27/06/2026
🪽 «Gli scrittori devono fare a pezzi la realtà e ricrearla. Per mostrare che un'altra possibilità esiste: una possibilità contro la guerra, la povertà e la separazione tra le persone».
È una delle idee che attraversano Gli amanti di Franz K e che hanno guidato il dialogo tra Burhan Sönmez e Michela Fregona questa mattina al Premio Hemingway. Un confronto che, a partire da Kafka, ha toccato i temi della memoria, dell'esilio, dell'identità e del ruolo della letteratura nel nostro tempo.
Sönmez ha raccontato il suo lungo incontro con lo scrittore praghese, iniziato da ragazzo con Le metamorfosi. Un libro che, alla prima lettura, non riuscì nemmeno a terminare. «Anni dopo l'ho ripreso in mano. L'ho letto in turco, in inglese e in curdo. Ogni volta era un libro diverso». Da allora Kafka è diventato una presenza costante nella sua vita e nella sua scrittura.
«Non esiste futuro senza un rapporto con il passato», ha spiegato lo scrittore, sottolineando uno dei temi centrali del romanzo. E proprio Kafka continua a parlare al presente. «Gregor Samsa si sveglia e scopre di essere diventato un insetto. Oggi ci svegliamo in un mondo governato da leader che ci dicono di agire per il bene dell'umanità. Ditemi voi se questo non è kafkiano».
Tra i momenti più intensi dell'incontro, il racconto del suo rapporto con la lingua curda, la lingua dei suoi genitori. Una lingua proibita durante la sua infanzia, che per decenni è stata considerata sporca, primitiva, indegna di essere scritta e studiata. «La prima volta che ho letto qualcosa in curdo avevo 35 anni ed ero in esilio». Per questo scegliere il curdo per scrivere il romanzo non è stato soltanto un gesto letterario, ma anche un'affermazione di identità e di esistenza.
Per Sönmez la letteratura non deve limitarsi a raccontare il mondo così com'è. Deve incrinare le certezze, mettere in discussione le verità imposte e aprire nuove possibilità. Ed è forse per questo che Kafka continua a parlarci ancora oggi.
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