09/05/2026
L'orgoglio Romano perso per sempre o sopito nel cuore degli italiani?
Dov'è oggi la grandezza della nostra nazione che in passato fu la padrona del mondo?
IL GIORNO CHE UN GIOVANE ROMANO UMILIÒ IL CAMPIONE DEI GALLI SUL PONTE DELL'ANIENE
Nel trecentosessantunesimo anno dalla fondazione di Roma, le legioni del dittatore Tito Quinzio Peno Capitolino si trovarono a fronteggiare un esercito gallico accampato lungo la via Salaria, al terzo miglio da Roma, al di là del ponte sull'Aniene. Le due armate si fronteggiavano da rive opposte del fiume, nessuna delle due disposta a distruggere il ponte — poiché farlo avrebbe significato rivelare apertamente la propria paura. Scaramucce continue si accendevano per il controllo del passaggio, senza che alcun esito decisivo si delineasse, e l'incertezza delle forze in campo rendeva ogni scontro uno specchio rotto di gloria incompiuta.
Fu allora che dal fronte gallico si avanzò una figura di statura eccezionale, un guerriero di mole sovrumana. Percorse il ponte vuoto fino al centro, si fece quanto più poteva grande nella voce e lanciò la sua sfida: quale uomo, tra tutti quanti Roma possedeva, fosse il più valoroso, si facesse avanti per un duello singolo, affinché l'esito di due soli combattenti dichiarasse quale popolo fosse superiore in guerra. Lungo silenzio scese tra i primari giovani romani. Nessuno voleva mostrarsi vile rifiutando il cimento, ma nessuno desiderava cercare per sé quella porzione singolare di pericolo. La sfida galleggiava sull'aria come un insulto collettivo, senza trovare risposta.
A spezzare quel silenzio gravido si alzò Tito Manlio, figlio di Lucio, lo stesso giovane che aveva difeso il proprio padre dalle accuse dei tribuni della plebe con un audace atto di pietas filiale, e che per questo era già noto al popolo romano . Si presentò al dittatore e disse, con parole precise tramandateci da Tito Livio, che mai avrebbe combattuto fuori dalle file senza il suo comando, neppure se avesse visto davanti a sé la vittoria certa; ma se il dittatore lo permetteva, voleva mostrare a quella bestia — così la chiamò — che si pavoneggiava davanti ai segni nemici, da quale stirpe discendesse: quella che aveva precipitato le schiere dei Galli dalla rupe Tarpea. Il dittatore lo benedisse con parole solenni: «Macte virtute ac pietate in patrem patriamque, T. Manli, esto» — sii onorato per il tuo valore e per la tua devozione al padre e alla patria — e lo esortò a mantenere invitto il nome romano, con l'aiuto degli dèi.
I compagni di età equipaggiarono Manlio per il combattimento a piedi: uno scudo da fanteria, una spada di tipo ispanico, adatta alla mischia ravvicinata. E qui Livio indugia su un dettaglio che ritenne degno di memoria: il gallo avanzava verso lo scontro protrudendo la lingua in segno di scherno. I due combattenti furono lasciati soli al centro, tra le due armate, come in uno spettacolo — uno spettacolo di guerra più che un duello regolamentato. Il contrasto era stridente a vedersi: il gallico troneggiava con la sua corporatura eccezionale, splendente di una veste variopinta e di armi ornate di pitture e oro sbalzato; il romano aveva la statura normale di un soldato, una presenza modesta nelle armi, più pratiche che decorative. Nessun canto, nessun salto ostentato, nessun agitare vano delle armi — soltanto un petto colmo di ardore interiore e di collera silenziosa, ogni ferocia raccolta e conservata per il momento decisivo del combattimento.
Quando i due si fronteggiarono, il Gallo calò dall'alto — come un masso che incombe — uno spalancato fendente dall'alto verso il basso, con il fragore enorme della lama, ma il colpo andò a vuoto. Il romano si fece interno, colpì con il bordo inferiore dello scudo contro quello del nemico, si insinuò con tutto il corpo tra il busto e le armi del Gallo, così da porsi al riparo da qualunque ferita, e con uno, poi due colpi ravvicinati, gli aprì il ventre e l'inguine, stendendolo in quel vasto spazio dove era ruzzolato. Del corpo prostrato non toccò nient'altro: prese soltanto il torques, la collana di metallo, la spogliò del sangue di cui era aspersa e se la cinse intorno al proprio collo. Il terrore misto all'ammirazione inchiodò i Galli; i soldati romani avanzarono festanti dall'appostamento incontro al loro commilitone e lo condussero al dittatore fra congratulazioni e lodi. Tra canti improvvisati, quasi carmina militari, risuonò il soprannome Torquatus, che sarebbe divenuto onore perpetuo per tutta la sua discendenza. Il dittatore aggiunse in dono una corona d'oro e celebrò quell'impresa davanti all'assemblea con elogi straordinari. Quella notte stessa, come attesta Livio, l'esercito gallico lasciò il campo in fuga precipitosa verso il territorio di Tivoli — quasi la morte del loro campione avesse spezzato il filo stesso della loro volontà.