11/03/2026
La seconda vita di casa Gaioni
Nel 1924 i lavori per la grande diga detta di Molare, messa all’altezza di Bric Zerbino, erano praticamente ultimati. Ora si trattava di procedere all’invaso con le acque dell’Orba del rio Brigne, del rio Meri e tanti altri corsi d’acqua piccoli e grandi affluenti dell’Orba. Quello che le popolazioni locali avevano tanto temuto e da sempre contrastato, stava per avverarsi. Le case, i campi situati sotto la quota di massimo invaso, sarebbero affondati. lentamente sommersi e irrimediabilmente perduti. Quelli che erano campi e prati per gli uomini sarebbero diventati fondali a disposizione di carpe, lucci e fango per erbe acquatiche.
Per tante famiglie quelle cascine, Ortiglieto, Aberghin, Vernini di sotto, Gaioni … erano tutta la loro ricchezza. I campi, le vigne, gli alberi da frutto l’unico sostentamento. Prima subirono l’esproprio e poi lo sfratto. A quella povera gente, il misero indennizzo a loro offerto dalla Società O.E.G. proprietaria dell’impianto, sembrava ed era una miseria e un’offesa. Le loro proteste sembravano pretestuose lagnanze. La società non ne voleva sapere: - Vi abbiamo risarcito. Ora qui comandiamo noi e tanto basta - .
Come ben racconta Vittorio Bonaria nel suo libro “monumento”, “ Storia della diga di Molare”, famiglie intere dovevano rinunciare a un tetto sotto il quale riparare e i campi per sopravvivere. Provarono anche ad affidarsi alla giustizia. Intrapresero una causa civile presso il tribunale. Un fatto straordinario per quei contadini mezzi montanari, abituati a sistemare qualunque questione con una stretta di mano. Per tutta risposta si videro recapitare un ultimatum dall’avvocato della controparte. Non solo avrebbero perduto il modesto indennizzo se non avessero liberato le case, ma per ritorsione intimava loro di non passare più attraverso la strada di servizio della quale la società era proprietaria. Sarebbero stati considerati responsabili di qualsiasi incidente a loro danno o a terzi. Ma intanto, man mano che le acque dell’Orba gonfiavano il lago, le rive opposte con le loro terre si facevano sempre più lontane.
E poi c’era anche l’opinione pubblica che prendeva a sostenere le ragioni dell’O.E.G. Giornali di parte e informazione in genere vedevano nell’atteggiamento di quei contadini un’arretratezza intellettuale. Cos’erano mai e quanto potevano ben valere quei miseri campi per i quali loro ostacolavano il progresso! L’energia elettrica prodotta da quell’invaso prometteva la modernità e lo sviluppo per l’intera società civile. Fabbriche, treni, illuminazione pubblica la stavano aspettando.
In fondo è sempre stato così. La forza del potere espressa col denaro, di solito l’ha sempre avuta vinta. Col denaro, attraverso gli strumenti che la forza ben conosce, si comprano anche le coscienze. Tanto che si tratti di grandi praterie, di laghi artificiali o di miniere. Non è raro il fatto che l’arroganza, la forza e la prepotenza siano in grado di fabbricare l’idea che le vittime siano in realtà i colpevoli.
Solo un giovane di nome Davide, proprio come il pastore che sfidò Golia, continuò a misurarsi con la potente società elettrica di Genova. Ma al contrario della leggenda il giovane fu costretto a cedere. L’O.E.G. superò ogni ostacolo e sebbene priva delle ultime autorizzazioni, nella seconda metà del 1924 inizio a colmare l’invaso. Non si poteva perdere un attimo in più, servivano le piogge dell’autunno, la neve dell’inverno e la successiva fusione delle stesse, in primavera per riempire l’immenso serbatoio d’acqua. Chi intendeva restare nelle vicinanze, cercò di recuperare in fretta tutto il possibile. Scoprirono i tetti per recuperare le tegole da utilizzare un giorno se qualcuno fosse ancor riuscito a costruirsi una casa.
Taluni, infatti, ci riuscirono. Con i pochi denari dell’indennizzo, l’aggiunta degli ultimi risparmi che restavano, la solidarietà dei vicini e tanta fatica, alcuni si ricostruirono una casa. Più in alto sopra il limite del lago chiamandola con lo stesso nome di quella che aveva perduto. Altri lasciarono la valle mentre le vecchie dimore affogavano nel lago che cresceva sempre più.
Ogni giorno andava sott’acqua un pezzo di storia, i ricordi di chi lì era cresciuto. Prima l’acqua prese ad allagare l’aia e le stalle. Costruzioni piccole o grandi, pertinenti alla casa. Poi con lentezza ma incrollabile costanza, quel subdolo invasore salì ai primi piani dove stavano le cucine, le camere nelle quali erano nati, le stanze dove tenevano le conserve e le scorte. Senza rispetto alcuno entrava dalle porte passava dalle finestre. Poi fu la volta del fienile, la cascina che stava nel sottotetto. Per ultimi andarono sott'acqua i fumaioli, solo perché stavano più in alto. Ancora qualche mese prima si vedevano da lontano far fumo. Sembravano invitare chi l’avesse veduto a fermarsi. Avrebbe trovato tepore e gente che lo accoglievano.
La casa detta Gaioni fu tra le ultime a essere sommersa. Prima che il lago la inghiottisse, stava in mezzo a campi di grano tra la sponda destra dell’Orba e la collina che prende a salire sino a Cà di Sprescia. Ora invece restava affondata nell’area più a monte del lago. Tuttavia proprio per quella zona di periferia ogni tanto gli capitava di ricomparire. Quando il livello del lago scendeva per motivi diversi, le mura riemergevano temporaneamente per andare di nuovo sotto quando il livello tornava a salire. Andò pressappoco così per oltre dieci anni. Poi un martedì, nel primo pomeriggio del 13 agosto 1935, quando per l’intera valle si scatenò un temporale tanto intenso e violento, come nessuno aveva mai visto, le acque presero a ritirarsi rapidamente. Di colpo. Un po’, come racconta la Bibbia, avevano fatto le acque del mar Rosso per far si che gli ebrei si mettessero in salvo. Era crollata la diga! La diga secondaria di Bric Zerbino. Morte e distruzione giù per la valle. Per l’arroganza dell’O.E.G. solo offesa e umiliazione, mentre alla povera gente restavano il lutto e il dolore.
La casa Gaioni, invece tornava a rivedere il sole. Vivere la notte e la mattina. Delle stagioni sentire voci e profumi.
Non passarono troppi anni. Così venne il tempo che gli antichi proprietari si riappropriarono del loro patrimonio perduto. Casa Gaioni aveva ancora i muri in piedi e ben formati. Erano caduti i solai, erano cadute le travi del tetto ma i muri spessi e di pietra fatti da mani sapienti, restarono in piedi. Le tegole! Le tegole erano state recuperate e ora tornavano a servire. Trovare dei bravi muratori non era difficile. Panatté, Cumin, Giuan erano disponibili. Per il legname da far travi, bastava andare nel bosco. Di sabbia, le acque del lago ritirandosi ne avevano lasciato a volontà e pietre di fiume altrettante. Poi, un po’ per solidarietà, un po’ per dovere di famiglia di manovali non ne mancò proprio. Tanto che in breve Casa Gaioni riprese le antiche sembianze. Fecero più in fretta gli uomini a ricostruirla che il lago a demolirla. Anzi con il suo nuovo colore giallino, a pochi passi dal fiume sembrava una primula a primavera. Adesso in mezzo ad un prato verde.
Non saprei dire se in principio tornò a essere la stessa casa contadina che emergeva in mezzo ai campi di grano. Oggi è una casa delle vacanze, con un fascino tutto suo, una storia unica. Messa a due passi dal fiume con il bosco alle spalle e in mezzo ad un lago diventato ora color del prato. All’ombra della grande pianta, nei giorni della calura, magari non si beve più vino rosso, ma piuttosto coca cola e schweppes con ghiaccio. Le forme di casa Gaioni sono tornate quelle di un tempo, come una bella signora che sembra non voler invecchiare mai.
L’arroganza e il potere del denaro sono andati altrove, ma ovunque si fermeranno torneranno a far danni.
Foto: Casa Gaioni Foto: Michelangelo Pesce