01/09/2019
Jose Hernandez Suarez, all’anagrafe italiana Mirco Giuseppe Francini, meglio conosciuto come El Pitto Maraviglia:
“Sono nato in Messico, in una città dove c’era tanta povertà . I miei genitori venivano dall’Italia.
Mia madre racconta spesso della prima volta che siamo arrivati in Italia. Avevo cinqua anni. Era la prima volta che vedevo i miei nonni e i miei cugini e fu uno shock vedere come viveva la gente lì. Tutti i bambini correvano scalzi e ci rimasi male.
Mia madre racconta che la supplicavo di andare al negozio e comprare delle scarpe per tutti, così potevo giocare a calcio con loro.
Ma mia madre mi disse: “Mirco,togliti le scarpe. Vai a giocare come loro”.
Alla fine mi sono tolto le scarpe di corsa e sono andato a giocare a piedi nudi con mio cugino, ed è qui che inizia la mia storia con il calcio.
Giocavo tutti i giorni nel campetto sotto casa. C’erano tantissimi bambini nel quartiere ma eravamo come una famiglia sola. Era il tipo di quartiere dove, come posso dire? Se tua madre aveva bisogno di qualcosa, non andavi prima al negozio, andavi dal vicino. Nessuna porta ti era chiusa, capito? Andavo dalla nostra vicina e chiedevo: “Ciao, Matteo c’è?”.
Sua madre mi diceva: “No, è uscito. Ma vuoi giocare con la PlayStation?”.
Io non avevo la Play a casa, quindi entravo, mi toglievo le scarpe e mi rilassavo come se fosse casa mia. Ero il benvenuto. Se la nostra vicina mi diceva: “Mirco vai al negozio a prendere del pane”, andavo al negozio come se me l’avesse chiesto mia madre.
Quando cresci in un ambiente del genere sono tutti tuoi fratelli. Eravamo neri, bianchi, arabi, africani, musulmani, cristiani, sì ma eravamo tutti italiani.
Sì, abbiamo le nostre differenze ma siamo tutti uguali...
Ricordo che durante il mondiale del 2002 dovevamo andare a scuola durante Italia - Messico. Era in Giappone e c’era il fuso orario. Eravamo molto tristi.
Il nostro maestro ci disse: “Dai, aprite i vostri libri.” Noi aprimmo i nostri libri ma sognavamo, nessuno riusciva a pensare di leggere. Avevamo in mente Totti, Vieri, Borgetti.
Passarono due, tre minuti, poi il nostro maestro ci guardò e disse: “Ok, mettete via i libri. Ora guarderemo un film molto formativo che sono sicuro troverete molto noioso.”
Prese il telecomando e sintonizzò la piccola TV dell’aula sulla partita.
Ci disse: “Rimane il nostro segreto, va bene?”.
Fu uno dei momenti più belli della mia vita.
Eravamo in 25 in classe. Ricordo perfettamente che dopo il pareggio di Del Piero camminavo verso casa e vedevo tutti i genitori dei miei amici che ballavano per strada. E poi, visto che erano tutti così contenti, mi misi a ballare con loro.
Questo ricordo mi è rimasto impresso perché è questo il vero valore del calcio, così come quello della vita. Il mio quartiere era esattamente così.
Perché puoi avere tutto nella vita: puoi avere soldi, belle macchine, ma ci sono tre cose che non si possono comprare: l’amicizia, la famiglia e la serenità.
Queste sono le cose più importanti della vita. Queste, non si comprano da nessuna parte.”
Stralcio della meravigliosa lettera di Mirco Giuseppe Francini a “The Players Tribune”.