13/06/2026
Tre anni ci lasciava Silvio Berlusconi, e ancora oggi c’è chi festeggia, chi insulta, chi riduce una figura complessa a una caricatura da social. È curioso: i detrattori più feroci sembrano incapaci di accettare che, piaccia o no, Berlusconi abbia segnato un’epoca.
Preferiscono rifugiarsi nella semplificazione, nel sarcasmo facile, nella memoria selettiva che cancella tutto ciò che non combacia con il loro pregiudizio.
E poi c’è il capitolo Putin: un rapporto personale e politico che i suoi critici brandiscono come una clava, senza mai provare a contestualizzare, senza distinguere tra diplomazia, amicizia, strategia o ingenuità. Per loro è tutto bianco o nero, tutto condanna o assoluzione. Ma la storia, quella vera, non funziona così.
C’è quasi un gusto morboso nel continuare a colpirlo, come se la sua assenza non bastasse, come se servisse un’ultima rivincita simbolica. Ma in realtà è il contrario: questa ossessione dice molto più di loro che di lui. Perché chi davvero lascia il segno continua a far discutere, mentre chi non ha costruito nulla si limita a demolire.
A tre anni dalla sua scomparsa, Berlusconi divide ancora. I suoi detrattori pure. La differenza è che lui, nel bene e nel male, qualcosa l’ha lasciata. Loro, invece, continuano a vivere di riflesso, aggrappati a un nemico che non c’è più.