31/08/2026
Quanta verità📣
E proprio come Lutero, affiggerò e affliggerò sulla porta della mia pagina le mie 95 tesi dal titolo latino:
DE SCHOLIS ITALIS AMERICANISQUE
Ovvero: che caxxo sto cercando di dire qui e perché, in fondo, non bisogna prendermi troppo sul serio.
Vabbè…
Poiché sono pigro, facciamo che le tesi sono solo cinque.
1.
Gli insegnanti ’mericani e italiani sono nella stessa barca.
E non è una barca particolarmente tranquilla perché sta affondando.
È un momento storico difficilissimo per la scuola, per troppi e tristissimi motivi, e fare l’insegnante oggi è, per usare un eufemismo, un po’ come stare sulla riva a guardare quel mare agitato descritto da Lucrezio.
Solo che noi siamo dentro la barca bucata.
Ah… senza salvagente.
2.
Negli USA timbriamo il cartellino e facciamo quasi quaranta ore alla settimana nell’edificio.
In Italia, sulla carta, bisogna stare a scuola per le famose diciotto ore.
Poi vabbè.
Sono furbi… e allora ti danno magari la prima ora e la quinta e te la mettono in culum.
Ma il punto vero è un altro: ti pagano per diciotto ore.
Io, quando ero in Italì, credevo fermamente che gli insegnanti dovessero avere un orario da ufficio, chessò, dalle 8 alle 15, con 18 20 ore settimanali di lezione, ma con una paga decisamente più alta (almeno il doppio).
Perché gli insegnanti sono professionisti sottopagati che fanno una quantità enorme di lavoro sommerso e che, in più, devono sentirsi dire: «Eh, ma lavorate diciotto ore!» «Tre mesi di ferie!»
Cornuti e mazziati!
3.
Fare la gara tra scuola italiana e scuola americana è non solo noioso, ma anche un po’ stucchevole.
E, diciamocelo, pure un po’ provinciale.
Gli americani vengono educati, almeno idealmente, a fare una cosa sola e a farla benissimo.
Per fare quella cosa gli danno risorse, supporto, strutture, attività, opportunità e un pacco di soldi a fine mese (poi vabbé in USA ti pagano ogni due settimane ma questa è un'altra storia)
Poi magari quello stesso professionista torna a casa la sera e non sa se è venuto prima il Medioevo o il Barocco, oppure scopre con una certa sorpresa che la Spagna confina con la Francia.
E se ne fotte beatamente…
In Italia invece abbiamo il culto della br**ta figura.
Bisogna sapere tutto.
Sempre...
Se sbagli un accento ti sfottono per giorni.
Se non conosci Pasolini: «Oddio, ma come si fa…»
Anche se magari sei un tecnico di laboratorio e nella tua materia sei un genio.
È una cultura estremamente arricchente.
Ma anche tremendamente stressante.
Io, infatti, ho imparato a fottermene.
Se uno mi cita una frase latina che non conosco, oggi riesco tranquillamente a dire: «Boh.»
Un tempo avrei risposto: «Ahhh, ma certo, ovviamente!» Salvo poi passare le successive tre ore a cercare disperatamente di capire da dove caxxo venisse.
4.
Credo fermamente che lo scambio dovrebbe essere soprattutto tra docenti.
Quando andrò in pensione, quindi tra pochissimo... (No. Non è vero. 🤪) vorrei creare un’associazione, una specie di Erasmus per insegnanti.
Perché credo che un insegnante dovrebbe poter entrare in un’altra scuola, vedere come lavorano altri colleghi, rubare idee, raccontare le proprie, scoprire che certe difficoltà sono universali e che, alla fine, siamo molto più simili di quanto pensiamo.
E soprattutto siamo tutti sulla barca del punto uno.
Quella che sta affondando...
Senza salvagente
E allora affondiamo tutti insieme appassionatamente.
5.
Vogliamoci tanto bene.
Perché sono tempi duri. O, per dirla come Lino Banfi: sono e saranno volatili per diabetici.
Quindi, se non credete ai cinque dogmi fondamentali di questa pagina, scancellatevi.
Con la S.
Sì, perché qui in USA, anche se sbagli lo spelling di una parola, ma scrivi cose intelligenti, spesso la gente riesce comunque a capire che sei una persona da ascoltare.
In Italia, invece, a volte non importa minimamente cosa stai dicendo.
Se scrivi «pultroppo» con la L, chi sta leggendo smette immediatamente di leggere, chiama Caifa, si strappa le vesti…
E poco importa che magari avevi appena scritto una cosa interessantissima.
Amen.
DE SCHOLIS ITALIS AMERICANISQUE
Le tesi sono affisse.
Il martello è riposto... deposto... risposto...
E adesso, per favore, vogliamoci bene.