10/09/2025
Ieri eravamo in centinaia, insieme, a manifestare tutto lo sconforto, la rabbia e il disprezzo per quanto accade a Gaza da due anni, senza che i governi europei – tranne qualche timida eccezione – muovano davvero un dito. Quando agiscono, lo fanno con iniziative più simboliche che reali.
È come se un bambino ucraino valesse diecimila bambini palestinesi, a giudicare dai dati ufficiali sui due conflitti e dalla disparità di reazioni. Una disparità di trattamento che smaschera il doppio standard dei nostri governanti.
Eppure, in mezzo a questa oscurità, c’è luce: il f***e e coraggioso tentativo di sfidare l’embargo israeliano con un corteo di imbarcazioni provenienti da diverse coste del Mediterraneo. Un gesto potente, e stavolta non solo simbolico ma reale: uomini e donne che stanno mettendo a repentaglio la propria vita per dire, a voce alta e incarnata, “non in mio nome”.
I nostri governi stanno permettendo un genocidio, come se non avesse conseguenze, come se la distruzione su scala industriale di vite umane non fosse il preludio di una guerra destinata a toccarci tutti.
Partecipare a un presidio con poche centinaia di persone può sembrare poca cosa. Ma dietro ognuna di quelle presenze c’erano famiglie intere, e la piazza ha reso visibile una consapevolezza: che quelle vittime espropriate della loro terra, della loro vita, di ciò che è gli è più caro al mondo, non sono solo numeri o proposizioni. Sono fatti reali, che ci obbligano a interrogarci sul nuovo crollo morale, civile, intellettuale e politico dell’Europa.
Mai così in basso dai tempi del nazi-fascismo che precedette la seconda guerra mondiale. Allora ci costò 60 milioni di morti. Oggi le armi sono molto più potenti ed efficaci.
Pensiamoci. Incontriamoci. Mobilitiamoci.
E facciamoli smettere, con una voce crescente come quella che il sindacato USB sta portando avanti con l’appello allo sciopero generale.