06/01/2026
Volevo solo tornare a casa e mangiarmi un maritozzo alla panna, ma quella corsa a tassametro spento mi ha insegnato più di trent'anni passati nel traffico del Grande Raccordo Anulare.
Erano le 2:30 del mattino.
L'ultimo venerdì di dicembre, a ridosso di Capodanno.
Roma era umida, quel freddo che ti entra nelle ossa tipico delle notti vicino al Tevere.
Ero distrutto. Il mio turno era stato un inferno. Avevo caricato di tutto: turisti americani ubriachi a Trastevere che cantavano a squarciagola, coppie che litigavano furiosamente sul sedile posteriore, e gente che andava di fretta anche alle due di notte.
Stavo per spegnere l'applicazione e puntare il muso della mia auto verso casa, sognando il letto, quando il tablet ha suonato. Una chiamata. Quartiere Prati. Una zona elegante, bei palazzi, gente bene. Ho sbuffato. Dai Marco, mi sono detto, fai quest'ultima e poi chiudi. Natale è passato, ma le bollette arrivano lo stesso.
Quando sono arrivato in quel viale alberato, c'era un silenzio irreale. I palazzi umbertini dormivano, imponenti e severi. Ho aspettato cinque minuti. Poi dieci. Stavo quasi per suonare il clacson – noi tassisti romani non abbiamo molta pazienza, si sa – quando il portone pesante di un palazzo si è aperto.
Non era il solito uomo d'affari in ritardo. Era una signora anziana, piccolina, fragile come un grissino. Avrà avuto ottantacinque anni. Indossava un cappotto di lana che doveva essere molto elegante negli anni '60 e un cappellino di feltro. In mano non aveva un trolley moderno, ma una di quelle valigie di cuoio vecchie, consumate dal tempo.
Sono sceso subito – mia madre mi ha insegnato che il rispetto per gli anziani viene prima di tutto – e le ho preso la valigia. Era leggera come una piuma. «Buonasera, Signora», le ho detto, cercando di addolcire la mia voce roca.
«Grazie per avermi aspettato, giovanotto», ha risposto lei. La sua voce era sottile, elegante.
Si è seduta dietro. Ho messo in moto. «Dove la porto, Signora?»
Non mi ha risposto subito. Mi ha guardato dallo specchietto retrovisore, con due occhi lucidi che sembravano aver visto troppe cose. «Ha fretta?»
«Beh, a dire il vero stavo per staccare», ho ammesso. A Roma siamo diretti.
«Le pago il tempo, non si preoccupi», ha sussurrato. «Potrebbe... potrebbe farmi fare un giro per la città? Un'ultima volta?»
Il mio dito è rimasto sospeso sopra il tassametro. Ero stanco morto. Ma c'era qualcosa in lei, una dignità triste, che mi ha bloccato. Ho premuto il pulsante. Il tassametro è partito.
«Va bene», ho detto. «Da dove cominciamo?»
Abbiamo guidato per quasi due ore. Roma di notte è un'altra città. Non c'è il caos, non ci sono i clacson. È magica. Mi ha chiesto di portarla al Gianicolo. Ha voluto che rallentassi davanti al fontanone. Guardava giù, verso le cupole e i tetti della città illuminati di arancione.
«Lì», ha sussurrato indicando un punto indistinto verso il centro, «lì ho dato il primo bacio a mio marito. Era un pomeriggio di primavera del 1953.»
Poi siamo scesi verso il Lungotevere. L'acqua scorreva nera e silenziosa. Siamo passati davanti a Castel Sant'Angelo. Lei ha abbassato il finestrino, nonostante l'aria gelida. Ha respirato a fondo l'aria di Roma, quell'odore misto di pini, storia e umidità.
«Venivamo qui a mangiare il gelato la domenica», raccontava, parlando più a se stessa che a me. «Quando i bambini erano ancora piccoli. Ridevano tanto.»
«E ora dove sono i figli?» ho chiesto delicatamente.
«Lontano», ha risposto con un sorriso amaro. «Uno a Milano, l'altra a Londra. Lavorano tanto, sa. Sono persone importanti. Non hanno tempo per scendere.»
Il tassametro segnava ormai più di 150 euro. Abbiamo fatto il giro del Colosseo, maestoso e deserto. Lei lo guardava come si guarda un vecchio amico che non vedrai più. Stava salutando i suoi ricordi, angolo per angolo.
Verso le 4:30, quando il cielo cominciava a schiarirsi, lei ha sospirato.
«Sono stanca adesso», ha detto improvvisamente. «Mi porti a destinazione, per favore.»
Mi ha dato un indirizzo in una zona tranquilla, sulla Cassia. Conoscevo quel posto. Non era un albergo. Non era una casa di riposo normale. Era l'Hospice "Villa del Sole d'Inverno". Una struttura per le cure palliative. Il capolinea.
Mi si è gelato il sangue. L'ho guardata nello specchietto. Sedeva composta, fiera. Non stava tornando a casa per le feste. Aveva lasciato la sua casa, forse venduto tutto, per ve**re a morire qui. Da sola. Un venerdì notte qualunque.
Ho ingoiato il nodo che avevo in gola e ho imboccato il vialetto della clinica. Due infermieri sono usciti subito, come se la stessero aspettando. Hanno portato una sedia a rotelle.
Sono sceso per aprirle la portiera. Sembrava ancora più piccola di prima. Ha aperto la borsetta con le mani che tremavano leggermente.
«Quanto le devo, figliolo?»
Ho guardato il tassametro. 165,00 euro. Era l'incasso della serata. Ci pagavo la spesa, la rata della macchina. E poi ho pensato ai suoi figli "importanti" a Milano e Londra. Ho pensato alla sua casa vuota ai Prati. Ho pensato che quella era forse l'ultima volta che vedeva la Cupola di San Pietro.
Senza pensarci due volte, ho allungato la mano e ho spento tutto. Il display è diventato nero.
«Quanto?» ha chiesto di nuovo.
«Niente», ho detto.
«Ma... il tassametro girava. Lei deve vivere, è il suo lavoro.»
Le ho preso la mano, fredda come il marmo ma morbida. «Ci sono cose più importanti dei soldi, Signora. Questa corsa la offre la ditta. È stato un onore farle da guida nella nostra Roma.»
Mi ha fissato. Per un attimo ho pensato che volesse insistere. Ma poi i suoi occhi si sono riempiti di lacrime. Mi ha tirato verso di lei e mi ha abbracciato forte. Profumava di talco e di ricordi.
«Grazie», mi ha sussurrato all'orecchio. «Hai regalato a una vecchia signora un addio felice.»
L'ho stretta un attimo, poi l'ho aiutata a sedersi sulla sedia a rotelle. Gli infermieri mi hanno fatto un cenno e l'hanno portata dentro. Le porte a vetro si sono chiuse alle sue spalle.
Sono rimasto lì per un po', nel silenzio dell'alba romana. Sono risalito in macchina. Non ho riacceso l'app. Ho guidato verso casa, piano, costeggiando il Tevere.
Corriamo tutta la vita dietro ai soldi, al successo. Corriamo come pazzi sul raccordo anulare, sempre in ritardo, sempre arrabbiati. Crediamo di essere eterni, come questa città. Ma quella mattina ho capito una cosa.
Alla fine, quello che conta davvero non è il conto in banca. È chi ti tiene la mano quando si fa buio. E a volte, se sei sfortunato e la vita ti ha lasciato solo, può bastare anche un tassista stanco che si ferma ad ascoltare.
Non ho più rivisto quella signora. Ma quei 165 euro che non ho incassato? Sono stati il miglior guadagno della mia vita.
Un tassista dolcissimo.
🌸 Daniele Testa
Photo by © Alessandro Saffo 2025