09/12/2020
Nella partita di Champion's League disputatasi ieri sera 8 dicembre da PSG e Basaksehir, si è verificato un evento che ha agitato e diviso l'opinione pubblica: il quarto uomo, nell'appellare un assistente dell'allenatore della squadra turca, ha utilizzato la frase "ala negru", traducibile in rumeno (lingua del quarto uomo) con "quello nero". Dopo alcuni momenti di tensione, le squadre hanno deciso di abbandonare il campo. E la polemica è proseguita ed è divampata fuori dal rettangolo verde. A fare da lugubre ospite della spiacevole situazione, come intuibile, è l'ombra di un problema che serpeggia purtroppo in ogni settore della società: quello del razzismo. Problema di fondo, inestirpabile sembrerebbe, che ha fatto in questo caso esplodere la polemica, polarizzando l'opinione pubblica intorno alla famigerata espressione del quarto uomo. Al di là delle singole posizioni che ciascuno può prendere in merito alla vicenda, andrebbe messo in evidenza come la polemica, stando perlomeno a quanto riportato dalla cronaca, ruota tutto sommato intorno ad un fraintendimento linguistico, alla legittimità o meno del fine e della modalità nell'uso di un appellativo. Rientrando questo evento nel solco del più ampio problema della discriminazione, altro elemento da mettere in risalto è come il razzismo sia una piaga sociale terribile con risvolti e aspetti a volte ben più pesanti di un fraintendimento tra lingue; aspetti che quindi l'odierna polemica sembra mettere in secondo piano, operando così una strumentalizzazione del fenomeno stesso. Cerchiamo allora di riflettere sui rapporti tra lingua parlate e uomini che le parlano, affinché le prime siano sempre mezzi per la collaborazione e reciproca solidarietà dei secondi.