filippo.
E tuttavia sarebbe vano ricercare fuori dall'area più vasta e meno convenzionale della « napolitudine » le radici dell'ispirazione, del suono, del ritmo stesso, coi quali Bernardo d'Arezzo piega le parole, quasi come il giunco dei canestrari, sulla realtà, si vorrebbe dire a specchio di essa per riferirla, raccontarla, descri-verla, fino a rimanere interamente prigioniero e ad appagarsi interamente di tale voluta prigionia.
Ma con questo di specifico, a mio avviso, che più Bernardo d'Arezzo riferisce, racconta, descrive, più riesce a far dimenticare il ruolo puramente indicativo della parola e fa volare le immagini ben al di là dei loro limiti oggettivi.
'Na scarpa ca 'na vota era stata nova.
Buatte
cunchiglie,
pallottole 'e catramme,
cosce e bambole,
paglia fino all'atriere,
erba 'e mare.
Tutta 'sta robba è spatriata
'ncoppa 'sta spiaggia
'a tanta juorne sulitaria.
Accumincia l'autunno
'ntramento 'o mare
sbatte
comme a ieri, comme a l'anne passate, comme a tante tiempo fa.
Questa rivisitazione del verismo e del naturalismo della tradizione napoletana non è del resto parente della stessa spinta a uscire dalla maniera e dalla retorica che caratterizza, con altri e persino opposti intendimenti ideologici, l'esperienza vivificante della « Nuova compagnia del canto popolare » di Roberto De Simone? Bernardo d'Arezzo porta un suo contributo alla medesima operazione di recupero dell'autenticità veristica e naturalistica d'una lingua e d'un linguaggio che minacciavano di divenire sempre più ricettacolo di luoghi comuni più o meno folkloristicamente o accademicamente riverniciati.
Il contributo di Bernardo d'Arezzo si esprime in una ristretta gamma di immagini e di sentimenti, una disincantata malinconia, una non confessata resa allo scetticismo, un impaurito rifugiarsi nel calore domestico e nella familiarità di pochi, disadorni, « ameni luoghi ». E più il poeta riesce a non strafare, a rispettare il patto tra la esiguità della tematica e l'uso parco della parola, l'esiguità inventiva diventa essenzialità e l'avari-
zia del vocabolario diventa stile.
Non credo che sia la mia deformazione professionale ad avermi portato a leggere attraverso il vetro colorato dei versi di Bernardo d'Arezzo un singolare richiamo alle immagini dipinte più che a quelle letterarie.
C'è una linea veristica e naturalistica della tradizione pittorica napoletana che sul finire del secolo XIX si stal-da e marcisce nel più variopinto descrittivismo (e non è vero che tale volgarità sia scomparsa in molti dei più recenti esempi di solo apparente distacco di certa pittura napoletana dagli stretti moduli figurativi). Ma, assieme al processo di sfaldamento e di putrețazione, si è manifestata sempre una resistenza per salvare e per rilanciare valori veristici e naturalistici di schietta matrice lirica e addirittura fantastica nella pittura napoletana. Tali appaiono i pittori della Scuola di Portici e di Resina molto più parenti dei grandi maestri seicenteschi che della baldoria multicolore delle mode correnti ai loro tempi.
Addò 'e vasule
fernesceno
'e scucculià
accummencia 'a campagna.
Supale verde, piante 'e purtualle, noce e legnasante.
Schiarato cu' fenucchie, carcioffole e 'ncappucciate.
Massarie cu' ruselle,
signurine 'ncammisa,
gigli 'e S. Antonio,
gesummine e muntagne 'e margarite.
L'immagine che pure è soltanto una nomenclatura di cose, di « oggetti da ferma», potrebbe continuare anche lasciando la parola al pennello di Vincenzo Caprile o di Edoardo Dalbono, magari riandando a occhi chiusi con la memoria a un pastiche composito di frammenti figurativi di Micco Spadaro, letterari del « Cunto de li cunti», musicali del Pergolesi o del Donizetti quando trasportano sul piano dell'aulicità i ritmi della canzonetta popolare.
La mia vuole essere soltanto una indicazione per gustare fuori da ogni facile ronzio dialettale la non usuale e non banale « napolitudine » di Bernardo d'Arezzo. Al quale se posso dare un consiglio, del resto già enunciato più sopra e che attiene anche al modo, secondo me più corretto, di scegliere e leggere le sue poesie, è quello di affidarsi sempre più all'autenticità della ispirazione e sempre meno alla bravura, che pur v'è in lui, del mestie-re. Solo sull'onda di quell'autenticità emergono dai versi di d'Arezzo, tanto più se non direttamente enunciate e rappresentate, anche le tormentose e non risolte domande che egli si pone, come acuminati assilli morali, attorno a ciò che di più fragile, indifeso e sommamente ingiusto v'è nella esistenza degli uomini.
ANTONELLO TROMBADORI
Roma, ottobre 1979
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