La Villa Smilea sorge all’imbocco della valle dell’Agna, in posizione fortemente strategica lungo l’antico tracciato romano della via Cassia Clodia. L’ipotesi più probabile fa derivare il nome da sex milea (sei miglia), in quanto il castello si trova a circa sei miglia da Pistoia. Le prime notizie certe risalgono al 1427, anno in cui risulta di proprietà della nobile famiglia pistoiese dei Panciat
ichi. Per tutto il XV secolo l'edificio rimase nelle mani di questa famiglia, sotto la quale dovette più volte assolvere il suo ruolo di roccaforte. I Panciatichi vollero comunque conferire alla rocca dignità di villa signorile, ampliandola ed arricchendola di una corte porticata. La proprietà rimase ai Panciatichi sino al 1611 quando, per mancanza di eredi, fu venduta a Francesco di Piero Covoni, di antica e nobile famiglia fiorentina. I nuovi proprietari adeguarono l’edificio alle esigenze ed ai gusti del tempo, trasformandolo in villa. Interessati alle rendite agrarie, verso la fine del Seicento fecero costruire nuovi ambienti produttivi che ridisegnarono il profilo meridionale dell’intero complesso. La villa mantenne la sua funzione di fattoria fino ai primi del XX secolo. In questo periodo Maria Covoni, ultima erede della famiglia, sposò il principe Giuseppe Borghese e la proprietà passò successivamente al figlio Gian Giacomo. Alla morte di questi, nel 1954, la Smilea, con le proprietà collegate, passò agli eredi. Le strutture annesse continuarono ad essere funzionali all’attività agricola fino alla fine degli anni ’60. Dai primi anni ’90 il complesso ha subito vari passaggi di proprietà e solo nel 2003 il Comune di Montale, in seguito a lunghe trattative, è entrato in possesso del corpo più antico, avviando nel 2004 i restauri. Sul nome Smilea esistono due opinioni: la prima, tanto diffusa quanto infondata, è che derivi da sex milia in quanto la villa-castello sarebbe situata a sei miglia da Pistoia, la seconda, meno nota, ma basata solidamente sugli studi di toponomastica e di glottologia, è che il nome derivi dalla parola latina mausoleum, in quanto così si chiamavano i cippi posti al confine delle centuriazioni romane. La versione apparentemente più facile risulta, come spesso capita, la meno valida dal punto di vista scientifico. A diffondere la tesi che il nome della Smilea si spieghi con la sua distanza da Pistoia hanno contribuito voci autorevoli, come quella dello scrittore e linguista Gherardo Nerucci, che nelle sue Mescolanze di tradizioni popolari (1904) affermava: «La Smilea era così chiamata, con molta probabilità, dalla corrotta espressione latina “sex milia (ab urbe Pistorio)”». Anche Emanuele Repetti, nel suo Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana (1833-46) aveva rilevato che la villa si trova a sei miglia da Pistoia, creando implicitamente le premesse per l’associazione tra la distanza da Pistoia e il nome “Smilea”. Tale opinione in seguito fu data quasi per scontata, tanto da essere ripresa, senza riserve, anche nel 1967 nel volume Il patrimonio artistico di Pistoia e del suo territorio. Eppure tale versione era stata smentita senza appello, già nel 1919, dallo studio fondamentale di Silvio Pieri Toponomastica della valle dell’Arno 1919, nel quale “Smilea” si fa derivare con certezza da “mausoleum”, che era il nome dato dagli agrimensori romani a certi cippi posti a delimitare le centurie, quei quadrati di 710 metri di lato in cui venivano divisi i campi. La trasformazione del nome “mausoleum” in quello di “smilea” attraversa le tappe intermedie di “musilieo”, “musilea” e infine “misilea”. Ne è prova tra l’altro, l’esistenza di una località di nome “Misleo” detta anche “Mislea” a Palazzuolo val di Senio. Da “misilea” si è poi passati a “smilea” a causa di fenomeni noti alla glottologia come la “sincope di seconda protonica” e la “metatesi regressiva”, che non sono nomi di malattie, ma di due processi linguistici le cui conseguenze sono l’eliminazione della seconda “i” di misilea che dà luogo a “mislea” e l’anticipazione della “s”, che viene promossa al rango di lettera iniziale, portando al nome definitivo di smilea. I romani mettevano un cippo al confine della centuriazione chiamati “termine” stabilendo per legge che «nessuno consapevolmente con astuzia maligna lo rimuova o lo dislochi altrove» (Lex Mamilia). A fare funzione di “termini”, a volte c’erano dei mucchi di pietre o delle fonti o sepulchra cioè aree funerarie o sacella cioè tempietti o, appunto, mausolea come quello da cui è derivato il nome della villa Smilea.