31/10/2024
"In Islanda ci sono tre ore di luce, ma ti pare? Mica sono una pianta con le foglie verdi e la fotosintesi clorofilliana, ho detto alla Marisa, che vede tutte le differenze nel mondo come un’ingiustizia, anzi ora che mi dici così ci andrei domani, a Reikjiavik; sai quante lucine natalizie? Tu piuttosto che vivi a Pioltello, pane amore e coltello, forse vedi più luce ma hai capannoni, una chiesetta, una pizzeria egiziana, un bar cinese, e quel deprimente mix di anziani arrabbiati e coppie giovani con figli piccoli, che si sono accorti troppo tardi di aver fatto la scelta sbagliata comprando su carta da una cooperativa che promette finiture di lusso. Io vivo a Pioltello perché is the new Sesto san Giovanni - ha detto la Marisa che ieri ha guardato un tutorial sulla pronuncia di South Boston – e poi lì ho riscoperto la dimensione umana; ad Halloween per esempio sai cos’è successo? Cos’è successo, mi sono sentito di doverle domandare, in questa plumbea atmosfera di mezza mattina novembrina in cui si sente, pesante come un’incudine, la mancanza di amicizie vere, il vuoto di non doversi occupare nemmeno di un cane, e l’incubo della telefonata incipiente di uno dei tuoi due genitori che speri di esserti lasciato alle spalle ma che, come tutto il passato, ritornano sempre, e quando meno te lo aspetti, come i vietcong che saltano su da una buca in pieno 1969 mentre cammini nella giungla, a decine di migliaia di km da casa, senza sapere perché sei in quella situazione con una divisa e un’arma, e ti sparano in faccia; e tu pensi, mentre metti una mano inutile sul buco che hai nel petto, che forse hanno anche un po’ ragione. Verso le sette di sera, dopo che ho mangiato la minestrina e prima del gioco dei pacchi, ha detto la Marisa, ho sentito suonare alla porta, che è strano. Ho messo subito mano al coltellino svizzero che tengo in tasca anche nel grembiule di quando lavo i piatti e sono andata a guardare allo spioncino. Chi poteva mai essere, chi poteva aver oltrepassato il portone senza suonare il citofono, e perché a quest’ora? Guardo fuori e vedo niente, poi abbasso lo sguardo e capisco che sono dei bambini, o dei nani, ma più bambini dai movimenti strani. Insomma cose piccole con vestiti molto colorati. Stanno zitti perché tutti i piccoli hanno paura dei grandi, a Pioltello, a meno che non siano i figli di Antonino Nitto detto Rondò. Almeno quindi non sono i figli di Antonino Nitto detto Rondò, mi sono detta, e ho aperto. Avevano gli occhi felici nascosti dietro un trucco spaventoso con finte cicatrici sanguinanti e segni di pennarello in viso. Dolcetto o scherzetto? mi hanno chiesto. E io ho capito che ero fuori copione e non potevo gratificarli nel loro gioco, non potevo fare la nonna buona che tira fuori caramelle e li incoraggia a cercarne altre in giro. Ma so cos’è questa festa, è una cosa sulla paura, sul celebrare la forza dei bambini che imparano a gestire le proprie emozioni, perché io leggo lo sai, mi aggiorno, mi ha detto la Marisa come per giustificare quelle competenze che non sono solo su come collegare manicotti a tubi di acciaio. Lo so che sei una donna di mondo, le ho risposto anche se non ero sicuro di aver detto la cosa giusta. E allora gli ho detto bimbi, siete terrificanti, mi avete fatto una grande paura, siete stati bravi; ora andrò di là a vi porterò qualcosa perché voi non mi facciate uno scherzetto terribile. E loro erano tutti contenti e si parlavano sul mio pianertottolo gelido al neon e senza finestre. Ho accostato la porta d’ingresso senza chiuderla e sono andata in cucina. Mi sono messa una sciarpa nera sulla testa e mi sono cosparsa il viso di sugo di pomodoro preso dal frigo. Ho spento un po’ di luci e ho preso in mano il grosso coltello che uso per tagliare il pane. Intanto, mentre dicevo “arrivo subito”, mi sono avvolta in un plaid grigio scuro e poi ho lentamente riaperto la porta, uscendo dal buio e facendo uscire la mia figura piano piano verso i loro sguardi. Loro si sono ammutoliti, tutti dritti come dei fiammiferi, aspettando il momento giusto per arraffare due cioccolatini e andarsene. I dolci sono di là, nella stanza dove c’è il forno, ho detto loro con una voce molto bassa e roca. Indicavo una zona lontana dietro di me con la lama luccicante del coltello. Venite, venite a prenderli, seguitemi, venite... bambini. Loro sono rimasti fermi come pali della luce e io mi sono di nuovo avvicinata a loro. Non avrete mica paura di una vecchia strega… ho detto. Di là è pieno di biscottini caldi appena sfornati, sono buoni... Il più coraggioso dei quattro ha fatto un passo indietro e gli altri allora ne hanno fatti tre. Io ho fatto una risatina stridula mentre mi chiudevo nelle spalle con una faccia arcigna e ho detto hi hi hi, non mi fate nemmeno uno scherzetto? Che delusione... allora ci vediamo in giro, bambini. Ci vediamo in giro quando fa buio. E poi ho chiuso la porta e li ho guardati scappare."
Tratto da STORIE DA BAR, in attesa di pubblicazione.
Per gentile concessione di Andrea Malaguti, Direttore de La Stampa, e Francesca Sforza Direttrice di Specchio.
Buon Halloween