Il filo di Arianna

Il filo di Arianna Questa è una pagina di aforismi e altro... la vita è un miracolo, teniamolo sempre a mente ♥
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Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa.🌼 Alex Zana...
02/05/2026

Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa.

🌼 Alex Zanardi

Foto Getty Images

"Alcune ferite comunque restano.Ma arriverà il momento in cui riuscirai a guardarle senza che il loro ricordo le riapra....
23/02/2026

"Alcune ferite comunque restano.
Ma arriverà il momento in cui riuscirai a guardarle senza che il loro ricordo le riapra.
Non perché non faranno male, ma perché ricorderai che tu non abiti più lì."

🌸 Diletta Giaqiinto

Questa non è solo una notizia.È una vergogna collettiva.Due genitori morti suicidi.Perché non hanno retto il peso.E into...
26/01/2026

Questa non è solo una notizia.
È una vergogna collettiva.
Due genitori morti suicidi.
Perché non hanno retto il peso.
E intorno non il silenzio, non il rispetto, non la pietà.
Ma l’odio.
Un odio feroce, vomitato sui social come se il dolore fosse un bersaglio legittimo.
C’è qualcosa di profondamente disumano nel colpire chi è già a terra.
Nel prendere una tragedia e trasformarla in un processo pubblico.
Nel pensare che il dolore altrui sia discutibile, giudicabile, insultabile.
Le parole non sono innocue.
Non lo sono mai state.
Entrano, scavano, si incastrano nella mente di chi non ha più difese.
E quando una persona è già spezzata, anche una sola frase può diventare un macigno.
Chi scrive certi messaggi non è uno spettatore.
È parte della violenza.
È una mano in più che spinge verso il vuoto.
È un colpo inferto senza guardare negli occhi.
Questa non è libertà di parola.
È linciaggio morale.
È vigliaccheria protetta da uno schermo.
È l’assenza totale di responsabilità.
Perché ci vuole poco a scrivere un insulto.
Ma ci vuole umanità per fermarsi.
Ci vuole coscienza per dire: qui il dolore è troppo grande per aggiungere altro male.
E invece no.
Si colpisce.
Si infierisce.
Si affonda il coltello dove la ferita è ancora aperta.
Questa storia non parla solo di una famiglia distrutta.
Parla di una società che ha smarrito il senso del limite.
Che non distingue più tra giustizia e crudeltà.
Che non riconosce più il confine sacro del dolore umano.
E finché continueremo a dire “sono solo parole”, continueremo a seppellire persone vive.
Perché quando l’odio diventa normale e la pietà scompare, non muore solo chi cade.
Muore qualcosa di molto più grande.
Muore ciò che ci rende umani.

🌸 Paolo Lo Iacono

– Sono stata per anni insieme a un uomo che non mi meritava, che non mi rispettava, che mi umiliava.– Perché non l’hai l...
21/01/2026

– Sono stata per anni insieme a un uomo che non mi meritava, che non mi rispettava, che mi umiliava.
– Perché non l’hai lasciato subito?
– Perché mi ha messo una benda sugli occhi e mi ha fatto perdere l’orientamento.
Non trovavo più il luogo in cui tenevo la mia rabbia, in cui conservavo il mio valore.

🌸 Fabrizio Caramagna

- 18 gennaio 2017- 18 gennaio 2026Per non dimenticare ❤
18/01/2026

- 18 gennaio 2017
- 18 gennaio 2026
Per non dimenticare ❤

«Il segreto è molto semplice», disse il Piccolo Principe, sedendosi accanto alla sua rosa sotto il cielo stellato. «Gli ...
13/01/2026

«Il segreto è molto semplice», disse il Piccolo Principe, sedendosi accanto alla sua rosa sotto il cielo stellato. «Gli uomini coltivano migliaia di rose nello stesso giardino e non trovano quello che cercano. Eppure, quello che cercano potrebbero trovarlo in una sola rosa.»
La rosa scosse i suoi petali con un fruscio silenzioso. «È perché guardano solo le mie spine o il colore dei miei petali?», chiese con un filo di voce.
«Guardano solo ciò che appare», rispose lui dolcemente. «Ma la tua bellezza non è nel rosso della tua corolla. È nel tempo che ti ho dedicato, nella cura che ogni istante ho per te. La tua bellezza interiore è il legame che ci unisce, è l'amore che hai accettato di condividere con me.»
La rosa restò in silenzio per un istante che sembrò infinito. «Allora sono bella anche quando chiudo i petali per la notte?»
«Soprattutto allora», sorrise il Piccolo Principe. «Perché la tua luce non viene dal sole, ma dal cuore. E il cuore, lo sai, non ha bisogno di luce per brillare e per riconoscere ciò che è essenziale.»

🌸 ( Agostino Degas)
Omaggio ad Antoine De Saint Exupery ed al Piccolo Principe

Volevo solo tornare a casa e mangiarmi un maritozzo alla panna, ma quella corsa a tassametro spento mi ha insegnato più ...
06/01/2026

Volevo solo tornare a casa e mangiarmi un maritozzo alla panna, ma quella corsa a tassametro spento mi ha insegnato più di trent'anni passati nel traffico del Grande Raccordo Anulare.
Erano le 2:30 del mattino.
L'ultimo venerdì di dicembre, a ridosso di Capodanno.
Roma era umida, quel freddo che ti entra nelle ossa tipico delle notti vicino al Tevere.
Ero distrutto. Il mio turno era stato un inferno. Avevo caricato di tutto: turisti americani ubriachi a Trastevere che cantavano a squarciagola, coppie che litigavano furiosamente sul sedile posteriore, e gente che andava di fretta anche alle due di notte.
Stavo per spegnere l'applicazione e puntare il muso della mia auto verso casa, sognando il letto, quando il tablet ha suonato. Una chiamata. Quartiere Prati. Una zona elegante, bei palazzi, gente bene. Ho sbuffato. Dai Marco, mi sono detto, fai quest'ultima e poi chiudi. Natale è passato, ma le bollette arrivano lo stesso.
Quando sono arrivato in quel viale alberato, c'era un silenzio irreale. I palazzi umbertini dormivano, imponenti e severi. Ho aspettato cinque minuti. Poi dieci. Stavo quasi per suonare il clacson – noi tassisti romani non abbiamo molta pazienza, si sa – quando il portone pesante di un palazzo si è aperto.
Non era il solito uomo d'affari in ritardo. Era una signora anziana, piccolina, fragile come un grissino. Avrà avuto ottantacinque anni. Indossava un cappotto di lana che doveva essere molto elegante negli anni '60 e un cappellino di feltro. In mano non aveva un trolley moderno, ma una di quelle valigie di cuoio vecchie, consumate dal tempo.
Sono sceso subito – mia madre mi ha insegnato che il rispetto per gli anziani viene prima di tutto – e le ho preso la valigia. Era leggera come una piuma. «Buonasera, Signora», le ho detto, cercando di addolcire la mia voce roca.
«Grazie per avermi aspettato, giovanotto», ha risposto lei. La sua voce era sottile, elegante.
Si è seduta dietro. Ho messo in moto. «Dove la porto, Signora?»
Non mi ha risposto subito. Mi ha guardato dallo specchietto retrovisore, con due occhi lucidi che sembravano aver visto troppe cose. «Ha fretta?»
«Beh, a dire il vero stavo per staccare», ho ammesso. A Roma siamo diretti.
«Le pago il tempo, non si preoccupi», ha sussurrato. «Potrebbe... potrebbe farmi fare un giro per la città? Un'ultima volta?»
Il mio dito è rimasto sospeso sopra il tassametro. Ero stanco morto. Ma c'era qualcosa in lei, una dignità triste, che mi ha bloccato. Ho premuto il pulsante. Il tassametro è partito.
«Va bene», ho detto. «Da dove cominciamo?»
Abbiamo guidato per quasi due ore. Roma di notte è un'altra città. Non c'è il caos, non ci sono i clacson. È magica. Mi ha chiesto di portarla al Gianicolo. Ha voluto che rallentassi davanti al fontanone. Guardava giù, verso le cupole e i tetti della città illuminati di arancione.
«Lì», ha sussurrato indicando un punto indistinto verso il centro, «lì ho dato il primo bacio a mio marito. Era un pomeriggio di primavera del 1953.»
Poi siamo scesi verso il Lungotevere. L'acqua scorreva nera e silenziosa. Siamo passati davanti a Castel Sant'Angelo. Lei ha abbassato il finestrino, nonostante l'aria gelida. Ha respirato a fondo l'aria di Roma, quell'odore misto di pini, storia e umidità.
«Venivamo qui a mangiare il gelato la domenica», raccontava, parlando più a se stessa che a me. «Quando i bambini erano ancora piccoli. Ridevano tanto.»
«E ora dove sono i figli?» ho chiesto delicatamente.
«Lontano», ha risposto con un sorriso amaro. «Uno a Milano, l'altra a Londra. Lavorano tanto, sa. Sono persone importanti. Non hanno tempo per scendere.»
Il tassametro segnava ormai più di 150 euro. Abbiamo fatto il giro del Colosseo, maestoso e deserto. Lei lo guardava come si guarda un vecchio amico che non vedrai più. Stava salutando i suoi ricordi, angolo per angolo.
Verso le 4:30, quando il cielo cominciava a schiarirsi, lei ha sospirato.
«Sono stanca adesso», ha detto improvvisamente. «Mi porti a destinazione, per favore.»
Mi ha dato un indirizzo in una zona tranquilla, sulla Cassia. Conoscevo quel posto. Non era un albergo. Non era una casa di riposo normale. Era l'Hospice "Villa del Sole d'Inverno". Una struttura per le cure palliative. Il capolinea.
Mi si è gelato il sangue. L'ho guardata nello specchietto. Sedeva composta, fiera. Non stava tornando a casa per le feste. Aveva lasciato la sua casa, forse venduto tutto, per ve**re a morire qui. Da sola. Un venerdì notte qualunque.
Ho ingoiato il nodo che avevo in gola e ho imboccato il vialetto della clinica. Due infermieri sono usciti subito, come se la stessero aspettando. Hanno portato una sedia a rotelle.
Sono sceso per aprirle la portiera. Sembrava ancora più piccola di prima. Ha aperto la borsetta con le mani che tremavano leggermente.
«Quanto le devo, figliolo?»
Ho guardato il tassametro. 165,00 euro. Era l'incasso della serata. Ci pagavo la spesa, la rata della macchina. E poi ho pensato ai suoi figli "importanti" a Milano e Londra. Ho pensato alla sua casa vuota ai Prati. Ho pensato che quella era forse l'ultima volta che vedeva la Cupola di San Pietro.
Senza pensarci due volte, ho allungato la mano e ho spento tutto. Il display è diventato nero.
«Quanto?» ha chiesto di nuovo.
«Niente», ho detto.
«Ma... il tassametro girava. Lei deve vivere, è il suo lavoro.»
Le ho preso la mano, fredda come il marmo ma morbida. «Ci sono cose più importanti dei soldi, Signora. Questa corsa la offre la ditta. È stato un onore farle da guida nella nostra Roma.»
Mi ha fissato. Per un attimo ho pensato che volesse insistere. Ma poi i suoi occhi si sono riempiti di lacrime. Mi ha tirato verso di lei e mi ha abbracciato forte. Profumava di talco e di ricordi.
«Grazie», mi ha sussurrato all'orecchio. «Hai regalato a una vecchia signora un addio felice.»
L'ho stretta un attimo, poi l'ho aiutata a sedersi sulla sedia a rotelle. Gli infermieri mi hanno fatto un cenno e l'hanno portata dentro. Le porte a vetro si sono chiuse alle sue spalle.
Sono rimasto lì per un po', nel silenzio dell'alba romana. Sono risalito in macchina. Non ho riacceso l'app. Ho guidato verso casa, piano, costeggiando il Tevere.
Corriamo tutta la vita dietro ai soldi, al successo. Corriamo come pazzi sul raccordo anulare, sempre in ritardo, sempre arrabbiati. Crediamo di essere eterni, come questa città. Ma quella mattina ho capito una cosa.
Alla fine, quello che conta davvero non è il conto in banca. È chi ti tiene la mano quando si fa buio. E a volte, se sei sfortunato e la vita ti ha lasciato solo, può bastare anche un tassista stanco che si ferma ad ascoltare.
Non ho più rivisto quella signora. Ma quei 165 euro che non ho incassato? Sono stati il miglior guadagno della mia vita.

Un tassista dolcissimo.

🌸 Daniele Testa

Photo by © Alessandro Saffo 2025

C'è chi sceglie di apparire. C'è chi sceglie di essere.A volte l'apparenza sembra prendere il sopravvento sulla sostanza...
05/01/2026

C'è chi sceglie di apparire.
C'è chi sceglie di essere.
A volte l'apparenza sembra prendere il sopravvento sulla sostanza.
Così chi appare sembra felice, disteso, allegro, sereno, indossando la maschera più consona alla situazione.
Chi è non necessita di maschere: si veste delle sue emozioni, della sua fragilità, della sua ingenuità e prova a destreggiarsi nel cammino della vita.
Il bello è che chi indossa la maschera dell'apparenza quasi mai ha il coraggio di levarsela e guardare negli occhi coloro che sono sempre e comunque sostanza.
Sarebbe come guardarsi allo specchio e trovarsi nudi.

🌸 Tratto dal "diario di un viaggiatore solitario"

E se un giorno ti mancherà la mia amicizia, la mia allegria, il mio ridere a lacrime, la mia voce che ti faceva stare be...
03/01/2026

E se un giorno ti mancherà la mia amicizia, la mia allegria, il mio ridere a lacrime, la mia voce che ti faceva stare bene.
Ricorda che niente è scontato, niente è dovuto.
L'affetto va conquistato, poi conservato, protetto e custodito.
Altrimenti, muore!

🌸 C.Nateri

Natale dovrebbe essere un verbo, si dovrebbe praticare più che festeggiare, renderlo attitudine, spingerlo dentro fino a...
24/12/2025

Natale dovrebbe essere un verbo, si dovrebbe praticare più che festeggiare, renderlo attitudine, spingerlo dentro fino a farsi carisma, dovrebbe essere un abito per il cuore, alta moda interiore.
Sii Natale, fai Natale.
Dovremmo imparare a dircelo, perché dovrebbe essere un'azione, il Natale,
non un avvenimento, perché avvenimento vuol dire che ha giorni specifici di arrivo e giorni precisi in cui andarsene, invece un vero Natale non può essere escluso, non può avere assenza giustificata, perché Natale è azione di quotidiano, è movimento odierno, non una festa ma un atteggiamento festoso.
Appartenere alla nascita, è questo il significato, la parola stessa nasce parlando di nascita, Natale è parola che si battezza sola, lui stesso si fa verbo di sé, appartenere alla nascita
vuol dire mantenere dentro noi il senso di vita.
Natale vuol dire praticare la vita e la vita dovrebbe essere praticata continuamente, la ricorrenza del vero Natale è l'istante, festeggia il secondo, brinda l'attimo.
Quindi ogni volta che radunate i vostri amori in primavera, che raggiungete una famiglia, viaggiate un amico, vi presentate di fronte a un aiuto, riportate una pietra dal mare estero, telefonate per sentirvi, apparecchiate per gente, esprimete parole gentili e organizzate un tramonto, ricordatevi in quel momento lì state facendo Natale.

🌸 Gio Evan

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Via Della Vita
Milan

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