31/05/2026
𝐌𝐨𝐝𝐢𝐜𝐚 𝐀𝐥𝐭𝐚: 𝐚𝐩𝐩𝐮𝐧𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐛𝐚𝐬𝐬𝐨
Negli ultimi cinque o sei anni, a Modica Alta si sono sviluppati gruppi, associazioni e percorsi collettivi che hanno cercato di affrontare le criticità del quartiere attraverso analisi, proposte, incontri e consultazioni informali.
Tuttavia, al di là della vitalità di questi momenti, i risultati concreti sul piano delle trasformazioni reali sono rimasti pressoché assenti. Il dialogo con le amministrazioni locali, spesso perseguito come via privilegiata, non ha prodotto cambiamenti sostanziali. Nella migliore delle ipotesi, si è assistito a interventi parziali, correttivi minimi, o a una funzione di contenimento delle criticità già prodotte.
In questo quadro, emerge una domanda preliminare: cosa significa davvero “migliorare la qualità della vita” in un quartiere, in una città?
La risposta non è univoca. Ogni individuo, ogni gruppo sociale, porta con sé desideri, bisogni e visioni differenti. Tuttavia, ignorare la dimensione materiale e sociale di queste differenze significa nascondere una delle chiavi fondamentali della questione: la posizione di classe.
All’interno dei processi partecipativi, prima o poi emergono interessi divergenti. Da un lato chi ha investito nel patrimonio immobiliare, immaginando un centro storico valorizzato secondo canoni estetici e turistici — una sorta di “bijou à la suisse”, ordinato, decorato, vetrinizzato. Dall’altro chi vive il quartiere nella precarietà quotidiana, spesso senza reddito stabile, in una condizione di dipendenza e sopravvivenza.In particolare non si è mai cercato un dialogo con le persone provenienti dai paesi del Nord-Africa che vivono una seconda discriminazione di cittadini di serie C.
Non si tratta di opporre meccanicamente questi interessi, ma di riconoscere che entrambi esistono e devono essere ascoltati. Tuttavia, ogni progetto di trasformazione che ignori queste tensioni è destinato a produrre esclusione.
Negli ultimi decenni il termine “riqualificazione” è diventato centrale nel lessico urbano. Una parola apparentemente neutra, ma profondamente ambigua. Troppo spesso, in Sicilia come altrove, essa ha significato processi di trasformazione che hanno progressivamente svuotato i centri storici della loro complessità sociale, culturale e umana, trasformandoli in spazi estetizzati, turistici, assimilabili a scenografie: città ridotte a Disneyland. Ricordo un piccolo scritto di Raoul Vanegeim , tra i fondatori in vita dell’Internazionale Situazione, dal titolo "Lo Stato non è più nulla, spetta a noi essere tutto”. In questo senso, la crisi non è semplicemente il risultato di cattive amministrazioni o di insufficiente volontà politica. Essa appare piuttosto come una crisi strutturale, interna al modello economico e sociale dominante, fondato sulla produzione del valore e sulla sua accumulazione.
Di fronte a questo scenario, rivolgersi esclusivamente alle istituzioni come agenti di cambiamento risulta insufficiente. Le amministrazioni possono, nei casi migliori, accompagnare o mitigare alcuni effetti, ma raramente incidono sulla sostanza delle trasformazioni.
Le esperienze che invece hanno generato fiducia e coesione reale sono nate altrove: dal basso, in forma autonoma e spontanea. Le coperte delle mamme di Modica, le cene di quartiere, le feste di strada, le grigliate collettive non sono semplici momenti conviviali, ma forme embrionali di organizzazione sociale. In questi spazi si produce conoscenza reciproca, si ricostruisce legame, si attiva una capacità minima di auto-organizzazione.
È in queste pratiche che si intravede una possibilità diversa: non la delega, ma la costruzione diretta di relazioni e forme di vita comuni. Una sorta di territori temporaneamente autonomi, o — per usare un linguaggio più radicale — la produzione di situazioni.
Guy Debord e l’Internazionale Situazionista hanno definito la “situazione” come un momento costruito di esperienza vissuta, capace di interrompere la passività della vita quotidiana e la sua riduzione a consumo. Contro la società dello spettacolo, la situazione rappresenta un tentativo di restituire all’esistenza la sua immediatezza, sottraendola alla mediazione continua delle merci, delle immagini e delle rappresentazioni.
È in questa direzione che si può leggere anche l’esperienza dei piccoli gesti collettivi: non come folklore o spontaneità residuale, ma come embrioni di una possibile riappropriazione del quotidiano.
In un non-luogo, fine maggio 2026
Alberto Sipione