01/09/2026
Siamo circondati dall’idea di perfezione.
Il risultato migliore.
La prestazione migliore.
La versione migliore di noi stessi.
Come se tutto dovesse essere eccellente per avere valore.
Noi, invece, abbiamo qualche dubbio.
Perché basta guardarsi intorno per scoprire che la perfezione non è poi così interessante.
Prendiamo un ulivo.
È storto.
Ha il tronco contorto.
La corteccia è ruvida, segnata dal tempo.
Non cresce secondo una linea precisa.
Eppure è meraviglioso.
La natura non sembra avere bisogno di essere perfetta per essere straordinaria.
E nemmeno l’arte.
Quante opere che oggi consideriamo capolavori sono nate da intuizioni, errori, ripensamenti, stranezze e imperfezioni?
La Gioconda non ci affascina perché è perfetta.
La Pietà non ci emoziona perché rispetta un manuale.
Ci emozionano perché dentro quelle opere c’è qualcosa che va oltre la perfezione tecnica.
C’è una visione.
C’è un’umanità.
C’è qualcosa di irripetibile.
E allora forse dovremmo smettere di chiederci continuamente:
Come posso fare meglio?
E iniziare, ogni tanto, a chiederci:
Cosa posso fare di mio?
Perché non tutto deve essere eccellente.
Non tutto deve essere impeccabile.
Non tutto deve diventare una performance.
Noi crediamo nell’imperfezione.
Perché è lì che spesso comincia qualcosa che non avevamo previsto.
E, soprattutto, qualcosa che nessun algoritmo avrebbe saputo progettare.