11/05/2026
Martedì 12 maggio ore 21.00
Cinema Astra – Il cinema di Béla Tarr
LE ARMONIE DI WERCKMEISTER
di Béla Tarr – Ungheria, 2000 – 145'
Versione originale con sottotitoli
𝗔𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗼𝗽𝗲𝗿𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗶𝗻𝗲𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗧𝗮𝗿𝗿
L'idea dell'uomo, e dunque del cinema, di Béla Tarr potrebbe essere sintetizzata dall'ultima sequenza di Perdizione (1988): un lungo carrello su cumuli di terra e fango incessantemente bagnati dalla pioggia. L'uomo, un cumulo di fango, incapace di essere qualcosa al di là della sua materia, sul quale piove, ovvero sempre attanagliato dalla sofferenza dell’esistenza; il cinema, la possibilità di guardare la vita per quello che è di ontologico, ovvero essere e durare nel mondo.
L'umanità dei film di Tarr esiste, come quella del teatro di Samuel Beckett, in un mondo senza valori, senza speranze, e, di conseguenza, senza possibilità di comunione, di comprensione e infine di amore. E ogni film del regista ungherese, più che avanzare nella riflessione, avanza nello stile, nella ricerca di un linguaggio capace di smascherare la realtà e di esprimerla. E riesce a farlo proprio nella misura in cui le immagini cinematografiche sono percepite come tali, senza alcune illusioni di realtà
La scelta del tempo reale, declinato nelle sue possibili varianti di inquadratura fissa e di lunghi carrelli – fino alle estreme inquadrature continue da quindici minuti di Sátántango (1994) –, fa sì che lo spettatore, avendo avuto il tempo di leggere le immagini, spesso scarne, fino al vuoto stesso, senta il peso del tempo nel suo scorrere e la costrizione a guardare, riconoscendosi dunque davanti non alla realtà, ma alle immagini della realtà. Il percorso di Tarr è tutto qua, nell'avanzamento attraverso le possibilità più profonde di espressione di quelle immagini che si fanno riconoscere per tali, secondo una logica di ricerca visiva non necessariamente ancorata alla narrazione dell’azione. Più cinematografico di così... Tarkovskij, ma senza metafisica.
( - Direttivo Cineforum Ezechiele 25,17)