10/06/2015
L’atto del guardare è un azione comune a molti. La nostra mente è abituata ad osservare e ragionare attraverso schemi cognitivi predefiniti, in questo senso ogni elemento sembra trovare un suo preciso significato. Le opere di Dario Bettega ci spingono oltre. Un lavoro che nasce dall’estemporaneità di figure nelle figure. “Ciò che creo, dice l’artista, a volte si manifesta in maniera del tutto spontanea, altre volte diventa il continuum di un disegno che si evolve e prende forma piano piano”. Il lavoro di Dario non è un lavoro casuale: la prossimità dei suoi schemi trova una perfetta armonia nel caos di uno stile che sembra avere molto delle forti correnti del comix. L’obbiettivo finale del suo lavoro è forse l’insensatezza di un eterno vivere? La doppiezza umana? Il male e il bene? Chi può dirlo. L’artista non dà colore o quasi, una scelta forse consapevole, forse no, forse il distaccamento emotivo di una forma che rimane pura energia trasformativa.
Dario nasce e cresce a Milano, respirando l’aria e l’atmosfera di uno dei più storici quartieri popolari di Via Solari. La metamorfosi della strada milanese lo rende presto prigioniero di un mondo fatto di linee e di simmetrie imperfette. Qui la sua giovane mente si appassiona allo studio surrealista di Dalì, di De Chirico e di Magritte e di molti altri artisti come il famoso incisore e grafico olandese Escher dai quali prende spunto per iniziare la sua personale e prospettica visione.
Caterina Licata