21/01/2021
REWILD è accesa. L’installazione è visibile dalle vetrine.
Douglas Coupland, scrittore e artista canadese, disse anni fa che “we're rapidly approaching a world comprised entirely of jail and shopping”.
La prigione del giorno è causata da una pandemia di cui si ignora e si ignorerà a lungo la genesi.
Eppure, al di là delle digressioni pindariche e degli arabeschi complottistici, sembrerebbe esserci una certa convergenza di opinioni nell’additare come causa di quello che stiamo vivendo (magari non unica, magari non primaria, eppur sempre causa), l’incontrollato sfruttare e spogliare nostra madre natura della sua intrinseca armonia.
REWILD, che è un ciclo di installazioni che ha la speranza di fornire uno spazio alle voci nostrane che considerano una emergenza lo stato attuale delle cose, nasce anch’essa in prigione (e no, non ha l’ambizione di vendere, nel caso ve lo siate chiesti).
Tuttavia la sua prigione color rosso zona (declinazione del cremisi sangue), è perforata: ulcere lasciano intravedere quello che la prigione contiene.
Passaste per via Maroncelli a Milano, ve ne rendereste conto: la galleria è chiusa, come molto altro delle nostre vite attuali, ma la riflessione aperta.
Dalle fessure delle vetrine su strada potreste intravedere un dardo equilibrista, delle diatomee sintetiche, l’assenza di vita vegetale.
Avreste l’occasione di osservare, a piacimento, dei condannati, dal punto di vista privilegiato della vostra cella.
E nel caso, nello specchiarvi, vedeste voi stessi, parliamone, discutiamone, ché ancora, sembrerebbe, c’è uno filo sottile di speranza.
O abbassate lo sguardo e proseguite con l’acquisto.