12/09/2026
Seguiamo con grande interesse la sesta campagna di scavo archeologico di Siponto, avviata lunedì 7 settembre 2026 e condotta dalle Università degli Studi di Bari Aldo Moro e di Foggia, con la direzione di Giovanni De Venuto, Roberto Goffredo, Maria Turchiano e Giuliano Volpe. Anche quest’anno il cantiere coinvolge studenti e studentesse dei due atenei pugliesi e di altre università italiane e straniere, in un progetto che unisce ricerca, formazione, tutela e restituzione pubblica dei risultati.
Come Archeoclub d’Italia, Sezione Siponto-Monte Sant'Angelo-Manfredonia desideriamo esprimere il nostro sostegno, la nostra vicinanza e una sincera gratitudine ai direttori, agli archeologi, agli studenti e a tutte le istituzioni e le persone che rendono possibile questo lavoro. Ogni nuova evidenza restituita dal terreno conferma quanto Siponto abbia ancora da raccontare e quanto sia importante garantire continuità alle ricerche.
Tra i ritrovamenti dei primi giorni ha attirato particolarmente la nostra attenzione una ciotola in ceramica invetriata, proveniente dal settore medievale della città e preliminarmente riferita alla prima metà del XIII secolo. Sul fondo del recipiente compare una figura animale che gli archeologi hanno proposto, in una prima lettura, di riconoscere come un felino, forse una pantera o un leone.
È una lettura che accogliamo pienamente come punto di partenza. Quello che segue non vuole sostituirsi allo studio archeologico e iconografico del reperto, ma provare ad approfondire proprio una delle possibilità suggerite dagli scavatori: la pantera.
Dalle fotografie diffuse si distinguono una testa chiaramente mammaliforme, con muso pronunciato, grandi fauci dentate, occhio molto marcato e orecchie appuntite. Nella parte inferiore sembrano riconoscibili diversi segmenti degli arti: un arto abbastanza ben conservato, un altro proteso e interrotto dalla frattura e, nella parte bassa a sinistra, un ulteriore elemento che potrebbe corrispondere alla porzione prossimale di un arto posteriore ripiegato.
Per la stessa ragione, almeno allo stato attuale, preferiamo non identificare come ali le ampie strutture lineari visibili attorno e dietro la figura. Una di esse potrebbe anche appartenere a una coda ricurva, il cui raccordo con il corpo sarebbe andato perduto insieme alla parte mancante della ciotola; altre potrebbero far parte della decorazione dell’animale o della scena. La frammentarietà impone prudenza.
C’è però un particolare che merita un’attenzione speciale. Dalla bocca dell’animale sembra fuoriuscire un elemento policromo: rossastro-bruno nel contorno, con una zona interna verde. Più che una fiamma inequivocabile, potrebbe essere la rappresentazione di un’emissione: una lingua, un soffio, un alito. La pista della pantera medievale diventa particolarmente suggestiva.
La panthera del Medioevo non coincide necessariamente con la pantera della zoologia moderna. Nel Physiologus e nei bestiari è un animale insieme naturale, meraviglioso e simbolico: variopinto, bellissimo, mansueto, nemico del drago e capace di attirare a sé gli altri animali attraverso un profumo straordinario che esce dalla bocca.
Il Physiologus Latinus descrive la pantera come «vario quidem colore, sed speciosum nimis et mansuetum valde», cioè «di vari colori, bellissima e molto mansueta». Dopo essersi nutrita, si ritira nella propria spelonca e dorme per tre giorni. Al risveglio emette un grande ruggito e, insieme ad esso, «odorem nimie suavitatis», un odore di straordinaria dolcezza. Tutti gli animali accorrono attratti da quel profumo; soltanto il drago fugge e si nasconde nelle cavità della terra.
La lettura cristologica è esplicita nella stessa fonte: «panthera varium est animal, significat Christum», la pantera variopinta «significa Cristo». I tre giorni di sonno rinviano alla permanenza di Cristo nel sepolcro; il risveglio al terzo giorno alla Risurrezione; la voce e il profumo che provengono dalla bocca alla forza attrattiva della parola e della grazia; il drago che fugge rappresenta l’antico avversario.
La stessa tradizione è ancora pienamente viva nel XIII secolo. Nel Rochester Bestiary, realizzato intorno al 1230 e dunque quasi contemporaneo all’orizzonte cronologico proposto per la ciotola sipontina, si legge: «ab ore eius odor suavissimus exit», «dalla sua bocca esce un odore dolcissimo». Il testo sviluppa poi la medesima interpretazione cristologica della morte, della Risurrezione e della vittoria sul drago.
Anche le immagini mostrano come gli artisti medievali rendessero visibile un fenomeno per sua natura invisibile. Nel Bestiaire moralisé di Guillaume le Clerc, BnF, Français 14969, f. 38, del terzo quarto del XIII secolo, la Bibliothèque nationale de France definisce espressamente «pictogramme de l’odeur» il fascio di linee che parte dalla bocca della pantera e rappresenta il suo alito profumato. Nel Worksop Bestiary, circa 1185, la Morgan Library descrive la pantera nell’atto di emettere il suo «sweet-smelling roar», un ruggito dal profumo soave, mentre il drago si nasconde nelle profondità della terra.
Naturalmente una fotografia non consente di identificarlo. Ma la coincidenza merita di essere verificata: abbiamo una figura che gli archeologi hanno già indicato come possibile pantera, con fauci spalancate e un elemento colorato che sembra proiettarsi dalla bocca. Se l’identificazione come pantera medievale trovasse conferma, quel dettaglio potrebbe essere confrontato non soltanto con una lingua, ma con la convenzione figurativa usata per rendere il suo alito o profumo.
Anche la policromia dell’animale è interessante, benché non probante. Il Physiologus insiste sul carattere variegato della pantera, ma i colori del reperto appartengono naturalmente anche alla tavolozza ordinaria della ceramica medievale dipinta: non si può quindi trasformare il dato cromatico in una prova iconografica. Può, tuttavia, entrare nel quadro comparativo.
Ipotesi ricostruttiva
Da questo punto entriamo volutamente nel campo delle possibilità suggerite dalle fonti medievali, non in quello dell’identificazione del reperto.
Se il ceramista avesse voluto raffigurare non semplicemente un felino, ma la pantera del racconto dei bestiari, le fonti ci suggeriscono che cosa potremmo cercare nei frammenti mancanti. La scena sembrerebbe riferirsi, semmai, al momento successivo al risveglio: l’animale è vigile, ha le fauci aperte e qualcosa sembra uscirne.
In una composizione narrativa più ampia avrebbero potuto comparire altri animali rivolti verso la pantera, attratti dal suo soffio profumato. E, sul lato opposto, il suo antagonista: un drago o un serpente che fugge, si rannicchia o cerca rifugio. È questa la scena tramandata dal Physiologus e ripresa nei bestiari illustrati.
Per un recipiente di dimensioni contenute, però, è forse ancora più plausibile una composizione condensata: la sola pantera al centro della ciotola, resa riconoscibile attraverso pochi attributi forti – la policromia, la bocca spalancata e il soffio che ne esce – sufficienti a evocare l’intero racconto a chi conosceva quel linguaggio simbolico. In questa seconda ipotesi non dovremmo aspettarci necessariamente altri animali nella parte perduta.
È importante ribadirlo: questa è una pista di confronto, non una proposta di identificazione definitiva. Saranno l’osservazione diretta del reperto, il completamento dello scavo, l’eventuale ricomposizione di altri frammenti, lo studio della ceramica e i confronti iconografici specialistici a chiarire la figura.
Ma proprio accogliendo la prima lettura formulata dagli archeologi «pantera o leone» si apre una prospettiva affascinante. Nel mondo medievale la parola pantera poteva evocare non soltanto un felino, ma una creatura del bestiario investita di un preciso significato cristologico: il sonno di tre giorni, il risveglio, il profumo che si diffonde dalla bocca e attira gli esseri viventi, il drago che fugge.
Forse la ciotola raccontava soltanto un animale. Oppure, da quel frammento riemerso dopo secoli dalla terra della Siponto medievale, potrebbe essere tornato alla luce un piccolo segmento di un linguaggio simbolico che gli uomini e le donne del Duecento sapevano leggere con immediatezza e che oggi dobbiamo pazientemente ricostruire.
A Giovanni De Venuto, Roberto Goffredo, Maria Turchiano, Giuliano Volpe, agli archeologi, agli studenti e a quanti stanno lavorando sul campo va il nostro ringraziamento. Continuare a scavare Siponto significa continuare a restituirle storia, voce e significato.
Archeoclub d'Italia APS Sede Siponto - Monte Sant'Angelo