06/05/2026
Ieri era un anno dalla morte di Ayla, a seguire nel carosello altre perdite mie o di persone a me care, molte altre sono solo nomi come Luna, Carola, Bacco, Nocciolino, Darty, Harley, Nevada, Bimba, Olivia, Thor, Cleo, Billy, Wendy e molti altri.
Un po' per quello che facciamo, un po' perché se qualcuno fa parte del "nostro" pubblico di base ha probabilmente una sensibilità maggiore nei confronti degli animali non umani mi trovo costantemente a contatto con la sofferenza dovuta alla perdita.
E non posso non pensare quanto ipocrita e sbagliato sia il modo in cui la società cerchi di nascondere questo aspetto dell'esistenza. Avrà già perso l'80% del rating di questo post perché non ho voglia di scrivere con i numerini la parola "morte" o perché l'IA dell'algoritmo riconoscerà le immagini e automaticamente le shadowbannera.
E lo stesso principio per il quale la sofferenza animale, la questione del veganesimo etc. fatica ANCORA a prendere piede (anche tra le persone di cui sopra, ma questo è un altro argomento parlo di cui ho già parlato e parlerò ancora): perché la sofferenza e la morte sono posti a tale distanza da noi da diventare quasi solo un concetto una parola.
Io in quella morte (niente sto post lo affossiamo) ci metto le mani, in ogni sua fase triste, decadente e ad un certo punto persino disgustosa. Per forza di cose vedo, ascolto e percepisco sofferenza e perdita.
E continuo a pensare che sia terribile, si ma "bella" non mi stancherò mai di ripeterlo.
Sono nato in una religione di pazzi che si faceva sedurre dall'idea di vivere per sempre, come se fosse quella la soluzione.
Nah, non è quella.
La soluzione è amare con ogni stilla di energia possibile, con ogni fibra del proprio animo nel modo più ampio e "inclusivo" possibile non nascondendo la morte ma nutrendosene come fa una pianta per ricominciare il ciclo.
Fa male? Boh si, non lo so bene, la cotenna del cinghiale è spessa... ma per quanto male faccia per me... è il senso della vita stessa.
Il dolore delle persone che si rivolge a me, diventa un po' mio. Spero che una po' della mia serena accettazione diventi anche loro.
Anche questo è Debitum Naturae